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Siria, l’operazione punizione è in fase avanzata: sarà guerra?

Le due linee del governo americano: la prima in favore di un’azione limitata. La seconda per un colpo di maglio che ammonisca sul serio Assad e con lui l’Iran. Nella notte telefonata Trump-Erdogan

di Guido Olimpio

Tanta attività attorno alla Siria. Trump ha anticipato: «Russia attenta, i missili sono arrivo» mentre il segretario alla Difesa Mattis si è attenuto al consueto rigore: «Abbiamo offerto delle opzioni». E il segretario generale Onu Antonio Guterres ha affermato: «Oggi ho chiamato gli ambasciatori dei cinque Paesi membri permanente del Consiglio di sicurezza ribadendo la mia profonda preoccupazione per i rischi dell’attuale impasse in Siria e ho sottolineato la necessità di evitare che la situazione diventi incontrollabile».

I movimenti

A scrutare il cielo si può dire che l’operazione punizione è in fase avanzata. Numerosi aerei cisterna Usa, incaricati di rifornire bombardieri strategici e caccia, sono apparsi nel Mediterraneo. Almeno 5. A nord e lungo la costa siriana sono tornati quelli per la guerra elettronica e la sorveglianza. I Poseidon P8 decollati da Sigonella, altri partiti da Konia (Turchia) e Creta. Magari, non visto, c’è anche Dragon Lady, il vecchio e affidabile U2. Interessante notare — come segnala su Twitter ItaMilRadar — come il P8 si sia tenuto fuori dall’area dove i russi hanno annunciato esercitazioni. In mare sono pronte almeno tre unità — due americane e una francese — con missili da crociera, sotto di loro un paio di sommergibili, in grado di lanciare ordigni dello stesso tipo. Altri velivoli attendono un ordine nelle basi regionali Usa, da non escludere l’arrivo di B52.

La potenza

Negli Usa sono emerse due linee. La prima in favore di un’azione limitata. La seconda per un colpo di maglio che ammonisca sul serio Assad e con lui l’Iran. In mezzo tanti esperti che predicano cautela, convinti che nulla possa essere risolutivo a meno di non infilarsi in un conflitto ad alto rischio. Un dilemma accentuato dalla triplice anima di Trump: dimostrare che l’America è tornata, sganciarsi dal dossier Siria, recuperare il rapporto con Putin. Su questo c’è un aspetto militare. Attualmente il Pentagono non ha portaerei in Mediterraneo, la Truman è appena salpata e non sarà in zona prima di 10-12 giorni. Di solito quando Washington lancia missioni di ampia portata schiera non una ma almeno due portaerei. Strumenti chiave per avere una superiorità. Tanto più che davanti hanno anche la Russia con il suo dispositivo.

Gli obiettivi

Come ha spiegato Mattis gli ufficiali stanno esaminando, con gli alleati, le informazioni dell’intelligence per valutare cosa sia avvenuto a Douma mentre altri hanno preparato da tempo le liste di obiettivi. Già un mese fa era pronto un blitz, ma proprio il segretario alla Difesa aveva dato parere negativo e il presidente non si era pronunciato. Tra i possibili bersagli alcune basi (T4, Doumayr), siti coinvolti nel programma chimico (centro di Jomaryah), nonché bersagli governativi. Mosca non sta a guardare. Assad è stato trasferito in luogo sicuro, molti mezzi sarebbero stati spostati e lo scudo di difesa (formato da missili, caccia, navi) è mobilitato. Le unità da guerra hanno lasciato il porto di Tartous per unirsi alle altre già operative al largo, intenso il «traffico» dei loro aerei per la sorveglianza. La Russia, pur attraverso voci minori, ha affermato che abbatterà i cruise Usa e potrà attaccare le «piattaforme» da cui è partita la minaccia. Se vogliono, hanno numerosi obiettivi su cui scaricare una rappresaglia: gli avamposti americani nella zona curda o quello ad al Tanf. Per questo il Pentagono deve stare attento a non coinvolgere personale russo. Dunque equilibrismo politico, tattico e diplomatico. Più tagliente Gerusalemme, secondo segmento della crisi: «Se l’Iran agisce dalla Siria contro Israele, Assad e il suo regime pagheranno il prezzo… Scompariranno dalla mappa». Frasi accompagnate da indiscrezioni sulla presenza degli iraniani. E non a caso, ieri sera Putin ha chiamato Netanyahu chiedendo di evitare azioni destabilizzanti. Lo stato ebraico vuole che il Cremlino metta un freno a Teheran.

La comunicazione

Trump e i russi si sono scambiati colpi in pubblico, usando Twitter. Sarà pure un modo «trasparente» di comunicare, ma non adeguato a un momento dove si rischiano vite. Per la cronaca l’attuale presidente, in campagna elettorale, aveva deriso Obama e i generali perché annunciavano gli attacchi contro l’Isis. Se ne è dimenticato. Mike Pompeo, ex direttore della Cia scelto dal presidente americano Donald Trump come prossimo segretario di Stato al posto di Rex Tillerson, oggi parlerà davanti alla commissione esteri del senato per la conferma della sua nomima e nel corso del suo intervento, secondo le anticipazioni, parlerà anche della linea nei confronti del Cremlino. Dagli estratti delle dichiarazioni, diffuse dalla Casa Bianca, emergono le seguenti dichiarazioni: «La Russia continua ad agire aggressivamente, spinta da anni di politica debole verso questa aggressione. Questo ora è finito. Le azioni di questa amministrazione hanno reso chiaro che la strategia per la sicurezza nazionale di Trump, giustamente, ha identificato la Russia come un pericolo per il nostro Paese»». Telefonata infine Donald Trump e il suo omologo turco Recep Tayyip Erdogan per discutere della crisi in Siria. «I due leader hanno concordato di restare in stretto contatto sulla situazione», rende noto la Casa Bianca.

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