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Siria, gas contro i civili nei rifugi. Trump: «Assad animale, colpa di Russia e Iran». E convoca i militari

Almeno cinquanta morti. Il presidente Usa definisce Assad «un animale» e chiama in causa Putin . Sul tavolo molte opzioni, anche i raid. Mosca chiede di non intervenire e alza i caccia. Riunione Onu

di Guido Olimpio

Anche stavolta sono state immagini sconvolgenti a colpire Donald Trump. I volti di donne e bambini «gasati» da un attacco chimico nella zona di Douma, area a est di Damasco e parte di Ghouta orientale, sacca ormai finita nelle mani del regime. Ma — secondo gli oppositori — sarebbero stati proprio i lealisti a lanciare, sabato, cilindri dai quali è uscita una sostanza asfissiante. Una cinquantina le vittime, forse cento, dozzine di intossicati.
Sono trascorse diverse ore prima che, domenica mattina, il presidente americano usasse Twitter per sparare la sua bordata. In una serie di messaggi ha definito Assad «un animale», ha denunciato — cosa rara — l’appoggio di Putin (e di Teheran) ai lealisti, ha criticato Obama per l’inazione e ha chiaramente detto che i colpevoli di tutto questo «pagheranno un grosso prezzo». Espressione che lascia pensare ad una rappresaglia militare, una ripetizione di quanto avvenne il 7 aprile di un anno fa quando il Pentagono lanciò 59 missili da crociera contro target dei filo-Assad. Blitz di facciata e dagli esiti modesti. Però, come si dice in queste situazioni, «tutte le opzioni sono sul tavolo». Un concetto sottolineato da uno dei consiglieri presidenziali, Thomas Bossert. Lo stato maggiore avrebbe già presentato alla Casa Bianca una serie di obiettivi. Parigi si è accodata: pronti a prenderci le nostre responsabilità. E ha chiesto una riunione del Consiglio di Sicurezza Onu, appoggiata in serata dagli Usa.

I moniti della Casa Bianca hanno trovato repliche immediate da parte di Mosca: «Un intervento sulla base di falsi pretesti in Siria dove opera nostro personale è assolutamente inaccettabile e può innescare conseguenze gravissime». Il messaggio con una doppia valutazione. La prima è quella di smentire qualsiasi responsabilità, la seconda di alludere ad una possibile reazione in un conflitto che ormai non è più civile ma internazionale, dove grandi giochi si mescolano, a volte, a interessi più particolari. Le basi russe sono state messe in allarme mentre caccia si sono levati in volo pronti a intercettare eventuali intrusi.

E si torna così di nuovo all’origine dello scontro, una situazione peraltro già vista. In questi anni Assad è stato più volte chiamato in causa perché ritenuto responsabile di uso di gas per piegare i ribelli. Damasco e Mosca, insieme al loro coro, hanno sempre negato usando una formula nota: stiamo vincendo la guerra, non ne abbiamo bisogno, sarebbe controproducente e sciocco. Versione rilanciata anche per l’ultimo episodio. Tanto più che Jaish al Islam, la fazione di insorti che teneva le ultime trincee nel settore, ha accettato di sgomberare il campo. Ma gli oppositori al dittatore hanno ribattuto affermando che il bombardamento con il gas, avvenuto vicino ad un rifugio, doveva servire proprio per piegare le ultime resistenze e avvertire gli avversari sulle conseguenze. O persino sfidare gli Stati Uniti nell’anniversario del blitz.

Da qui l’uso di proiettili speciali — tirati da elicotteri — che avrebbero investito i civili. Attacco documentato con foto raccapriccianti che mostrano minori morenti e persone soccorse con l’ossigeno. La prova, affermano i ribelli, dell’ennesima strage. Ricostruzione capovolta dalle fonti ufficiali che da tempo sostengono che si stesse preparando una provocazione proprio in questa regione per spingere i riluttanti Usa a intervenire. Un «complotto» denunciato anche dall’Iran. Cercare la verità in questi casi è difficile e ad ogni modo per i contendenti è un aspetto relativo. Perché in Siria si muore comunque, anche senza il ricorso ad armi proibite. Molti dei protagonisti sono processabili per crimini di guerra.

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