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I prigionieri del nuovo | Rep

M5S e Lega si rimangino i Vaffa e parcheggino le ruspe: hanno l’onore e l’onere di indicare la rotta alla luce del sole

Cosa vogliono i “vincitori”? È passato un mese esatto dal voto del 4 marzo, che ha traghettato l’Italia dal bipolarismo al “bipopulismo”, e nessuno sa dire “dov’è la vittoria”. Il primo che dovrebbe spiegare come si esce dalla palude dell’ingovernabilità è Luigi Di Maio. Ma non lo fa. Smaltita la sbornia del 33%, svaporati i fumi della propaganda, l’autocandidato premier pentastellato ha un dovere preciso. Lo ha nei confronti dei cittadini e delle istituzioni: archiviare la tattica e indicare la strategia. La “mossa” con la quale ha anticipato l’avvio delle consultazioni al Quirinale è un’offesa al buon senso e al buon gusto. Risponde ancora una volta agli entusiasmi infantili da campagna elettorale che permeano ormai da un mese l’atteggiamento dei Cinque Stelle, chiamati invece a una vera prova di grande maturità politica.

“Spero di incontrare presto i leader di Pd e Lega” lo può dire un passante per strada, non il capo di una forza ormai trasformata a tutti gli effetti nel primo partito del Paese, che dunque ha la responsabilità di gestire la fase e non di aspettare che gli “altri” bussino alla sua porta con il cappello in mano. “Propongo un ‘contratto di governo’ al Pd e/o alla Lega” lo può dire l’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini o il Cetto Laqualunque di Antonio Albanese, non un leader che si candida a guidare una grande nazione con una forte piattaforma culturale e politica. Evocare il modello tedesco significa non sapere di cosa si sta parlando. Cdu e Spd hanno una tradizione collaudata di governi condivisi. E il laboriosissimo negoziato di sei mesi, che ha portato alla stesura del “Koalitionsvertrag”, un programma di 177 pagine in 14 capitoli, non ha nulla a che vedere con quella sparuta dozzina di punti messi giù alla rinfusa dai Cinque Stelle.

Per quanto si vogliano ritenere liquide le società moderne e logore le ideologie novecentesche, Pd e Lega non sono equivalenti. Finché dura, il partito democratico resta aggrappato ai valori del socialismo europeo. Al contrario, il partito di Salvini sembra risucchiato dai rancori del sovranismo di Orban. E allora se Di Maio ipotizza un governo indifferentemente con l’uno o con l’altro, ci sta dicendo che non ha alcuna idea di Paese, perché il Movimento è il “nulla” dal punto di vista identitario. E se poi ribadisce che il suo “contratto di governo” vale solo a condizione che il Pd si liberi di Renzi e la Lega scarichi Berlusconi, allora ci sta dicendo che fa solo un po’ di “ammuina” sulla pelle degli italiani.

È chiaro che nel Partito democratico la stagione del renzismo va superata (magari senza fughe avventurose verso i soliti “oltre”, che incantano sempre la sinistra reduce dai suoi ciclici disastri elettorali: stavolta la suggestione pare Macron, nonostante sia alle prese con la protesta sociale più devastante che la Francia abbia mai conosciuto). È ancora più chiaro che nel centrodestra la manomorta del berlusconismo va archiviata (magari a prescindere da improbabili riabilitazioni giudiziarie e da impossibili “rilegittimazioni” politiche). Ma sono processi che non può decidere Di Maio. Per questo, stavolta, hanno ragione Martina a considerare “irricevibile” la sua proposta, e Giorgetti a replicare che M5S vende una fregatura, cioè “un contratto alla tedesca con un tradimento all’italiana”.

Oggi sale al Colle la delegazione leghista, domani tocca a quella pentastellata. Il presidente della Repubblica chiede giustamente “proposte concrete per dare al Paese un governo all’altezza”. Almeno con Mattarella, Salvini e soprattutto Di Maio non possono sottrarsi. Illustrino con chiarezza qual è il disegno, se ce n’è uno. Sono già d’accordo per costruire una maggioranza insieme, magari negoziando un disarmo bilaterale sulla premiership? Lo dicano. Vogliono provare autonomamente, prima uno e poi l’altro, a cercare in Parlamento i tanti voti di qualche anima persa che gli mancano per governare, rimangiandosi i tonitruanti anatemi contro il trasformismo? Lo dicano. Vogliono giocarsi l’Italia a duello tornando al voto in autunno, previo l’ennesimo “scalpo” del taglio ai vitalizi e l’ennesimo tentativo di correggere il Rosatellum? Lo dicano.

Prigionieri del troppo “nuovo” a buon mercato che hanno promesso, Di Maio e Salvini non possono finire impaniati nei soliti riti della Prima Repubblica. Hanno l’onore e l’onere di indicare una rotta al Paese, alla luce del sole. Si rimangino i Vaffa, parcheggino le ruspe: il tempo dell’opposizione, libera e irresponsabile, è finito per sempre.

Sorgente: I prigionieri del nuovo | Rep

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