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Trump vuole punire Assad per l’attacco chimico, ma come? – Il Post

Ci sono almeno quattro opzioni militari, che però sono tutte o molto rischiose o poco efficaci: gli Stati Uniti ci stanno pensando

Nella notte tra lunedì e martedì per qualche ora si è pensato che il presidente americano Donald Trump stesse per annunciare da un momento all’altro una nuova azione militare in Siria. Alla fine non è successo, ma la questione potrebbe essere stata solo rimandata.

La tensione era molto alta dal pomeriggio, quando la Casa Bianca aveva fatto sapere che Trump non avrebbe partecipato al viaggio ufficiale in America Latina previsto per questo fine settimana, «per monitorare la risposta americana in Siria». Per tutto il giorno si erano susseguite notizie di una possibile ritorsione militare contro il regime del presidente Bashar al Assad per il bombardamento chimico compiuto contro la popolazione di Douma, città controllata dai ribelli vicino a Damasco, nel quale sono state uccise più di 70 persone. L’attacco chimico aveva provocato durissime reazioni del governo americano – Trump aveva definito Assad un «animale» – e di alcuni governi europei, come quello francese guidato dal presidente Emmanuel Macron. Si era parlato di rispondere usando la forza, colpire Assad militarmente, per convincerlo a non usare più le armi chimiche contro la popolazione civile siriana. Ricorda qualcosa? In effetti sì.

Non è la prima volta che Trump si trova a dover decidere cosa fare di fronte a un attacco chimico quasi certamente compiuto dal regime di Assad. Era già successo ad aprile dello scorso anno, dopo che Assad aveva usato armi chimiche per attaccare la città di Khan Shaykhun, in provincia di Idlib, uccidendo decine di persone. In quel caso Trump aveva risposto bombardando la base militare siriana da dove erano partiti gli aerei usati per l’attacco chimico: era stato un attacco mirato, preciso e limitato, per evitare di iniziare una nuova escalation di violenze e di invischiare ancora di più gli Stati Uniti nella guerra siriana. Trump aveva fatto quello che si era rifiutato di fare il suo precedessore Barack Obama, nonostante fosse stato proprio Obama ad annunciare che la cosiddetta “linea rossa” sarebbero stati gli attacchi chimici del regime di Assad contro la popolazione civile. Trump era stato applaudito da molti per l’azione militare, anche da diversi suoi critici.

Il problema è che pochi giorni fa Assad è tornato a usare le armi chimiche contro la popolazione siriana, per costringere i ribelli di Douma, la principale città della regione di Ghouta orientale, ad arrendersi. Quindi la domanda è: cosa non ha funzionato nella strategia iniziale di Trump? E cosa può essere fatto ora?

È complicato rispondere a queste domande, perché è complicata la guerra in Siria. Da una parte non fare niente, quindi lasciare impunito l’ennesimo superamento della linea rossa da parte di Assad, rischia di lasciare campo libero al regime siriano, che in questi anni di guerra ha dimostrato di non avere alcun timore a usare la violenza e la brutalità come arma strategica per vincere il conflitto e garantirsi la propria sopravvivenza. Dall’altra parte optare per un’operazione militare significa rischiare di scontrarsi direttamente con la Russia, uno dei principali alleati di Assad, con il pericolo di arrivare a combattere una guerra ancora più intensa ed estesa di quella attuale. Proprio per queste ragioni, e per molte altre ancora, non è facile stabilire come e se rispondere all’attacco chimico di cui è accusato Assad: non esiste un’opzione senza rischi, o una che garantisca con certezza il raggiungimento del proprio obiettivo. In linea di massima, come ha scritto il giornalista del New York Times Max Fisher, le opzioni sul tavolo sono tre, oltre a quella di non fare niente.

Prima. Fare un attacco limitato e mirato simile a quello dello scorso anno dopo il bombardamento chimico compiuto da Assad nella provincia siriana di Idlib. Questa opzione avrebbe il vantaggio di essere poco rischiosa: i danni per Assad sarebbero estremamente limitati e non si rischierebbe uno scontro frontale con la Russia, che probabilmente verrebbe avvisata in anticipo. Come ha scritto Roland Oliphant, giornalista del Telegraph esperto di Russia, il governo di Mosca non si opporrebbe a un attacco mirato, che vedrebbe come una ritorsione «all’interno delle regole» del gioco e certamente non in grado di minacciare la posizione di Assad.

Il problema è che questa soluzione potrebbe essere completamente inefficace per diverse ragioni. Anzitutto perché non cambierebbe di una virgola i calcoli di Assad, che vede la violenza – e quindi anche l’uso di armi chimiche – come un’arma strategica fondamentale per vincere la guerra e sopravvivere: «Se Assad crede che le armi chimiche siano necessarie alla sua sopravvivenza, le abbandonerà solo se messo di fronte a una minaccia superiore ai benefici che pensa che le armi chimiche gli offrano», ha scritto Fisher sul New York Times. I danni provocati da un attacco di questo tipo, inoltre, sarebbero così limitati da essere facilmente compensati dalla Russia e dall’Iran, i due principali alleati di Assad. Secondo Colin Kahl, che ha lavorato come consigliere alla sicurezza nazionale dell’ex vicepresidente americano Joe Biden, Trump si è messo in una situazione difficile: «Avere scelto un attacco limitato lo scorso anno nel tentativo di stabilire una deterrenza contro l’uso di armi chimiche, ha portato Trump a subire le pressioni di chi ora vorrebbe un attacco più esteso, visto che la deterrenza non ha funzionato».

