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L’industria bellica israeliana ha prodotto migliaia di profughi – Vijay Prashad – Internazionale

Il 2 aprile il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si è tirato indietro da un accordo con l’Agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite (Unhcr). L’intesa avrebbe determinato il destino di 42mila africani – in gran parte provenienti da Eritrea e Sud Sudan – che vivono in Israele.

L’Unhcr avrebbe trasferito 16.250 rifugiati africani in paesi occidentali come Canada, Germania e Italia. In cambio, Israele avrebbe concesso uno status legale temporaneo a un numero equivalente di profughi. Il 2 aprile, però, Netanyahu ha dichiarato che l’accordo era ormai morto.

Negli ultimi anni il governo israeliano ha inviato numerose notifiche di respingimento agli africani, che sono stati messi davanti a una scelta difficile: accettare una modesta cifra e trasferirsi in Ruanda o Uganda, oppure essere incarcerati in Israele per il resto della vita. Tra dicembre 2013 e giugno 2017 quattromila eritrei e sudsudanesi residenti in Israele sono stati trasferiti in Ruanda e Uganda in base a questo “programma di rimpatrio volontario”.

Nel 2009 Israele si è arrogato il diritto di scegliere chi dev’essere considerato un rifugiato

Quando sono arrivati in Ruanda e Uganda, però, hanno scoperto che non esisteva alcun accordo. Non hanno ricevuto documenti di soggiorno né alcuno strumento per adattarsi alla loro nuova vita. La promessa era un’imbroglio. Anziché tornare in Eritrea e Sud Sudan, i migranti hanno cominciato a spostarsi verso la Libia, a nord, per poi tentare la pericolosa traversata del Mediterraneo.

Israele fa parte dei firmatari della Convenzione sui rifugiati dell’Onu del 1951, di conseguenza deve rispettare le regole della Convenzione e fornire un rifugio sicuro ai profughi. Ma non è stato così. Nel 2009 Israele si è arrogato il diritto di scegliere chi dev’essere considerato un rifugiato. Da allora, il governo israeliano ha riconosciuto come rifugiati soltanto otto eritrei e due sudsudanesi. Tutti gli altri, secondo Netanyahu, sono “infiltrati”.

Nel frattempo il governo non ha nemmeno preso in considerazione le dodicimila richieste d’asilo presentate dagli eritrei e dai sudsudanesi. C’è un motivo per cui Israele ha ignorato le richieste: i richiedenti asilo provenienti da Eritrea e Sud Sudan presentano un alto tasso di accettazione della domanda in base ai numeri degli altri paesi (84 per cento per gli eritrei e 60 per cento per i sudsudanesi).

Il carcere per gli africani è considerato il più grande centro di detenzione di migranti al mondo

Gli africani sono stati chiusi nel carcere di Saharonim, nel deserto del Negev, o sono stati ospitati nelle aree più povere a sud di Tel Aviv. Il carcere è stato costruito nel 2012 per accogliere gli africani ed è considerato il più grande centro di detenzione di migranti al mondo. I detenuti hanno protestato spesso contro la loro incarcerazione e le condizioni di vita all’interno del carcere.

Gli scioperi della fame sono molto comuni. Eppure in nessun momento ai detenuti africani è stato concesso d’incontrare un funzionario del governo. Le istituzioni carcerarie israeliane hanno utilizzato gli scioperi come pretesto per negare ai detenuti qualsiasi concessione, come per esempio la possibilità di consumare il cibo in cella.

Razzismo
Israele ha un problema serio. I nuovi dati demografici mostrano che la popolazione dei territori che vanno dal fiume Giordano al mare è divisa quasi in parti uguali tra israeliani e palestinesi. Il parlamento ha analizzato questi dati lunedì scorso. Cosa significano per lo stato ebraico?

