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Macron: il Monti francese e gli scioperi dei lavoratori

didi Lorenzo Battisti per Marx21.it

In poco tempo i lavoratori francese stanno subendo la stessa cura subita dagli italiani negli ultimi anni. Privatizzazioni, lotta ai dipendenti pubblici e ai pensionati, elitizzazione dell’istruzione. Gli scioperi hanno dato una prima risposta alle manovre di Macron.

Macron, il Monti francese

Per gli italiani dovrebbe essere facile capire quello che sta avvenendo in Francia. Se si volessero riassumere questi primi due anni di presidenza Macron, si potrebbe dire che sta somministrando alla Francia la stessa cura che è stata data all’Italia negli ultimi dieci. E se si volesse essere ancora più sintetici, lo si può descrivere come un Monti francese.

La sua figura infatti nasce dalla crisi del sistema politico francese: dopo due presidenti (Sarkozy e Hollande) che si sono alternati al potere senza alcun cambio di politica economica e sociale, i francesi, stanchi della disoccupazione crescente e delle condizioni sociali deteriorate, hanno deciso di scegliere chi era fuori dai giochi e si presentava come uomo nuovo. In questa crisi del bipolarismo francese, come avvenuto anche nel nostro paese, la finanza ha deciso di intervenire direttamente con un proprio uomo, al fine di cogliere l’occasione di riformare in profondità il sistema politico e sociale francese. E come Monti, Macron non è interessato ad essere rieletto, e il fatto che oggi sia già più impopolare di Hollande non lo interessa: una volta finito il mandato sarà ricoperto d’oro dal mondo che lo ha inviato a fare il lavoro sporco.

La ragione di questo accanimento è semplice: come avevamo segnalato due anni fa, il saggio di profitto delle imprese francesi è inferiore a quello dei concorrenti europei, in particolare dei tedeschi, che hanno saputo sfruttare la crisi per guadagnare posizioni nella lotta contro i lavoratori. In Francia è avvenuto il contrario: pur subendo sconfitte, i lavoratori sono riusciti a difendere le proprie posizioni, e hanno limitato l’avanzata della controparte padronale, sia in termini di salario, di condizioni di lavoro che di stato sociale. Ora è il momento di riguadagnare la competitività perduta e di sprofondare i lavoratori francesi nel baratro in cui sono già caduti i loro compagni europei.

Macron ha appreso dalle esperienze dei governi precedenti: invece di fare la riforma del codice del lavoro l’ultimo anno, quando il governo era indebolito, l’ha proposta subito dopo l’elezione, facendola approvare per decreto (quindi senza il voto del parlamento) durante l’estate. In sostanza ha riscritto da solo il codice del lavoro francese, senza che nessun altro organo elettivo si sia pronunciato. Un blietzkrieg immediato, subito dopo la sua elezione: eletto a Maggio, entrato in carica a Giugno, per il 22 Settembre la legge era firmata.

Potrei non raccontarvi cosa contiene la legge; lo sapete già da soli. Come quella italiana inverte l’importanza dei contratti nazionali e di quelli d’impresa, pone un limite al risarcimento in caso di licenziamento illegittimo, abolisce molti criteri per la selezione dei lavori usuranti al fine di tutelare i lavoratori, una grande flessibilità in termini di orari e di organizzazione del lavoro tutta in mano al padronato, normalizzazione del lavoro notturno e nei fine settimana, vantaggi per le multinazionali nel licenziare lavoratori francesi.

In sostanza Macron ha inserito tutti i punti che Hollande era stato costretto a ritirare a causa degli scioperi. È interessante notare come il Front National, che rivendica la sua vicinanza a quelli che stanno “in basso”, ha attaccato la legge perché darebbe ancora più potere ai sindacati. Mentre Mélenchon, il terzo populista insieme alla Le Pen e Macron uscito vincitore dalle elezioni, ha deciso di convocare una propria manifestazione di protesta alternativa a quelle dichiarate dalla CGT, indebolendo evidentemente queste mobilitazioni e mettendosi in concorrenza con i sindacati, accusati di non aver saputo difendere i lavoratori negli ultimi anni. Gli scioperi guidati dalla CGT sono continuati e continuano tutt’ora contro l’applicazione della legge.

