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Patto Renzi-Mattarella per salvare il Pd (rinunciando a Di Maio)

Matteo Renzi (LaPresse)

Un abbraccio con M5s? Per il Pd sarebbe mortale. Ha ragione Renzi a voler stare all’opposizione, dice PEPPINO CALDAROLA: ma non basta, si deve rifare tutto. Occorre una nuova Bolognina

Cominciano le consultazioni per la formazione del nuovo governo e il Pd si trova di fronte a un bivio: aprire a un patto di governo con M5s — una delle opzioni con le quale Luigi Di Maio salirà al Colle —, oppure stare all’opposizione, come ha detto di voler fare Matteo Renzi. Certo, ci sarebbe una terza soluzione: rompere il Pd. Per Peppino Caldarola, ex direttore de l’Unità, stavolta Renzi ha la possibilità di fare una cosa realmente di sinistra, una vera e propria mossa del cavallo.

Caldarola, domani tocca al Pd. Apparentemente gli schieramenti sono due. Quello principale fa capo a Renzi ed è intransigente: al governo non si va.

No, infatti. Né si tratta su alcuna formula, governo di scopo compreso. La scelta di non appoggiare Salvini o Di Maio è la diretta conseguenza di una campagna elettorale voluta in contrapposizione ai “populismi”. Insomma, si sta all’opposizione.

Che ne pensa, da anti-renziano qual è?

La posizione di Renzi ha una sua lucidità e non credo che l’ex intenda correggerla. E il no di chi ha perso le elezioni e fa opposizione candidandosi nel tempo a diventare maggioranza. Una riproposizione del ruolo degli sconfitti tipico dello schema maggioritario, come si era delineato agli albori della seconda repubblica.

E dall’altra parte?

Dall’altra parte c’è una corrente dialogante, fatta di due forze aperturiste, sulle posizioni della quale convergono anche ex esponenti di LeU e altri pezzi della sinistra: mettere all’opposizione Salvini e dare una chance a M5s sottoponendogli delle richieste irrinunciabili.

Chi c’è in queste forze?

Emiliano e Franceschini da un lato; i non-più-renziani come Martina, Delrio e Orlando dall’altro. Qui prevale la tattica: nessuno ci chiede niente, perché dobbiamo dire di sì? Però, se il capo dello Stato ci chiede di collaborare, non si vede perché dobbiamo dire di no… Il fatto è che queste due parti dialoganti hanno il terrore di essere sospinte a un’opposizione che non sono più capaci di fare. Il problema, ovviamente, si pone per un altro verso anche per Renzi.

Dice sul serio?

Certo. Nel Pd non sanno letteralmente più come si fa. Sei capace di stare all’opposizione se conti qualcosa nella società, ma se hai smarrito il rapporto con la gente, lo stare all’opposizione è fine a se stesso.

Ci sarà un confronto nel partito?

Me lo auguro. Difficile prevederlo. In ogni caso sarà questo lo scontro letale: aperturisti contro renziani. Renzi ha un vantaggio: la sinistra non può andare al governo anche quando perde le elezioni. Se accadesse, confermerebbe nell’opinione pubblica l’immagine di essere una forza establishment-governante, il bastone si cui si appoggiano tutti.

Stare all’opposizione però non garantisce da sé una risalita nei consensi.

Assolutamente no, innanzitutto perché il Pd non ha ancora fatto una vera discussione post-voto. Se la facesse dovrebbe dire la verità: che per ricostruire un partito serio, che va al governo con il voto popolare, possono volerci anni.

Anni in cui fare che cosa?

Una re-immersione nella società, che riguardi sia la tutela dei deboli, sia l’invenzione di una democrazia interna più partecipata. Il contrario del renzismo.

Renzi è in grado di guidare la traversata nel deserto oppure cederà alle pressioni di Berlusconi, che in queste ore sono incessanti?

Renzi è l’unico nel Pd che non ha interesse a cedere, perché se lo fa viene bruciato. Chi ha vinto le elezioni e governa scaricherebbe sul Pd tutte le difficoltà di un esecutivo M5s-Pd o di un esecutivo di scopo.

Dunque la scelta di Renzi paga.

Paradossalmente è la posizione più di sinistra che c’è in questo momento. Poi, che cosa ne voglia fare lui, è un altro discorso.

Proviamo a immaginarlo. Un regolamento di conti? Un suo partito? 

Stando all’opposizione conquisterà molto più consenso al Pd di quanto ne abbia adesso. Tranne quello di chi ritiene, e non sono pochi, che in fondo i 5 Stelle sono una costola della sinistra.

Il Pd potrebbe spaccarsi?

No, perché la componente “collaborazionista” non ha gli attributi per fare la scissione. Non ha un vero leader.

Un’alternativa renziana potrebbe anche essere quella di aspettare il fallimento di Di Maio e appoggiare un governo di centrodestra. Troverebbe pur sempre l’amico Berlusconi.

Ma insieme a Berlusconi sosterrebbe Salvini, regalando alle prossime politiche altri due milioni di voti a M5s. Il Pd deve fare la mossa del cavallo: dire che sta all’opposizione, parlamentare ma prevalentemente sociale, nel paese, per operare un cambiamento radicale.

Con quali obiettivi?

Bisogna rifare tutto. Pd, Leu e le altre sigle dovrebbero sciogliersi e chiamare tutto il popolo della sinistra a fare delle proposte.

Un vero congresso.

Più di un congrsso: un passaggio traumatico come accadde con la svolta della Bolognina. Venne gestita male, ma quell’evento, nella sua drammaturgia, fu l’occasione irripetibile per rimettere uomini e donne al centro di una storia che sembrava averli condannati. Il Pd deve ricominciare da capo.

Nel frattempo, i “collaborazionisti” sapranno resistere alle pressioni di Mattarella?

Penso che sarà Mattarella a non chiedere l’harakiri al suo partito.

(Federico Ferraù)

Sorgente: SCENARIO/ Patto Renzi-Mattarella per salvare il Pd (rinunciando a Di Maio)

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