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L’ambiguità di Trump e il rebus di Berlusconi | Rep

Eugenio Scalfari

Bisogna ricordare che Trump alterna alcune parole che a volte sembrano sfiorare una speciale tendenza semi-dittatoriale con altre invece di coraggiosa saggezza. Tutta la lunga contesa con il Messico dimostra un evidente aspetto del suo protezionismo economico e di sconclusionata dimostrazione di militarismo del tutto dannoso. L’attacco contro Assad e il suo terrorismo contro la povera gente è un segnale estremamente pericoloso.

Assad però gode dell’appoggio politico e in parte anche militare di Putin. In questo caso Trump ha reagito con moderata forza e con i mezzi dei quali l’America dispone per colpire impianti pericolosi evitando al massimo di fare vittime, in collaborazione con Francia e Regno Unito. In questo caso è evidente che la coraggiosa saggezza ha avuto la meglio su un carattere molto umorale. Del resto un’analoga duplicità di carattere Trump l’ha dimostrata nella vicenda delle due Coree. Anche lì è stato da un lato pericolosamente audace, dall’altro intelligentemente moderato favorendo un intervento cinese sulla Corea del Nord e dal canto suo influenzando la Corea del Sud che è sotto il protettorato degli Usa. Fino a quando il risultato dei due interventi non ha prodotto un fatto estremamente significativo: le due Coree hanno cessato per un periodo di qualche settimana le loro rivalità anche militari e infine si è prodotto tra le parti in causa una sorta di contratto d’amicizia sia pure limitato allo sport.

Non c’è molto da stupirsi perché l’America ha conosciuto molto spesso Presidenti che hanno di frequente oscillato tra il buon governo e una durezza deprecabile. Talvolta furono le stesse persone con questa doppia propensione, ma a pensarci bene essa è diffusa in quasi tutti gli uomini che abitano il globo. Sembrano tutti uguali. Costruiti con la stessa pasta e con pochissime variabili caratteriali, delle quali si possono accorgere soltanto i familiari e i più stretti amici ma non gli altri. Mi ha sempre stupito ricordare due detti biblici. Il primo dice: “Iddio vi ha creato a sua immagine e somiglianza”; il secondo dice: “Ama il prossimo tuo come te stesso”. L’uomo è una specie animale e che Dio lo abbia creato a sua immagine e somiglianza non sembra un detto biblico ma una sorta di bestemmia in forma di barzelletta. Quanto al discorso sul prossimo, è più saggio ma la parola prossimo è molto indefinibile e se si interpreta in modo letterale significa che devi amare come te stesso quello che ti sta vicino mentre di chi sta lontano e quindi non è prossimo te ne puoi allegramente infischiare. Ricordo queste cose per dire che il carattere tipico degli umani, quale che sia il loro livello sociale, la loro povertà o ricchezza, la loro sessualità più o meno accentuata, è tradito nel suo vero significato da questi motti pseudoreligiosi.

Naturalmente quando si parla di personalità che occupano posizioni di potere queste contraddizioni che sono in ciascuno di noi, nell’uomo potente che spesso compare sulle televisioni e sui giornali, hanno larga influenza che può operare in due modi opposti l’uno all’altro: può cioè fare dell’uomo potente un simbolo al quale ispirarsi oppure un simbolo da odiare, avversare e possibilmente buttar giù dal potere che detiene. Alcune di queste personalità nel corso del tempo e fino ad oggi si sono comportate in modi adeguati per suscitare adesione e simpatia; altre invece, probabilmente influenzate dal proprio carattere, hanno fatto esattamente il contrario suscitando appunto una collettiva antipatia. Trump è una di queste figure tipiche.
L’uomo nella sua natura è un vero miracolo, sempre eguale e sempre diverso. Quando è potente, quando dirige un’azienda, un Comune, un partito politico o addirittura uno Stato, questa sua doppiezza nel bene e nel male si riflette su molti altri e suscita rispetto e ammirazione oppure odio e conflitto. Così è la vita.

Scrivo anche oggi il mio consueto articolo domenicale ed era ovvio che il caso Trump ne fosse l’inizio. L’Italia non possiede armi di quella forza. Naturalmente siamo stati tutti bene informati dai mezzi di comunicazione del nostro Paese di quello che stava avvenendo nella guerra di Siria. Ma noi siamo sprovvisti di quegli strumenti militari e non abbiamo alcun modo di intervenire come mediatori. Del resto siamo in questo momento influenzati ampiamente dagli eventi politici sociali ed economici di casa nostra.

Di Maio e il suo partito Cinque Stelle (non è più un Movimento ma un vero e proprio partito) non hanno voglia di stipulare un’alleanza con la destra guidata dalla Lega di Matteo Salvini. Tuttavia un’alleanza è pur necessaria. Il Movimento di Grillo alle elezioni politiche del 2013 ha superato il 20 per cento. In queste più recenti del 4 marzo scorso il partito Cinque Stelle è nettamente aumentato incassando oltre il 32 per cento. Ma dopo il successo elettorale si tratta di ragionare su gruppi e alleanze.