Primi passi nella privatizzazione delle ferrovie

Ora Macron è passato ad occuparsi delle ferrovie francesi. Prendendo a pretesto la direttiva europea sulla concorrenza nel settore ferroviario (che però non richiede esplicitamente la privatizzazione delle ferrovie pubbliche), ha deciso di trasformare le ferrovie francesi (la Sncf) in una società per azioni, che ha quindi l’obiettivo di fare profitti e non quello di fornire il migliore servizio agli utenti francesi e alle merci del sistema produttivo.

Questo fa seguito a due decenni di riforme portate avanti dai socialisti e dalla destra, che hanno umiliato e licenziato i lavoratori, tagliato gli investimenti, diminuito la sicurezza, alzato i prezzi. Ma che, a causa della resistenza dei sindacati, non erano ancora riuscite a privatizzare la società. Ora si cerca il colpo finale: trasformare la società in Spa è il primo passo per la quotazione in borsa o per fare entrare i privati. Oppure per vendere a pezzi la società, sul modello inglese della Thatcher. Inutile dire che tutto questo, come successo da noi, andrà a scapito delle linee e degli orari non profittevoli: il piccolo paesino, o il centro industriale fuori dai grandi agglomerati urbani, vedrà sparire il servizio, e come l’Italia, anche la Francia è costituita di paesini e piccoli centri. Davanti al calo del servizio, questo verrà sostituito dal trasporto su gomma, che intaserà la rete viaria e che creerà un surplus di inquinamento e incidenti stradali di cui non si sentiva il bisogno.

Una ripercussione forte ci sarà sullo statuto dei dipendenti delle ferrovie, che passerebbero quindi dall’essere dipendenti pubblici a dipendenti privati. Da un lato questo rappresenterebbe un peggioramento delle loro condizioni salariali e di lavoro. Ma avrebbe ripercussioni anche sulla sicurezza: lo statuto dei ferrovieri, sancito e garantito dallo stato, indica anche uno stretto regolamento sulla sicurezza, a tutela dei passeggeri, che sparirebbe con il passaggio al privato, ove varrebbe solo il contratto firmato, magari con agenzie interinali.

Anche questa riforma, come le altre, non passerà dal Parlamento. Seguendo i dettami della Costituzione francese, il Presidente può ricorrere all’articolo 49-3 tutte le volte che lo ritiene necessario: questo gli consente di legiferare direttamente senza alcun vaglio o approvazione dei deputati.

Stessi metodi per la scuola, dove ha attuato una controriforma atta alla professionalizzazione (una sorta di scuola-lavoro sul modello della buona scuola di Renzi) e ha inserito la selezione all’entrata delle università. Inutile dire che quelli che seguiranno la professionalizzazione della scuola, saranno gli stessi che non riusciranno quindi ad entrare all’università. E saranno gli stessi che verranno dai quartieri poveri. E che finiranno infine vittime della riforma del lavoro che li relega a lavori temporanei, mal pagati, senza garanzie.

La reazione dei lavoratori

Le politiche di Macron hanno provocato la reazione dei sindacati francesi, ben al di là di quanto si attendeva.

L’attacco portato ai ferrovieri infatti va al di là della privatizzazione. L’obiettivo è piegare la federazione più combattiva dei sindacati, quella che in passato, con i suoi blocchi, è riuscita a mobilitare il paese e a bloccare le riforme dei governi. Lo scontro con i ferrovieri ha quindi lo stesso valore di quello contro i minatori per la Thatcher o quello contro i controllori di volo per Reagan.

È stato quindi chiaro che la riforma non toccava solo i lavoratori delle ferrovie. In caso di vittoria toccherebbe poi agli altri dipendenti pubblici. Per questa ragione, lo sciopero del 22 Marzo, convocato dai ferrovieri a cui hanno aderito anche gli altri lavoratori pubblici è stato molto partecipato. Oltre 500’000 persone hanno sfilato per il paese, chiedendo la fine delle riforme di Macron.

Davanti al rifiuto del governo di bloccare la riforma e di procedere anche questa volta per decreto, i ferrovieri hanno deciso di aprire una stagione di lotta duratura: è stato convocato uno sciopero continuativo fatto di 2 giorni di sciopero a settimana fino a fine giugno. Inoltre sono scesi in sciopero anche i lavoratori di Airfrance (per un aumento salariale del 6% contro l’1% proposto dalla società), gli elettricisti e gasisti, e i lavoratori del ciclo dei rifiuti (che chiedono, in linea con i ferrovieri, la creazione di una società nazionale unica, di proprietà pubblica, e quindi l’estensione dello status di dipendenti pubblici). Infine si sono mobilitate scuole e università, che sono stato oggetto di una forte repressione: all’Università di Montpellier, il preside di una facoltà occupata ha guidato un manipolo di picchiatori che hanno sgomberato la facoltà a suon di bastonate, negando poi l’entrata alla polizia per nascondere le prove dell’aggressione.

