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Napoli, la sinistra ferita alla ricerca di un’idea – Strisciarossa

Il luogo dell’espiazione post tsunami elettorale della sinistra napoletana (o almeno di ciò che di essa rimane) è uno spazio virtuale. Per essere precisi, la bacheca social di Antonio Bassolino, che nel Venerdì di passione si lascia andare a riflessioni buie come quel cielo a mezzogiorno di cui parlano i Vangeli. “La notte del 4 marzo è stata molto dolorosa per tutte le forze di centrosinistra e di sinistra, nessuna esclusa. Ma il dopo voto – scrive l’ex governatore – è perfino più triste: nessuna seria riflessione critica, posizionamenti interni, incapacità di parlare al Paese. Tutto continua come e peggio di prima. Ma anche per una resurrezione terrena e politica serve invece una vera sofferenza, un cammino di verità, un credere in qualcosa che susciti speranza”.

Il post (molto a tema con il periodo) dell’uomo che per più di trent’anni ha rappresentato la Sinistra a Napoli e in Campania, e che da circa dieci si è caricato l’ingrato compito di coscienza vigile e critica, è la scintilla che, nel giro di poche ore, fa divampare l’incendio. Decine di commenti, analisi, riflessioni.

Foto di Ella Baffoni

Perché è vero, sarà anche difficile individuare un luogo fisico, un domicilio certo, uno spazio – lavacro nel quale intonare il cupio dissolvi e dal quale ripartire, ma quella che un tempo si sarebbe chiamata l’”intelligenza collettiva”, almeno in riva al golfo, non è ancora dispersa del tutto. Certo, devi seguirne i rivoli, individuarne le invisibili scie che si lascia dietro, i mille minuscoli torrentelli in cui si è frazionata e che vorrebbero tanto buttarsi nel fiume per ingrossarlo e condurlo trionfalmente al mare, ma trovano solo pianure secche. Distese aride.

Le stanze chiuse della sinistra napoletana sono quelle dei circoli del Pd con gli striscioni elettorali arrotolati, oppure i ritrovi di LeU messi a disposizione da Sinistra Italiana, nei quali i compagni si guardano smarriti, smozzicando poche, sconsolate parole. E anche Bassolino, che si trova suo malgrado a gestire l’unico centro di discussione politica ancora aperto in città, la Fondazione Sudd, può poco di fronte a questa metafisica abulia, diventata ormai un dato culturale.

Subito dopo il voto, a cadavere ancora caldo, anzi caldissimo, ha convocato per esempio un’assemblea che a qualche compagno con i capelli bianchi ha ricordato certe riunioni del Comitato Federale del Pci nella storica sede di via dei Fiorentini, che avevano l’orario d’inizio, ma potevano durare anche tutta la notte. E la mattinata successiva. Ne sono sortite tre ore e mezza di discussione appassionata, ma alla fine l’elemento, l’unico in pratica, che i giornali hanno colto è stata la “disponibilità”, manifestata prima dal presidente del Pd napoletano, Tommaso Ederoclite, e subito dopo ribadita dal segretario Massimo Costa, a “riaprire le porte” del partito all’ex governatore. Il quale tuttavia le porte se le era chiuse lui alle spalle, sbattendole, e non viceversa.
Però il dibattito c’è stato. Con l’amichevole e ironico rabbuffo del sindacalista Andrea America al padrone di casa: “Va a finire che la colpa è proprio di Bassolino: ha allevato la peggiore classe politica della storia di Napoli, visti i risultati”. Oppure con la curiosità mista a sorpresa del notaio Tino Santangelo, già presidente di Bagnolifutura: “I 5Stelle hanno cavalcato la democrazia dei social, è come se avessero agguantato il futuro prima di noi”.

Si butta sull’analisi dei flussi Guido D’Agostino, docente della Federico II e presidente dell’Istituto campano di studi sulla Resistenza “Vera Lombardi”: “La redistribuzione del voto è avvenuta nello stesso bacino elettorale di cinque anni fa e questo fa pensare che nel giro di cinque anni, i prossimi, il risultato potrebbe essere ancora una volta rovesciato”. Già, ma come? Il professore ha pochi dubbi: “Costruendo la casa comune della sinistra”.

