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Il paese del conflitto congelato | il manifesto

Transnistria. Incontro con il ministro degli esteri della repubblica in visita in Italia, principale paola d’ordine “modernità”

Nel 1990, nel bel mezzo del processo di disgregazione dell’Unione Sovietica, una regione dell’ex Repubblica Socialista Sovietica di Moldavia (dal 1992 Repubblica di Moldavia), contraria al crollo dell’Urss, proclamò unilateralmente la sua indipendenza come Repubblica Moldava di Pridniestrovie. Si tratta di una striscia di terra a confine tra Moldavia e Ucraina, ad est del fiume Dnestr, meglio nota in Italia con il nome di Transnistria. La Moldavia non accettò l’indipendenza e nel marzo 1992 scoppiò una guerra tra le forze armate moldave, sostenute dalla Romania, e quelle dei separatisti, appoggiate dalla Russia. La Pridnestrovie rappresentava un’area strategica sia per la produzione che per ragioni geopolitiche, in questa zona era presente infatti uno dei maggiori depositi di armi dell’Unione Sovietica. Nel conflitto giocò un ruolo fondamentale la 14ª Armata Sovietica che era di stanza proprio in Transinistria e che non permise all’esercito moldavo di riconquistare il territorio.
La guerra si concluse con un cessate il fuoco nel luglio 1992 ma non fu mai firmato un accordo di pace, sulla carta la regione appartiene ancora alla Moldavia. Da allora la pace viene garantita dalla presenza in Pridnestrovie di forze di interposizione russe, che assicurano una situazione di sicurezza alle frontiere con circa 1.400 soldati. Lo chiamano frozen conflict, conflitto congelato. La Transnistria, popolata da circa mezzo milione di abitanti di diverse etnie, continua a non essere riconosciuta dalla comunità internazionale, ciò nonostante espleta le sue funzioni di Stato de facto: ha un governo, una propria moneta (il rublo della Pridnestrovie) anche se non riconosciuta dai circuiti internazionali, un proprio esercito, un inno nazionale, ospedali, scuole e università. La partita diplomatica è ancora aperta e si gioca all’interno dei negoziati guidati dall’Osce.
C’è chi ne ha sentito parlare solo attraverso il romanzo di Lilin «Educazione siberiana», chi ritiene rappresenti l’ultima repubblica sovietica, chi la descrive come un Paese fantasma in cui dilaga la corruzione e chi ancora la accusa, senza prove, di essere al centro di traffici internazionali di armi e di esseri umani. In pochi la conoscono ma i giudizi e i cliché non mancano.
LA DELEGAZIONE
Se nelle fabbriche e nelle strade sembra si respiri ancora un’atmosfera da socialismo reale, le narrazioni anacronistiche e intrise di malinconia per il passato sovietico di certo non aiutano a comprendere un Paese che, tra difficoltà e contraddizioni, è proteso verso lo sviluppo. Le informazioni che arrivano in Occidente sono poche e spesso inattendibili; proprio per ribaltare questo ritratto stereotipato e contrastare la cattiva fama, a gennaio una delegazione della Transnistria è venuta in visita ufficiale in Italia.
«Credo che negli ultimi 27 anni abbiamo dimostrato di poter costituire uno Stato indipendente. Abbiamo resistito armi in pugno e siamo sopravvissuti a un’aggressione militare dove sono morti centinaia di nostri concittadini. Abbiamo difeso il diritto di vivere sulla nostra terra e abbiamo sviluppato le nostre potenzialità sul piano produttivo. L’Unione Europea è uno dei nostri partner economici più importanti». A parlare è il ministro degli esteri della Pridnestrovie, Vitaly Ignatiev, incontrato a Roma in occasione dell’inaugurazione della Casa dell’Amicizia Italia – Pridnestrovie. «Non ho molti ricordi dell’Unione sovietica, avevo dodici anni all’epoca del conflitto armato e, ovviamente, questo terribile evento è avvenuto a causa del crollo dell’Urss. Gli abitanti della Pridnestrovie hanno salvaguardato molti aspetti sociali dell’Unione sovietica anche se non c’è una vera e propria nostalgia di quel periodo».