La soluzione dei due stati è stata compromessa dall’aggressiva politica degli insediamenti di Israele in Cisgiordania e dall’annessione di ampie aree di Gerusalemme Est, e all’atto pratico Israele/Palestina è un unico stato con una popolazione equamente divisa tra palestinesi e israeliani. Le leggi, però, trattano i palestinesi e gli israeliani in modo molto diverso.

Non c’è da stupirsi se Israele è considerato quasi universalmente come uno stato di apartheid. La segregazione come condizione sociale evidenzia il comportamento delle persone nei confronti di quelli che vengono percepiti come “stranieri”. Gli africani non devono essere integrati nello stato di Israele, anche se molti parlano fluentemente ebraico, perché non sono bianchi e non sono ebrei. È l’essere neri e non-ebrei che li distingue.

Uno stato di apartheid è uno stato in cui vengono costruite barriere sociali per negare ad alcune persone l’esercizio dei propri diritti. Le politiche di apartheid di Israele nei confronti dei palestinesi plasmano inevitabilmente l’atteggiamento del governo verso i profughi africani: sono accettabili se si fermano per brevi periodi e fanno lavori sottopagati, ma sono assolutamente inaccettabili se cercano di ottenere i documenti necessari per restare nel paese.

Israele in Africa
A metà marzo il ministro della difesa israeliano Avigdor Lieberman ha visitato il Ruanda. In vista del suo viaggio, i funzionari della difesa israeliani si sono recati nel paese per vendere armi e tecnologia militare. In Ruanda sono arrivati il Direttorato per la cooperazione per la difesa internazionale di Israele e i funzionari dell’industria degli armamenti (Elbit Systems, Israel Aerospace Industries, IMI Systems, Soltam Systems), per firmare accordi per la vendita di armi dal valore complessivo sconosciuto.

Secondo l’Istituto internazionale di ricerca per la pace di Stoccolma (Sipri), le vendite di armi da parte di Israele nel continente africano sono aumentate esponenzialmente, con una crescita del 70 per cento tra il 2015 e il 2016 (ultimi dati disponibili). Tra le apparecchiature vendute ci sono droni, sistemi di comunicazione, fucili d’assalto, cannoni e veicoli corazzati. Tra i paesi che hanno comprato da Israele figurano Angola, Camerun, Etiopia, Nigeria, Ruanda e Senegal.

In ogni caso si tratta soltanto della punta dell’iceberg. Esiste un altro aspetto relativo alla vendita di armi da parte di Israele sul continente africano. Lo stato ebraico vende armi in Sud Sudan, sia ai ribelli sia al governo. L’arma più diffusa in Sud Sudan è il fucile Micro Galil ACE di fabbricazione israeliana (conosciuto nello stato dell’Alto Nilo come Galaxies), venduto da Israele prima e durante il terribile conflitto che ha stravolto il paese.

Nel 2016 un gruppo di esperti delle Nazioni Unite ha presentato un rapporto molto critico rispetto al ruolo dei commercianti d’armi israeliani ed europei nel conflitto. Il rapporto ha evidenziato che i fucili israeliani ACE sono stati consegnati alla milizia Mathiang Anyoor, responsabile per lo scoppio della guerra nel dicembre del 2013. Israele non ha collaborato con l’Onu per rintracciare i fornitori di armi.

In sostanza Israele contribuisce ad alimentare la devastazione in Sud Sudan. Questo caos ha prodotto una delle più ampie migrazioni del mondo, con 2 milioni di profughi. Una piccola parte di queste persone ha affrontato con coraggio il viaggio attraverso il Sudan e l’Egitto, fino a Israele. L’industria israeliana delle armi ha guadagnato sul loro dramma. Ora i profughi sono rinchiusi in prigione o minacciati di deportazione. La causa produce l’effetto, che nega la causa.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questo articolo è uscito su Alternet.

Sorgente: L’industria bellica israeliana ha prodotto migliaia di profughi – Vijay Prashad – Internazionale

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