Marco Rossi Doria, invece, “caduto” pure lui come tutti gli altri candidati nel maggioritario (collegio di Chiaia), rivela: “Non mi ero mai illuso di vincere, anche perché incontravo per strada i miei ex alunni che mi dicevano: ‘Prufesso’, ve vulimme ‘bbene, ma ve site mise cu ‘e sciem’”.


Dal centro a Bagnoli, Osvaldo Cammarota, già assessore delle giunte Valenzi, oggi consigliere di municipalità, vede pure lui opportunistici tentativi di riposizionamento in atto: “Per ora, l’atteggiamento prevalente è la testa sotto la sabbia, in attesa di capire cosa accadrà. E’ evidente che si continua a sottovalutare la pericolosità del momento. In realtà, la crisi è molto più profonda di quanto racconti il risultato elettorale. E’ crisi di modelli, di progetto. Il Pd, la sinistra, perdono perché non sanno più cosa sono. Il caso Bagnoli è esemplare, sotto quest’aspetto: l’epifenomeno del fallimento del sistema pubblico e, in esso, della scarsa cultura e capacità di governo dimostrata della sinistra nell’intero Mezzogiorno. Questo territorio è stato teatro di conflitto tra livelli istituzionali che hanno brandito pretese di dominio sul suo destino. Anche nei brevi periodi in cui la filiera istituzionale era interamente governata dalla sinistra, più che pensare alle nuove opportunità di utilizzo del territorio, abbiamo assistito a manifestazioni di “individualismo proprietario” da parte di singole istituzioni di governo, una triste storia che agita ancora i protagonisti dei giorni nostri”.
Da Bagnoli (ex Italsider) ad Acerra (termovalorizzatore e Terra dei fuochi), altro luogo simbolo espugnato dai populismi. Al foyer del Teatro Italia assemblea affollata, con Pietro Folena a introdurre il dibattito sul nuovo numero di “InfinitiMondi”, bimestrale della sinistra campana con le prime analisi sul voto. Tommaso Esposito, già candidato a sindaco per Sinistra Italiana, ha fatto campagna elettorale per LeU: “Come scalare una montagna. Eppure è da qui, dalle battaglie per il territorio che deve ripartire il cammino. Con un lavoro lunghissimo: sono un cinquantenne, è difficile che la mia generazione riesca a completarlo”. Tanti interventi anche qui: rabbia, delusione, passione, speranza.

La diagnosi più feroce è però di Francesco Esposito, giovanissimo attivista di LeU: “Diciamoci la verità: ma perché un giovane, nato alle soglie del 2000, assolutamente spoliticizzato, avrebbe dovuto preferire la sinistra (o le sinistre) al Movimento 5 Stelle?”.

Tira le fila Gianfranco Nappi, già segretario regionale dei Ds, deputato, e assessore con Bassolino a Santa Lucia, oggi direttore editoriale della rivista: “Dentro questo voto ci sono tante cose. Ma di sicuro una: così come, nella stagione del ’92/’93 il voto ai Sindaci seppe esprimere in modo diffuso e forte la volontà di distaccarsi da un sistema di potere in crisi verticale, così ora, il voto del Mezzogiorno esprime una domanda di liberazione e di autonomia da un sistema politico-istituzionale locale di nuovo percepito come pesante e invadente. La differenza è che agli inizi degli anni ’90 gli eredi del Pci furono gli interpreti di questa domanda di cambiamento. In questo voto gli eredi, residui, di quella storia sono invece individuati come i protagonisti di una politica ridotta a tecnica di potere, massimamente in Campania, e il 4 marzo chiude così la parabola con la loro sostanziale e definitiva scomparsa”.

Sorgente: Napoli, la sinistra ferita alla ricerca di un’idea – Strisciarossa

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