FALCE E MARTELLO
Apparentemente in questo piccolo Paese, riconosciuto solo dall’Ossezia del Sud e dall’Abkhazia, tutto sembra essersi fermato al 1989. Il Parlamento nella capitale Tiraspol si chiama ancora Soviet Supremo e per le strade non mancano monumenti dedicati a Lenin e simboli sovietici. Persino nella bandiera nazionale rossoverde campeggiano ancora la falce e il martello; unico esempio al mondo. In realtà, come ha spiegato il ministro «quando esisteva l’Unione Sovietica c’erano un’ideologia e un partito ma ora non c’è niente di tutto questo. Sul piano umano gli abitanti della Pridnestrovie sono dei cittadini sovietici proiettati nella modernità e molti di loro hanno mantenuto gli aspetti positivi dell’homo sovieticus, ma questo non riguarda il profilo politico. Ad esempio i partiti comunisti ufficiali non riscontrano molto successo. Dopo il crollo dell’Urss, nella Moldavia è stato al potere il partito comunista ma guarda caso si sente parlare più spesso della Transnistria come Stato socialista».
La Pridnestrovie, a volte descritta con una troppo facile ironia come «il Paese socialista che non c’è», non fa parte della Wto (World Trade Organization) ma negli ultimi 30 anni è riuscita comunque a concludere diversi accordi economici, integrando la logica del libero mercato con un forte controllo statale. Nelle fabbriche in cui producono imprenditori stranieri, ad esempio, lo Stato mantiene sempre una partecipazione pubblica. Al tempo stesso bisogna considerare che l’ex presidente Smirnov, con la sua Sheriff, l’azienda più importante del Paese, è presente in ogni settore del mercato (comunicazione, sport, petrolio e edilizia) ed è accusato di influenzare la politica interna.
Dal 2016, inoltre, la Transnistria è entrata a far parte della Dcfta (Deep and Comprehensive Free Trade Area) tra Ue e Moldavia. «Purtroppo possiamo commerciare col mondo tramite un sistema limitato sul piano legale – ha spiegato Ignatiev – i nostri agenti commerciali lavorano tramite aziende temporanee costituite in Moldavia e ciò permette di certificare la produzione e rispettare gli standard europei. Sono più di 10 anni che abbiamo questo tipo di equilibrio; tutto ciò permette di avere una certa stabilità e di far aumentare la nostra produzione. Ovviamente, sappiamo che un eventuale riconoscimento del nostro Paese permetterebbe di eliminare queste limitazioni nel commercio». Yuri Kara, membro della delegazione e presidente del Consiglio comunale dei Deputati del popolo della città di Bender, ha spiegato che «molti imprenditori italiani sono venuti a produrre da noi: Prada, Dolce & Gabbana, Gucci. Lo scorso anno abbiamo avuto delle questioni legate alle tasse con una fabbrica importante in cui lavorano migliaia di nostri cittadini e i cui proprietari sono italiani. Si trattava di alcuni milioni di dollari. Non siamo molto ricchi ma abbiamo trovato un accordo affinché potessero salvare gli investimenti ed i posti di lavoro. Questo dimostra che tutti coloro che vivono nel nostro Stato, al di là della loro etnia e della loro nazionalità, possono contare sugli stessi diritti».
