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Perchè i 30/40enni sono la generazione perduta del risparmio

Nell’epoca del microtargeting che il web offre (come insegna il caso Cambridge Analytica), l’industria finanziaria si pone interrogativi su come affinare la propria offerta verso un segmento pubblico di cui si è parlato molto sulla stampa in questo periodo. I 30/40enni sono la generazione mancata, coloro i quali pagano più degli altri la crisi che da dieci anni imperversa a livello internazionale e che in Italia vive una fase complicata da molti fattori, tra cui un divide geografico parossistico (di cui si è visto il riflesso, peraltro, nelle recenti elezioni politiche).

A differenza delle opportunità riservate alle generazioni più giovani e a quelle dei più maturi, i new adult (ma si potrebbe discutere della definizione) sono i più svantaggiati: nell’ultimo anno solare gli occupati sono calati dello 0,7% tra 25 e 34 anni e del 2,1% tra 35 e 49 anni. Significa un mancato effetto sulla partecipazione al Pil nazionale, che pesa ora e continuerà a pesare nei decenni futuri. L’osservazione statistica insegna che questo “buco” generazionale è difficilmente sanabile se non grazie a un boom economico, che però non pare certo alle viste.

La proverbiale difficoltà di entrare a pieno titolo come attori economici nella società, si riflette sulle scelte finanziarie: rispetto a dieci anni fa, registra Assogestioni, la quota di sottoscrittori di fondi comuni di investimento è calata di 8 punti percentuali tra i 26 e i 35 anni (il 6% del totale, la classe d’età più esigua) e del 6,7% tra i 36 e i 45 anni. Gli ultra 65enni che investono in fondi comuni sono 4 volte i loro figli.

COME CAMBIA L’ETA DEI SOTTOSCRITTORI DI FONDI COMUNI DI INVESTIMENTO
Aggiornamento 2016 (Fonte Assogestioni)

guarda il grafico cliccando sul link in calce riportato riportato

Il che produce inevitabilmente una serie di ripercussioni anche sulla stessa asset allocation: se aumenta l’età media dei sottoscrittori si tende a ridurre la durata di sottoscrizione dei fondi stessi, con ripercussioni potenzialmente negative quindi sulle scelte di lungo termine.

E per quanto riguarda il lungo termine si riduce la partecipazione anche in materia di scelte previdenziali: nel 2008 la generazione con la maggior adesione ai fondi pensione, secondo la Covip, erano proprio i 35/44enni, con il 35% di adesione degli aventi diritto; gli ultimi dati relativi al 2016 dicono che sono i 45/54enni, con un tasso di adesione inferiore però al 33%. Invece di crescere, in questi dieci anni quella generazione ha ridotto le proprie mosse finalizzate a costruirsi una pensione di secondo pilastro. E di conseguenza le proprie prospettive di reddito future, le capacità di far fronte alle future esigenze economiche, di spesa e di partecipazione al Pil nazionale. La quota di adesione dei 35/44enni di oggi è calata fino al 26,9%.

IL CONFRONTO TRA LE CORTI GENERAZIONALI DI ADERENTI AI FONDI PENSIONE
Dati Covip, Istat

guarda il grafico cliccando sul link in calce riportato

Le scelte finanziarie stanno diventando materia per anziani? Da anni, si sa, la solidarietà generazionale si è invertita, con i pensionati a sostenere i precari, come registrato dalle periodiche indagini della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie italiane.

“Nell’ultimo anno solare gli occupati sono calati dello 0,7% tra 25 e 34 anni e del 2,1% tra 35 e 49 anni”

Una situazione che rende problematica quella che finora era una semplice sfida ossia il passaggio generazionale: come trasmettere a figli e nipoti un patrimonio immobiliare illiquido il cui valore è colpito da una crisi che fatica ad essere archiviata? Cosa offre ai nonni e nipoti l’industria finanziaria? Per i segmenti affluent e private gli strumenti, anche su misura, non mancano. Per chi ha meno di 100mila euro da dare in gestione – e soprattutto per i 30/40enni – ci sono (quasi) solo mutui a tassi scontati per indebitarsi.

Sorgente: Il Sole 24 ORE

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