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Stato-mafia: la difesa Subranni-Mori, atto quinto-antimafiaduemila.it

di Aaron Pettinari
Paolo Bellini
? “Era una fonte del maresciallo Tempesta, con Mori non ha nulla a che fare”. Massimo Ciancimino? “Uno con la tendenza a falsificare”. Luciano Violante, Claudio Martelli, Liliana Ferraro e la dottoressa Contri? “I carabinieri vanno da loro perché sono gli amici di Falcone”. Eccoli alcuni flash della ricostruzione dell’avvocato Basilio Milio, legale degli ex ufficiali Mario Mori ed Antonio Subranni, tra gli imputati al processo trattativa Stato-mafia. Un’arringa in cui, ancora una volta, non sono mancate accuse e parole pesanti nei confronti dei pm, addirittura auspicando un intervento della Corte dei Conti per i “costi del dibattimento”. E’ anche con questi espedienti che si cerca di far passare in secondo piano l’accertamento della verità sui fatti avvenuti in quel biennio delle stragi, su cui ancora restano aperti numerosi interrogativi.

Le parole di Ciancimino
Attingendo a piene mani dalla sentenza Mori-Obinu, ancora una volta il legale dei due carabinieri è tornato ad occuparsi delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino, partendo da quei contributi che a suo dire smentirebbero la ricostruzione del figlio di don Vito. Dalla madre, che lo aveva definto come “il cagnolino” del padre, ai fratelli Giovanni e Roberto. “A Caltanissetta è stato mostrato il papello a Giovanni Ciancimino per capire se quello fosse il documento che vide nelle mani del padre – ha detto oggi Milio – ma ha detto chiaramente di no. E Roberto Ciancimino riscontra ciò che disse il padre sul contatto con gli ufficiali dei carabinieri, ovvero che gli chiesero un’opinione su quell’escalation di violenza ed un aiuto per porre fine alle stragi”. Ma i due fratelli, come aveva ricordato il pm Antonino Di Matteo durante la requisitoria, hanno detto anche altro. Al processo trattativa Giovanni Ciancimino si è avvalso della facoltà di non rispondere ma al processo Mori-Obinu riferì che “dopo circa 25 giorni dalla strage di Capaci il padre gli disse ‘questa mattanza deve finire… sono stato contattato da importanti personaggi altolocati per trattare con l’altra sponda‘ che erano i vertici di Cosa nostra”. E sempre in quel contesto gli parlò anche della trattativa e del papello.
Riguardo a Roberto Ciancimino il pm aveva ricordato che questi parlò degli interessamenti del padre in merito alla possibilità della revisione del maxi processo. “Mio padre – aveva detto in aula – mi disse che era stato contattato da due ufficiali dell’arma che chiesero cosa fosse questo muro contro muro (le stesse parole dette a Firenze dagli ufficiali dei carabinieri). Mio padre diede la disponibilità e mi disse che erano Mori e De Donno”.