Gli scioperi sono sostenuti dalla sinistra francese, a partire dai comunisti fino a quel che rimane del Partito Socialista.

Lo sciopero di questa settimana sembra altrettanto partecipato, con le stazioni francesi trasformate in silenziosi garage per treni, mentre le strade sono intasate da auto che cercano di recarsi al lavoro. Al contrario di quanto si aspettava il governo, le mobilitazioni stanno raccogliendo il sostegno della popolazione. Alcuni sondaggi mostrano che il sostegno perché le ferrovie restino pubbliche è in crescita, passando in due settimane dal 42% al 46%. Dopo decenni di privatizzazioni e liberalizzazioni, il clima sta cambiando.

La fine del programma della Resistenza

Ormai da diversi decenni, da quando non esiste più il mondo sovietico, l’obiettivo della confindustria locale è chiaro ed esplicito: disfare il programma della Resistenza, scritto durante l’occupazione dal Consiglio Nazionale della Resistenza, e poi realizzato (sebbene non in toto) nei decenni successivi. Macron è l’uomo su cui hanno puntato tutto per riuscire finalmente a realizzarlo: uno di loro, che condivide gli stessi valori e obiettivi, sceso in campo per dare il colpo finale alla Resistenza e alle resistenze dei lavoratori; un non politico che non deve essere rieletto.

Il programma che prevede Macron è una società pienamente classista, in cui i mestieri migliori, come gli studi superiori, sono riservati alla parte abbiente della società e a qualche meritevole proveniente dalle classi inferiori. Per gli altri rimarrebbe la condizione di precari sotto pagati, pronti a tutto pur di arrivare a fine mese. Anche a questo mira la creazione di un reddito di base, per tutti, che si sostituisca all’attuale disoccupazione e al reddito di cittadinanza. In questo modo creerebbe un esercito di riserva, mantenuto al minimo della sopravvivenza, pronto a fare pressioni sulla classe lavoratrice tutte le volte che questa si organizza. Un esercito di riserva che sarebbe anche una massa di manovra in campo politico, poiché questi, per il proprio stato sociale, sono difficilmente organizzabili dalle organizzazioni storiche del movimento operaio (sindacato e partito), e potrebbero quindi essere scagliate contro di essi, visti come privilegiati. Uno scorcio di ciò si è già visto l’anno scorso nelle manifestazione contro la Loi Travail di Hollande, o alla manifestazione parigina del 22 Marzo, dove migliaia di giovanissimi anarchici e del blocco nero (per lo più proveniente dalle periferie povere e probabilmente precari) hanno attaccato per ore il corteo sindacale favorendo la repressione della polizia contro di esso.

Questo governo pone una sfida anche ai sindacati francesi, in particolare alla Cgt, che non è immune da processi degenerativi simili a quelli dei sindacati italiani. Infatti le mobilitazioni fatte negli ultimi decenni, sebbene grandi e combattive, si sono sempre fermate prima di arrivare a bloccare il paese, vera arma contro padronato e governi. Su questa decisione pesa l’adesione della Cgt alla Confederazione Europea dei Sindacati, casa europea tanto della Cgil che della Cisl. Il fine quindi diventava quello di organizzare, tramite le mobilitazioni, un’opposizione politica al governo in carica: in sostanza l’obiettivo degli scioperi era elettorale. Questa volta la sfida è andare oltre: un governo che non mira alla rielezione, è insensibile alla minaccia elettorale sospinta dalle mobilitazioni.

Riteniamo di dover dare la massima solidarietà ai lavoratori francesi nella difesa della loro condizione lavorativa e dei servizi pubblici. La resistenza che stanno opponendo ci è sconosciuta in Italia, e un suo esito favorevole potrebbe essere la scintilla che permette un’inversione di tendenza anche nel nostro paese.

Sorgente: Macron: il Monti francese e gli scioperi dei lavoratori

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