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Così l’escalation siriana può spianare la strada al governo del presidente – La Stampa

L’attacco contro Assad allontana la Lega dal Movimento 5 Stelle e da Forza Italia. Prende quota l’ipotesi di un incarico esplorativo a uno dei due presidente delle Camere

Dei quattro giorni che venerdì Mattarella ha concesso perché quei due si parlino, si chiariscano e facciano finalmente conoscere le loro vere intenzioni, le prime 24 ore sono trascorse senza passi avanti. Anzi, come conseguenza dei bombardamenti in Siria le distanze tra Di Maio e Salvini sono aumentate considerevolmente. Differenze di forma e di sostanza che rendono più problematico un governo grillo-leghista e fanno crescere le quotazioni di un esecutivo «del Presidente», con dentro tutti. Mentre il capo dei Cinque stelle ha commentato gli accadimenti siriani con un linguaggio responsabile da presidente del Consiglio in pectore, e con toni di cui al Quirinale è stata senz’altro apprezzata la sobrietà, il leader padano ha tranciato a caldo giudizi come userebbe tra amici al bar. E diversamente da Di Maio, che ha tenuto ferma la barra dell’atlantismo addirittura più del premier Gentiloni (il quale si è preoccupato di rimarcare il mancato impiego delle nostre basi), Salvini è andato giù pesante su Trump con argomenti molto graditi dalle parti del Cremlino («Attacco sbagliato, pericolosissimo, pazzesco», l’ha definito).

 

Divergenza vera

Uno di qua, l’altro di là. In qualunque altro Paese serio, i due personaggi sarebbero politicamente agli antipodi. E comunque, da nessuna parte al mondo si sognerebbero di governare insieme, senza aver raggiunto un punto di mediazione e per giunta in presenza di una crisi niente affatto destinata a esaurirsi con i missili di ieri notte. Si manifesta una divergenza vera, non aggirabile con i giochi di parole. D’altra parte, se fossero le scelte internazionali a dettare le alleanze interne, accadrebbero fatti interessanti. Di Maio, per dirne una, si ritroverebbe a braccetto con il Pd, dal quale il giudizio sui bombardamenti in Siria è stato quasi indistinguibile. Ma questa possibilità di intesa al momento viene preclusa dalla decisione «dem» di non contaminarsi coi vincitori.

 

Si vocifera che Renzi accarezzi l’idea di rinunciare all’Aventino e di tornare in campo quale «deus ex machina», però dalle sue parti non viene specificato come, né quando, né per fare cosa. Sempre usando la politica estera quale metro essenziale di giudizio, Salvini farebbe molta fatica a coesistere con Berlusconi. Il quale ieri, dopo qualche iniziale tentennamento, si è ricordato di rappresentare in Italia il Ppe e una visione occidentale. Pur senza ferire il suo vecchio amico Vladimir, e anzi rimarcando che «attacchi di questo genere dovrebbero essere prima autorizzati dall’Onu», il Cav ha fatto la sua scelta di campo. Come sempre, quando il gioco si fa duro, l’ex premier si schiera con gli alleati tradizionali. Ricapitolando: Salvini vive, sulle grandi questioni internazionali, una condizione di isolamento. Invece Di Maio (se il suo partito o Grillo non gli imporranno un dietrofront) è in vasta compagnia.

 

Né accelerazioni né rinvii

Ma ci sarà, e quando, il tanto atteso faccia a faccia? L’occasione perfetta sarebbe oggi, visto che entrambi saranno a Verona per Vinitaly (e non solo loro: Brunetta, ad esempio, è già lì per a presentare la sua produzione enologica). Però non sono previsti incontri, a riprova di una freddezza reciproca condita da sospetti di doppio gioco. Cosicché si riducono le speranze di accordi entro metà settimana, quando il presidente della Repubblica farà la sua mossa per superare lo stallo. Qualora la crisi siriana fosse degenerata in uno scontro militare tra super-potenze, Mattarella avrebbe potuto nominare di corsa un «gabinetto di guerra», come usa nelle emergenze; ma il terzo conflitto mondiale ieri non è scoppiato, fortunatamente. Dunque dal Colle non si ha notizia di accelerazioni, ma nemmeno di rinvii. Domani a Forlì Mattarella ricorderà Roberto Ruffilli, assassinato dalle Br trent’anni fa. Martedì il Parlamento discuterà di crisi internazionale, dunque una decisione arriverà probabilmente mercoledì, sotto forma di pre-incarico a uno dei due vincitori, o di mandato esplorativo (per Roberto Fico o per Elisabetta Casellati, che già si dichiara pronta). Il presidenti del Senato o della Camera sono al momento gli unici indiziati per guidare un governo istituzionale. Con gli echi delle bombe che arrivano dalla Siria, spariscono dai radar i tanti nomi di fantasia circolati finora: non è tempo di Pippo, Pluto, Minnie e Paperino.

Sorgente: Così l’escalation siriana può spianare la strada al governo del presidente – La Stampa

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