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Donne in carcere/(non una di meno)-A-Rivista Anarchica

Abbiamo chiesto a Carmelo Musumeci qualche informazione sulla detenzione “al femminile”. E in particolare sulle ergastolane. Temi dei quali si parla molto poco. Ci ha inviato queste due schede, che aprono una conoscenza, una riflessione, una solidarietà.
Illuminare anche anfratti di vite e sensibilità sepolte vive: questo è uno dei compiti che si prefigge “A”. Lo facciamo anche tramite Carmelo e l’intensa attività libraria, culturale, di impegno sociale che porta avanti con generosità e fermezza, accanto alla sua condizione di ergastolano impegnato, durante i giorni feriali, fuori dal carcere, come volontario assistente di persone non normo-dotate nella Comunità Giovanni XXIII, in Umbria.
Queste due paginette a lui affidate suonano come una piccola campanella che – tra l’altro – richiami noi “fuori” a ricordarci sempre di chi sta “dentro”. Con la volontà di liberare la società dalla necessità del carcere. Che è un processo ben più complesso dell’auspicata “abolizione delle carceri”.


1. Donne in carcere/
2.285 (non una di meno)

Le donne presenti nelle carceri italiane al 31 dicembre 2016 sono 2.285 su un totale di 54.653 persone detenute. Rappresentano il 4,2 per cento del totale delle persone detenute, configurandosi dunque come popolazione marginale all’interno di un mondo prevalentemente maschile. Solo il 25 per cento delle detenute sconta la pena in uno dei quattro istituti esclusivamente femminili attualmente operativi in Italia (Trani, Pozzuoli, Roma-Rebibbia e Venezia-Giudecca), mentre il restante 75 per cento è distribuito tra le circa cinquanta sezioni femminili ricavate all’interno di carceri maschili presenti in tutte le regioni ad eccezione di Valle d’Aosta e Molise. Le donne che entrano in carcere sono comunque segnate da un contesto di grave marginalità sociale, riflesso nel tipo di reati per cui vengono incarcerate. Sono i reati legati al patrimonio, alla legge sulle droghe e i reati contro la persona quelli per i quali le donne vengono più frequentemente condannate alla pena detentiva. Questi, nel 2016, costituiscono insieme il 64 per cento del totale delle condanne. (Fonte: Assoziazione Antigone)
La vita delle donne detenute «non è un argomento che suscita particolare attenzione – ha dichiarato la Garante Desi Bruno presentando la ricerca, «neppure tra gli addetti ai lavori. La loro esiguità numerica non le ha costrette a quel trattamento inumano e degradante costituito dalla mancanza dello spazio minimo vitale. Eppure sono ingombranti, anche se la reclusione delle donne non ha una autonomia organizzativa, e vive spesso di quanto accade nel carcere maschile, dal quale riceve briciole, in termini di risorse». Piccoli numeri che, come spiega la ricerca “La detenzione al femminile”, non consentono spesso l’attivazione e la realizzazione di attività utili al percorso di reinserimento, come corsi scolastici, percorsi di formazione professionali e attività lavorativa.
«L’idea di detenzione – spiega Lisa Di Paolo, autrice della ricerca – è una, le regole detentive non hanno una caratterizzazione di genere e le modalità di operare diversamente con donne detenute sono dovute a “libere” iniziative e sensibilità dei singoli operatori. Le donne detenute sono e si percepiscono come vittime, sono e si sentono usate, non hanno una stima e una percezione positiva di sé che le spinga a comportarsi diversamente da come hanno fatto. La donna detenuta è una donna fragile nella costruzione dell’identità personale e di genere ed è in questo che ha bisogno di essere accompagnata».
Le donne chiedono di poter organizzare iniziative, attività in autonomia, gestire il tempo libero per fare qualcosa insieme, possibilità non sempre realizzabile a seconda dei regolamenti e dell’organizzazione dell’Istituto.
«Poche – aggiunge Rita Bernardini, del Partito Radicale, molto impegnata nel visitare le carceri e protagonista delle lotte radicali in materia – sono le detenute che lavorano e quelle poche (circa il 20%) sono impegnate in lavori interni al carcere perlopiù di tipo domestico. Se il carcere si aprisse alla collettività, proprio perché le donne sono poco numerose, sarebbe più facile trovare per loro lavori qualificanti spendibili all’esterno, una volta finita la reclusione e ciò si tradurrebbe in minore recidiva e quindi in maggiore sicurezza per la collettività». (Fonte: www.vita.it)