Seconda. Intervenire in Siria in un altro modo, simile a quello adottato in parte da Obama: armare i ribelli per esempio, rendendo la vita più difficile ad Assad e costringendolo a sottostare alle richieste americane. È una soluzione che sulla carta potrebbe avere efficacia, ma che implica grandi rischi e per come si è messa la guerra in Siria oggi sembra difficilmente realizzabile. Quando Obama mandò missili anti-carro TOW ai ribelli anti-governativi, l’impatto fu notevole: così notevole che mise in seria difficoltà Assad e provocò la reazione decisa di Russia e Iran. «Gli americani mandano armi; gli iraniani mandano brigate di combattimento. Gli americani mandano missili; i russi installano delle unità di artiglieria», e così via, ha scritto Fisher. Il rischio è quello quindi di provocare una reazione degli avversari superiore di intensità alla propria azione iniziale, rischiando di peggiorare ulteriormente le cose.

C’è poi la questione dei ribelli da armare, che non sono rimasti in molti. La maggior parte dei ribelli si trova oggi nella provincia di Idlib, nel nord ovest della Siria. Idlib è dominata dai gruppi estremisti e jihadisti, tra cui la sezione siriana di al Qaida. Sono rimasti i combattenti dell’Esercito libero siriano nel sud ovest, addestrati e armati dalla Giordania e dalle forze speciali americani, che però difficilmente potrebbero diventare una seria minaccia al governo di Assad (vengono visti piuttosto come potenziale forza per limitare l’influenza iraniana in quest’area del paese, che si trova vicino al confine con Israele). Oggi il regime siriano non è più in difficoltà e preoccupato per la sua sopravvivenza come lo era tre anni fa e i ribelli sono stati dichiarati praticamente sconfitti dopo avere perso Aleppo, alla fine del 2016.

Terza. Colpire Assad con una forza che Iran e Russia non sarebbero in grado di assorbire, ovvero approvare un attacco di un’intensità tale da mettere a rischio la sopravvivenza del regime di Assad. Ci sono però diverse cose da dire su questa opzione, e la prima riguarda una scelta strategica fatta dagli Stati Uniti ormai qualche anno fa: l’obiettivo degli americani in Siria è sconfiggere lo Stato Islamico (o ISIS), visto come una minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, e non provocare un cambio di regime destituendo Assad. In questo senso Trump ha finora seguito la strategia adottata in precedenza da Obama e cambiarla ora sarebbe rivoluzionare l’impegno americano in Siria, una cosa che l’amministrazione non sembra avere intenzione di fare.

Ci sono poi altri due rischi legati a un intervento militare molto esteso. Gli Stati Uniti rischierebbero di scontrarsi direttamente con la Russia e il collasso del regime di Assad potrebbe aumentare ancora di più il caos in Siria, alimentando con nuove violenze la guerra civile siriana e lasciando spazio ai gruppi jihadisti e terroristici.

Oltre alle tre opzioni citate da Fisher, in queste ore si sta parlando di una quarta: la possibilità di fare diversi attacchi mirati contro obiettivi militari siriani, magari in diversi momenti. Potrebbe essere un modo per mostrare di voler rispondere al nuovo superamento della linea rossa, senza però arrivare a scontrarsi direttamente con la Russia o cambiare le sorti della guerra in Siria. Anche questa azione, comunque, potrebbe risultare poco efficace, soprattutto per il fatto di non poter usare aerei da combattimento, che rischierebbero di essere abbattuti dalla contraerea siriana. Il problema è lo stesso che si è posta su Twitter Emma Ashford, analista del Cato Institute, riferendosi a eventuali futuri attacchi chimici compiuti da Assad: «Per quelli che vogliono una risposta militare: potete dirmi quale potrebbe essere una risposta da adottare per evitarne altri, che non sia un’invasione in piena regola?». Una risposta certa non c’è.

La decisione su cosa fare in Siria potrebbe arrivare nelle prossime ore ed è difficile fare previsioni: l’impressione è che al momento sia privilegiata la via militare, anche se diversi analisti stanno parlando anche di provare a riprendere in mano la via diplomatica. Nei giorni scorsi Trump ha parlato con i capi di stato di paesi alleati, che si sono espressi altrettanto duramente contro il regime di Assad. Tra loro ci sono anche il presidente francese Emmanuel Macron e la prima ministra britannica Theresa May. Non è chiaro se Francia e Regno Unito siano disposti a partecipare a un’eventuale azione militare contro Assad: probabilmente molto dipenderà da quale delle opzioni sul tavolo si deciderà di privilegiare.

Sorgente: Trump vuole punire Assad per l’attacco chimico, ma come? – Il Post

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