Abbiamo chiesto al ministro quale sia la sua idea di socialismo e come venga applicata nei principali settori della società. «La Pridnestrovie ha mantenuto gli aspetti migliori dell’eredità sovietica – ha sottolineato Vignatiev -, il rispetto per le persone, per le differenti culture e per le varie lingue ed etnie. Questi sono i principi su cui si è cementificata la nostra società. Pensiamo che queste radici siano ancora più profonde rispetto all’Urss, poiché la Transnistria fa parte del cosiddetto mondo russo. Abbiamo stabilito un orientamento sociale dell’economia e le nostre riforme economiche prestano particolare attenzione ai settori meno protetti e più deboli della società: i pensionati, gli invalidi, i reduci di guerra ed i sopravvissuti al disastro di Chernobyl. Dal punto di vista dell’economia di mercato potrebbero sembrare dei soldi spesi invano ma queste sono le nostre persone, sono quelle che meritano il rispetto e i diritti. La sanità e l’istruzione sono gratuite. Anche in momenti di crisi come ora e con deficit di budget, stiamo sviluppando dei progetti sociali. Tutti coloro che hanno una casa hanno diritto a mille metri cubi di gas gratuiti all’anno. Amiamo vantarci del fatto che lavoriamo sotto un impulso ideologico, sicuramente ci muove il nostro senso di patriottismo e il rispetto verso la nostra storia».
Il riconoscimento dell’indipendenza rimane dunque una priorità? Risponde Vigniatev: «Negli ultimi 27 anni si è formata una nuova generazione di abitanti della Transnistria che non ha conosciuto il periodo sovietico, né ha vissuto insieme alla Moldavia. Svolgiamo costantemente delle ricerche sociologiche in questo senso e posso affermare che i giovani si sentono a pieno titolo cittadini della Pridnestrovie. Al tempo stesso, molti di loro hanno anche altri passaporti oltre a quello del nostro Paese, ad esempio moldavo (circa 30%), russo (circa 30%), ucraino (circa 30%). Questa nuova generazione crede nel suo Paese e nel suo futuro, per questo è difficile capire perché la comunità internazionale si ostini ad attaccare questa repubblica sovietica. L’Urss è crollata, sono cambiate le cartine, sono comparse decine di nuovi Stati. Nel mondo esistono molti precedenti di riconoscimento di Stati indipendenti. Se la comunità internazionale dovesse continuare ad avere dubbi ci renderemo disponibili ad organizzare un referendum con degli osservatori internazionali. La maggioranza dei nostri abitanti aspira all’indipendenza. Questo è il modo più semplice per regolamentare il conflitto, riconoscendo de iure ciò che esiste de facto. Quasi 30 anni sono abbastanza per poter guardare al futuro con la giusta sicurezza».
È inusuale ascoltare un ministro degli esteri porre così chiaramente l’accento sulle relazioni sociali e sugli individui. Il dialogo è continuato, grazie al supporto di un interprete ma Vignatiev si è smarcato elegantemente dalle domande che hanno riguardato la politica internazionale. Ha preferito non esprimere un giudizio su Putin, lo considera però un politico popolare in Pridnestrovie (dove vivono circa 220mila cittadini della Federazione russa) e negli altri Paesi dello spazio post sovietico e crede abbia una sua popolarità anche nei Paesi europei.
Nessun parere, invece, su Trump. Non si è sbottonato nemmeno quando si è parlato del conflitto in Donbass e del futuro delle Repubbliche Popolari, il precario equilibrio diplomatico del suo Paese non glielo permette. L’impressione però è che ci sia una certa empatia nei confronti degli indipendentisti di Lugansk e Donetsk. «Riteniamo che ogni conflitto sia una tragedia e vorremmo che in Ucraina ci fosse la pace e la stabilità. Nel nostro territorio – ha proseguito Vignatiev – c’è una missione di pace che esiste da più di 25 anni, composta da diverse nazioni che si sono anche confrontate in armi: Russia, Moldavia e Pridnestrovie. Dal 1998 ci sono 10 osservatori dall’Ucraina, è un esempio di cooperazione per salvaguardare la pace e la sicurezza». Il Ministro però ha sottolineato come recentemente, a causa di un accordo tra Moldavia e Ucraina, sia in atto un tentativo di blocco commerciale ai danni della Transnistria e di rallentamento del transito dei suoi cittadini al valico di frontiera tra Pervomaisk e Kuchurgan. «È una delle questioni che sta maggiormente ostacolando i processi di pace in questo momento». Vignatiev ha fatto notare come la situazione politica Ucraina stia producendo effetti negativi.