1. Donne ergastolane/
prigioniere di serie B

Si parla e si scrive poco delle donne detenute, e ancora di meno delle donne ergastolane, forse perché il carcere all’origine era nato solo per gli uomini, e storicamente una volta le donne venivano mandate in istituti di correzione, o forse perché i maschietti si vergognano un poco (solo un pochino) di tenere delle donne in prigione. Sta di fatto che nell’inferno delle nostre “Patrie Galere” le femmine sono trattate anche peggio dei maschi e da subito sono costrette a perdere la loro femminilità (che per loro è molto peggio che perdere la sessualità) perchè è molto complicato ottenere l’indispensabile per sentirsi donna. Per loro il carcere è molto più terribile che per i maschi perché varcata la porta di un carcere la prima cosa che ti dicono è di spogliarti e di fare le flessioni.
In un quarto di secolo di carcere mi sono scritto con alcune donne ergastolane. Ecco una di loro cosa mi ha scritto:
Quello che soffre di più in carcere non è il corpo ma il cuore, perché quando non ti senti amata poi è difficile che riesci ad amare. Il carcere per una donna non solo è crudele ma è anche un mondo confuso, contraddittorio che ti squarcia dentro e che ti fa sentire una vittima anche se sei la peggiore criminale di questa terra. Poi quando ti condannano all’ergastolo capisci che il tuo corpo non ti apparterrà mai più. E questo è terribilmente triste, direi terrificante. Ti confido, Melo, che spesso mi sento sola e abbandonata, a volte mi domando chi sono e perché continuo ancora a stare in questo mondo. Melo, che devo fare? Il carcere dovrebbe insegnarti il bene che non hai conosciuto, invece a me sta insegnando solo il male. E una pena che non finisce mai come potrà mai migliorare una persona? Tu come hai fatto? Io non ce la faccio. (Rita).
Al mattino, quando esco dal carcere, prendo l’autobus assieme a una ergastolana semilibera e l’altro giorno l’ho invitata a scrivere qualcosa. Questa mattina, intimidita e sotto la pioggia, mi ha passato un foglio di carta piegato in quattro, sussurrandomi: “Scusa, non sono buona a scrivere bene”:
Ciao, sono una donna di 49 anni, condannata all’ergastolo, sono detenuta dal 1988. Descrivere come si vive è molto difficile, ma si vive giorno per giorno, senza pensare che non uscirai più. Come tutti gli ergastolani, credo che ci si aggrappa alla speranza che davvero un qualcosa cambi. Se si riflette sulla pena dell’ergastolo si capisce che è uno stato in cui si fa vendetta su noi carnefici, giorno per giorno: una vita per una vita. Ma continuo a chiedermi: questa è la giustizia? Io attualmente fortunatamente sono in semilibertà, ma è dura, perché far rientro di sera con i pullman e il tempo brutto, lontano dai propri affetti… Beh, è tosta, anche a livello economico poiché mi danno 200 euro al mese, altro che le buffonate che disse in diretta tv un superiore, che dovrebbe lui davvero vergognarsi. Per chi lavora sodo, il salario dovrebbe essere giusto per tutti, visto che paghiamo tutto, e vorrei dire di fare la battaglia contro i colletti bianchi non contro chi paga. Vorrei scrivere un libro di tutta la mia vita, anche quella del carcere, ma oggi termino con queste strofe:

L’anima vive
La stella dei miei desideri va e viene,
quando sembra di averla raggiunta…
ancora una volta scompare…
portando con se quella parte migliore di me…
Aprirò lo scrigno della felicità ci troverò foto… ricordi, e tempi belli, e brutti ma vissuti intensi perché insieme…
Quante sorprese ci riserva la vita e non sai mai dietro l’angolo cosa ti riserva il destino… di certo non siamo mai noi a scegliere le cose… siamo come un rullino di un film… rideremo o piangeremo nel rivederlo?
Vivi stella dei miei desideri… vivi oggi e domani e al primo risveglio… vivi per noi… anche quando la bufera ci sbatte via… ci allontana… il cuore e la vela restano a galla senza sbiadire dal tempo.
L’anima vive, è, finché vola, il senso più bello di una libertà mai persa. (Rosa Russo)

Carmelo Musumeci

Sorgente: A-Rivista Anarchica

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