Nelle normali democrazie che ci sono in Europa e in America, lo schieramento classico è una destra costituzionale e una sinistra altrettanto costituzionale. La prima rappresenta i conservatori e la seconda i progressisti. Al centro e alle ali estreme possono esistere delle piccole formazioni che hanno più un’influenza simbolica che vera e propria, salvo il gruppetto del Centro il quale si sposta dall’una e dall’altra parte secondo la valutazione che gli elettori fanno di come sono stati nel periodo della precedente elezione. Qui da noi dopo le elezioni di marzo la destra c’è ma non è compatta come vorrebbe essere: alla guida c’è Salvini della Lega, che ormai però è diffusa in quasi tutta Italia, e in stretta alleanza con Salvini c’è Meloni (più o meno intorno al 4 per cento) infine, teoricamente sempre nella stessa alleanza di destra, c’è Forza Italia di Silvio Berlusconi. Ho detto più volte e lo ripeto oggi che Silvio è un autore attore, scrive il testo della commedia e poi lo recita e recitandolo lo impersona e lo rende più divertente ma anche più efficace.

Questa è la destra, poi c’è la sinistra che è fatta dal Partito democratico e da quelli che ne sono usciti fondandone un altro che si chiama Liberi e Uguali. Ha preso il 3,4 per cento alle elezioni di marzo e per di più è diviso al suo interno.

Il Pd ha avuto per tre o quattro anni il 40 per cento del corpo elettorale andato a votare e questo fu l’obiettivo che Renzi conquistò ma poi perse dopo la batosta del referendum costituzionale. Molti scontenti o delusi sono andati a votare scheda bianca oppure hanno contribuito al risultato dei Cinque Stelle.

Considerando questa situazione è evidente che Di Maio guida un partito di centrosinistra perché il grosso che è affluito nei Cinque Stelle proviene dal Pd e questo è quanto.
Ora Di Maio vorrebbe allearsi con Salvini ma non con Berlusconi. Non riescono però a mettersi d’accordo per la semplice ragione che ciascuno dei due, Salvini e Di Maio, pretende di essere il nuovo presidente del Consiglio che Mattarella dovrà individuare e nominare ottenendo anche l’approvazione delle due Camere. Salvini più Di Maio superano il 50 per cento del voto elettorale e tuttavia questo obiettivo è difficile da realizzare perché a quel punto la sinistra è ridotta al minimo e quindi non conta niente. Può rappresentare un’opposizione con il 19 per cento, quindi di fatto una vera opposizione non esisterà, il che è un serio danno per una democrazia parlamentare.

Il presidente Mattarella sta proprio riflettendo su questa situazione che si è in parte delineata sulla base di un accordo programmatico tra Salvini e Di Maio ma nel concreto non si realizza perché inciampa nel desiderio che entrambi hanno manifestato di assumere la guida del governo. Mattarella ha consultato i partiti per due volte di seguito e adesso si è preso qualche giorno di ulteriori meditazioni.

Nel frattempo però l’Italia non è priva di un governo, sarebbe ovviamente impossibile. Il governo è quello di Gentiloni, dimissionario per le necessarie conseguenze di una votazione e per il fatto che il partito che sostiene il governo Gentiloni è esattamente quel Pd ridotto più o meno al 20 per cento. Le dimissioni formali di Gentiloni sono state ovviamente accettate da Sergio Mattarella il quale lo tiene in carica come avviene in casi del genere per l’ordinaria amministrazione in attesa che il nuovo governo possa sorgere. Ma non sorge affatto. Vedremo chi dei due Salvini-Di Maio cederà all’altro la posizione di capo del governo, in realtà il vero impaccio non è questo ma piuttosto la natura di centrosinistra e quella di destra dei due che si contendono la carica più importante della politica. La destra vincerebbe rispetto alla sinistra.

È vero che se Forza Italia di Berlusconi viene sommata a Salvini e Meloni arrivano al 35 per cento e quindi superano il 32 di Di Maio ma lo superano con Berlusconi dal quale ci si può aspettare tutto e il contrario di tutto: non è certo di sinistra Berlusconi, ma neppure di destra. Berlusconi è Berlusconi. Personalmente l’ho conosciuto molto bene, anzi eravamo amici perché lui non si occupava affatto di politica ma di edilizia e aveva contatti amichevoli col Comune di Milano. Ho descritto a suo tempo la casa di Arcore e il grande pianista Fedele Confalonieri che oltre alle sinfonie suonava canzonette francesi che Berlusconi cantava. Sono tempi di oltre quarant’anni fa dopodiché lui entrò in politica e il nostro rapporto si ruppe completamente, ma ho citato questi precedenti per dire che lui appunto è un autore attore e ci si può attendere qualunque sua mossa.

Il che vuol dire che la destra guidata da Salvini non è al 35 ma è al 21, più o meno numericamente equivale al Partito democratico. Il che significa che dal punto di vista numerico Di Maio potrebbe allearsi con il Pd chiedendo di presiedere il governo al posto di Gentiloni, conservando Gentiloni come ministro degli Esteri e alcuni dei ministri attuali, estremamente competenti ciascuno nel suo settore e mettendone dentro altri che provengono dai Cinque Stelle.

È molto probabile che il presidente Mattarella accoglierebbe con favore questa soluzione ed è altrettanto probabile che il Partito democratico a cominciare da Gentiloni l’accetterebbe. In tal modo l’Italia avrebbe una democrazia parlamentare classica: una sinistra che in questo caso governa e una destra che ha la forza di poter fare l’opposizione. Salvo il rebus Berlusconi che può decidere di occupare il centro e non sarebbe una soluzione sbagliata.

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