I documenti
Parlando dei documenti consegnati ai magistrati da Ciancimino jr ha definito quest’ultimo come un “bugiardo”. Nella discussione ha parlato riferito dei duri giudizi del tribunale che assolse i carabinieri dall’accusa di favoreggiamento mafioso in un processo, definito dal legale di Mori, “fotocopia” di quello sulla cosiddetta trattativa. E’ noto però che i fatti contestati, rispetto a quel processo, siano ben diversi, così come si evince dal capo di imputazione. Secondo il legale nell’elenco dei documenti taroccati vi sarebbe la presunta lettera a Berlusconi scritta dal padre di Ciancimino, così come i pizzini del boss Bernardo Provenzano evidentemente redatti, per Milio, da un soggetto diverso del capomafia. “Sono scritti in un italiano perfetto – ha spiegato – a differenza di quelli a lui attribuiti con certezza“.
Sentiti al processo, i periti del Servizio centrale della polizia Scientifica di Roma, Annamaria Caputo, Sara Falconi, Maria Vincenza Caria e Marco Pagano, autori degli esami sui documenti per conto delle Procure di Palermo e Caltanissetta, dissero che quei pizzini “sono riferibili alla medesima macchina da scrivere, probabilmente portatile” pur ravvisando che vi erano “delle anomalie da usura, come alcuni allineamenti verso l’alto o verso il basso e molte di queste anomalie coincidevano”. Falso, secondo il legale, anche il papello ma su questo documento i periti hanno espresso che non vi sono segni di manomissione. Milio ha anche affrontato il tema della perquisizione a casa di Ciancimino.
E’ quest’ultimo ad aver raccontato al processo trattativa dell’esistenza di una cassaforte nella sua abitazione all’Addaura, secondo il figlio di don Vito contenente, tra le altre carte, anche il “papello”. Di quella cassaforte, però, non c’è alcuna traccia nei verbali né nei ricordi di chi prese parte alla perquisizione (la deposizione del maresciallo Migliore, o l’interrogatorio del brigadiere Rossetti e del maresciallo Lanzilao). Eppure secondo il legale quella cassaforte non c’era e sull’operato dei carabinieri non vi sarebbe alcun dubbio. E “da buttare a mare”, a suo parere, anche le dichiarazioni di dell’avvocato Giovanna Livreri o Lapis che, oltre a Ciancimino, parlano del papello “solo perché di questo gli aveva riferito il figlio di don Vito che non è credibile”.
Ma il difensore di Mori e Subrann ha anche sminuito le dichiaraizoni del pentito Salvatore Annacondia. Questi disse di aver saputo già nel settembre 1992 che erano in programma attentati contro i musei e di averne parlato anche ad esponenti della Dia di Bari nel gennaio 1993, ben prima che vi saranno le stragi di Firenze, Roma e Milano. Fatto inquietante, secondo quanto raccontato dal pentito (che parlò anche alla Commissione antimafia nell’estate 1993) è che di quelle rivelazioni non sarebbe stato fatto alcun verbale di quelle rivelazioni. Ma ovviamente questo aspetto non è stato ricordato nell’arringa dove si è voluto sminuire la coincidenza che appena due mesi prima, nel novembre 1992, aveva visto il ritrovamento di un proiettile al giardino di Boboli a Firenze.
Nel corso della discussione Milio ha poi parlato della trattativa delle opere d’arte”, che ha visto il coinvolgimento di Paolo Bellini ed il maresciallo Tempesta, affermando che il primo “non era altro che una fonte di Tempesta” e che “Mori non ha saputo dell’idea di colpire la Torre di Pisa o monumenti”.

I contatti politici
Per quanto riguarda i contatti con le autorità politiche Milio ha ricordato le parole della dottoressa Liliana Ferraro, ex direttore degli Affari Penali del ministero della Giustizia, che rispetto all’incontro avuto con De Donno disse che i carabinieri “avrebbero fatto di tutto per scoprire gli assassini di Falcone e che avevano intenzione o avevano preso contatto con Massimo Ciancimino per mettersi in contatto con il padre e vedere se voleva collaborare”. Il legale non ha però fatto riferimento alla seconda parte di quella dichiarazione in cui la Ferraro disse anche che “loro volevano un sostegno politico…in quanto si trattava proprio di un personaggio come Ciancimino..Io risposi che l’avrei fatto, anche se non c’era questo bisogno, ed anzi che secondo me dovevano parlarne con Paolo Borsellino e che io stessa l’avrei avvisato. Lui mi rispose che anche loro avrebbero parlato con il magistrato”. Le dichiarazioni di Violante sugli incontri avuti con Mori vengono bollate come “confuse” ed “incomplete” a causa del tempo ed anche quelle della dottoressa Contri sono state sminuite. Eppure la donna aveva riferito al processo che “A luglio mi ero recata a Palermo con il Presidente Scalfaro in occasione dei funerali degli uomini della scorta di Borsellino. Mori mi spiegò che stava avendo degli incontri con Ciancimino (alludendo al padre, ndr). Non mi chiese niente, alcun appoggio. E poi aggiunse: ‘Mi sono fatto l’idea che è uno dei capi se non il capo della mafia’”. Secondo la difesa di Mori quegli incontri con l’ex sindaco mafioso di Palermo dovevano ancora avvenire.

Sorgente: antimafiaduemila.it

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