IN VIAGGIO
Lo sguardo comunque rimane rivolto principalmente verso la Russia. «È il nostro partner strategico (secondo New Eastern Europe nel 2014 circa il 93% del Pil della Pridnestrovie veniva garantito, direttamente o indirettamente, dalla Russia ndr). Le nostre leggi vengono armonizzate con la legislazione russa da più di 10 anni. Il sistema educativo è uguale a quello della Federazione russa e lo stesso avviene anche in altre sfere».
L’obiettivo del viaggio in Italia è quello di intensificare i rapporti commerciali e culturali con il nostro Paese; la delegazione ha incontrato diverse realtà imprenditoriali interessate ad aprire dei canali con la Pridnestrovie. «Esistono già degli ottimi rapporti con l’Italia dal punto di vista del business. Finora è stato l’unico tipo di contatto, vorremmo invece sviluppare legami anche dal punto di vista culturale e sociale. Dobbiamo continuare a impegnarci per modernizzare il nostro comparto industriale. Abbiamo un apparato produttivo molto sviluppato che interessa i Paesi europei; produciamo metallo, cemento, macchinari ed energia ma abbiamo anche industrie leggere nel campo del tessile». Non sono mancati i contatti istituzionali ha assicurato il Ministro: «Ovviamente abbiamo preso contatti con esponenti del governo italiano ma per non creare situazioni scomode non lo abbiamo fatto pubblicamente. Vorrei sottolineare che l’Italia da qui a qualche settimana entrerà a far parte dei colloqui di pace tra noi e la Moldavia e ci auguriamo che la sua presenza porti buoni risultati».
L’inaugurazione di una Casa dell’amicizia rientra tra le iniziative che la Pridnestrovie sta portando avanti sul piano comunicativo. L’incontro è avvenuto a Roma, nel quartiere di San Lorenzo, presso la sede di Patria Socialista, l’organizzazione politica che insieme al Ministero degli affari esteri della Transnistria ha costituito l’Associazione culturale Italia – Pridnestrovie. Igor Camilli, presidente dell’associazione, ha dichiarato: «Abbiamo dato vita a questa organizzazione perché volevamo far conoscere in Italia l’esperienza politica, umana, sociale ed economica della Pridnestrovie, una repubblica dove il lavoratore ha ancora un ruolo centrale.
Uno dei primi obiettivi sarà quello di creare un tour operator per organizzare viaggi a tema». Vignatiev ha rinnovato l’invito a visitare il suo Paese per constatare di persona come vive il suo popolo: «Da tempo la Pridnestrovie è aperta al turismo e non è giusto dire che ci dobbiamo aprire perché in realtà non siamo mai stati chiusi a questa possibilità. Molti avevano paura di venire da noi perché non sapevano realmente cosa accadesse, tutto ciò fa parte di una guerra mediatica contro di noi che si sviluppa anche sul piano della comunicazione. Possiamo sfatare questi miti solo attraverso l’informazione. Siamo stati diffamati, la Transnistria è stata descritta come un buco nero dove avvenivano traffici di armi. Probabilmente i nostri detrattori si sono dimenticati che il nostro Paese non si trova nell’oceano, siamo tra la Moldavia e l’Ucraina e quelle forze che hanno cercato di colpevolizzarci hanno prima di tutto colpevolizzato loro stesse. Dal 2005 ai nostri confini lavora la missione europea che controlla le nostre frontiere e che ha potuto constatare che non esiste nessun tipo di contrabbando e di affare poco chiaro. Il flusso di turismo cresce costantemente».
In realtà, sul turismo c’è ancora da lavorare, la volontà del governo però appare netta: non attrarre più solo visitatori nostalgici del socialismo reale ma investimenti. Il tempo in Pridnestrovie non si è fermato affatto.

Sorgente: Il paese del conflitto congelato | il manifesto

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