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Governo, le consultazioni partono tra i veti. Salvini: no a Di Maio premier

Al via domani il primo giro al Quirinale: il Movimento insiste per guidare l’esecutivo. Ma il centrodestra spinge per Salvini

di Monica Guerzoni

ROMA — Nello studio alla Vetrata del Quirinale, lo stesso da cui il presidente della Repubblica si rivolse agli italiani per il discorso di fine anno, Sergio Mattarella aprirà domani le consultazioni con i partiti. Il primo «sondaggio» per la formazione del governo durerà due giorni, con le forze politiche chiamate a salire sul Colle più alto in ordine di peso elettorale: da Fratelli d’Italia (domani alle 18.30), al Movimento 5 Stelle (giovedì alle 16.30). In assenza di un accordo, il capo dello Stato potrebbe lasciar passare alcuni giorni per far decantare la situazione e poi procedere a un secondo giro di colloqui. (Qui il pezzo di Marzio Breda sul metodo che Mattarella seguirà).

Oggi pomeriggio a Montecitorio ci sarà l’assemblea congiunta dei gruppi pentastellati, per confermare una linea che è sempre quella dal giorno della vittoria elettorale: Luigi Di Maio candidato a Palazzo Chigi. L’ex vicepresidente della Camera è pronto per «la sfida più importante», che per il capo politico dei pentastellati è «formare un governo rispettando la volontà popolare».

Il problema è quale governo, visto il braccio di ferro sulla premiership che lo contrappone da settimane all’altro vincitore delle elezioni, Matteo Salvini. Il quale, a quanto raccontano i fedelissimi, mai cederà al pressing di Di Maio per guidare lui il governo. I due comunque si vedranno. Ieri girava la voce di un incontro imminente, ma i rispettivi entourage rimandano alla prossima settimana. Quindi le consultazioni partiranno al buio, senza un’ipotesi di accordo sul tavolo.

Il veto dei 5 Stelle taglia al momento fuori Forza Italia, la cui delegazione, composta da Mariastella Gelmini, Anna Maria Bernini e forse anche da Antonio Tajani, sarà guidata da Silvio Berlusconi. L’ex premier è presidente del partito e quindi, nonostante sia un condannato in attesa di riabilitazione, toccherà a lui giovedì alle 11 affidarsi alla «saggezza di Mattarella». Questa in estrema sintesi la posizione degli azzurri: poiché il centrodestra è la prima coalizione, l’ambizione di Salvini di fare il premier è legittima. Perché non un governo Di Maio? «È quasi impossibile che Forza Italia lo appoggi», stoppa l’ipotesi Renato Schifani. Per la capogruppo Gelmini si apre «una settimana decisiva per le sorti dell’Italia», in cui per dare un governo al Paese bisognerà partire dalla coalizione che ha vinto, ma «senza forzature e senza veti». Lo stesso leitmotiv intona la presidente Bernini: «Né veti, né soluzioni confuse e costose per il Paese». Come il voto anticipato, che Forza Italia assolutamente non vuole. Sarebbe «una soluzione sterile» anche per Federico Fornaro (Leu), presidente del Misto a Montecitorio: «Con il Rosatellum ci sarebbero in ballo al massimo 25-30 seggi, insufficienti a determinare una maggioranza stabile».

Toccherà a Salvini, atteso al Colle giovedì alle 12 con Giancarlo Giorgetti e Gian Marco Centinaio, mediare con Di Maio e, al tempo stesso, tenere unito il centrodestra. Al presidente della Repubblica i vincitori dovranno dire se davvero c’è tra loro un’intesa per formare un governo e chi, nei loro piani, dovrebbe andare a Palazzo Chigi. Se l’enigma non sarà sciolto nemmeno con un terzo nome, Mattarella potrebbe non affidare alcun incarico esplorativo e dare ai partiti qualche altro giorno, per svolgere le loro assemblee e poi tornare al Quirinale con le idee più chiare.

Il partito più dilaniato è il Pd, che non trova un punto di equilibrio tra la linea renziana dell’Aventino e la tentazione di un dialogo con il M5S. Il reggente Maurizio Martina, dopo aver sentito tutti i leader del partito, entrerà nello Studio alla Vetrata giovedì alle 10 con Matteo Orfini, Graziano Delrio e Andrea Marcucci e confermerà la linea della direzione nazionale: «Abbiamo perso e staremo all’opposizione». Unica concessione di Martina, per tenere insieme l’ala di Renzi con la fronda «governativa» di Franceschini, Orlando, Emiliano, è l’apertura a un governo di scopo.

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