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Senza città né risorse, ma la sconfitta del Califfato non è ancora la fine dell’Isis

Lo Stato Islamico non ha più uno Stato. Il Califfato, che al culmine della propria ascesa controllava un territorio esteso quanto il Belgio e imponeva le sue leggi oscurantiste su otto milioni di persone, ormai non esiste più. L’Isis ha perso il 98% del proprio territorio, e oggi si è ridotto a un manipolo di cellule sparse, presenti soprattutto in alcuni tratti della Valle dell’Eufrate. È come se avesse terminato la sua parabola, tornando alle origini. Non ha più città. Né dispone di quelle ingenti risorse (in buona parte derivanti dal contrabbando di petrolio) che lo avevano reso il movimento terroristico più ricco della storia. E nemmeno può più contare sull’agguerrita armata di foreign fighters che pareva inarrestabile. Non solo mettendo a ferro e a fuoco Siria e Iraq, ma esportando il terrore nelle città europee.

Cellule sparse
Dei 40mila jihadisti affluiti da oltre 100 Paesi nelle file dello Stato Islamico, ne sarebbero rimasti solo 3mila in Siria. L’imponente macchina mediatica attraverso cui l’Isis aveva diffuso la propria propaganda, uno straordinario strumento di reclutamento, è stata poi decimata. Insomma, la reazione, compatta, del mondo contro l’Isis non è stata rapida, ma si sta dimostrando efficace.

Prima dell’attentato di venerdì a Trebes, nel Sud della Francia, erano almeno quattro mesi che il terrorismo di matrice islamica non riusciva a colpire l’Europa. Eppure la fine del Califfato non è la fine dell’Isis, ma solo una sua metamorfosi. La sconfitta dell’Isis non rappresenta peraltro la morte della sua ideologia. Per debellarla sarebbe necessario rimuovere le cause che hanno agevolato la sua nascita e la sua espansione. Cosa che non sta avvenendo. Vero, l’Isis è molto meno pericoloso in Siria e in Iraq di quanto lo fosse prima. Ma l’Europa può ritenersi al sicuro? Che fine hanno fatto i 5mila foreign fighters partiti dai Paesi europei? Quanti ne sono rientrati? Sono una minaccia?

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Un’arma a doppio taglio
«Gli ultimi rapporti – spiega al Sole 24 Ore Lorenzo Vidino, direttore del programma terrorismo dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi) -, suggeriscono che è rientrato in Europa un numero importante di foreign fighters. Si parla di 270 elementi dalla Francia, 425 dal Regno Unito, 300 dalla Germania, un terzo del “contingente tedesco”. Molti di loro sono tenuti sotto stretta sorveglianza. Ma occorre prendere atto di una realtà: la maggior parte degli attentati che hanno colpito Europa e Stati Uniti dalla nascita del Califfato, nel giugno 2014, non sono stati compiuti da foreign fighters ma da persone, quasi tutti cittadini europei, che non sono mai state in Siria o Iraq. Certo negli attentati più letali, – 13 novembre 2015 a Parigi e 22 marzo a Bruxelles – gli attentatori erano quasi tutti soggetti che avevano combattuto nelle file dell’Isis».

Un’analisi confermata dall’International Centre for the Study of Radicalisation (Icsr). In un recente rapporto il direttore, Peter Neumann, lo evidenzia: dal maggio 2014, un mese prima che Abu Bakr al-Baghdadi proclamasse la nascita del Califfato, gli attentati in Europa, inclusi quelli sventati, sono stati più di 100. Di questi meno del 20% sono da attribuire a foreign fighters. Circa due terzi, invece, hanno visto protagonisti aspiranti jihadisti che hanno agito apparentemente soli, usando armi meno sofisticate quali coltelli, macete, camion e auto. «È logico temere i foreign fighters – continua Vidino – ma sono stati finora quelli meno problematici. In un certo senso la caduta dello Stato Islamico, e la perdita del territorio, rappresenta un’arma a doppio taglio. Crea un problema perché molti dei soggetti che sarebbero partiti per Siria e Iraq non partono più. Il Califfato era una sorta di valvola di sfogo per soggetti radicalizzati, che adesso invece sfogano il proprio radicalismo a casa».

Ci dobbiamo dunque rassegnare a questa armata invisibile di lupi solitari, imprevedibili e difficili da fermare? «Non sono molto d’accordo sul termine lupi solitari. La grande maggioranza degli attentati non sono stati compiuti da foreign fighters, si è invece trattato di soggetti che erano legati a certe filiere radicalizzate, ne erano personaggi marginalizzati, o erano soggetti in contatto, tramite la Rete, con membri dell’Isis in Siria».

Il Califfato virtuale
Internet ha sempre giocato un ruolo determinante per l’Isis. Una parte consistente delle entrate erano destinate proprio al settore informatico, al “Califfato virtuale”. Nessun movimento terrorista era riuscito ad articolare un’offerta digitale così vasta: video sofisticati, con una post-produzione da grande studios occidentali. Riviste tradotte in diverse lingue. Social media. Lo sa bene Charlie Winter, un analista dell’Icsr che monitora l’attività mediatica dell’Isis.

Nell’estate 2015 aveva conteggiato ogni settimana almeno 200 iniziative tra video, programmi radiofonici, riviste e report fotografici. Un’imponente macchina mediatica. Distrutti quasi tutti gli hub informatici dell’Isis in Medio Oriente, è come se fosse stato premuto l’interruttore “off”. Lo stesso Winter riconosce che oggi l’Isis arriva a mala pena a 20 produzioni a settimana. La propaganda su scala industriale è finita. La manodopera è ridotta ai minimi . I sempre più accurati controlli dei servizi di intelligence di mezzo mondo hanno reso molto difficile l’accesso alla rete. Per l’Isis Internet non rappresenta più uno spazio libero e sicuro, non può più usare i social media come prima, o altri facili applicazioni per condividere le informazioni. Ed è così passato agli strumenti sotterranei della Rete, perdendo però contatto con buona parte dei potenziali simpatizzanti.

L’Isis sta dunque cambiando strategia, anche dal punto di vista mediatico. Se prima la sua leadership invitava gli aspiranti jihadisti ad abbandonare le città europee per unirsi al “sogno divenuto realtà”, vale a dire il Califfato, ora sta facendo l’esatto contrario: state a casa e colpite gli infedeli. Dovunque siano. Con qualunque mezzo. Questo è il nuovo messaggio.

«Non è saggio –conclude Vidino – definire un trend solo perché da agosto non abbiamo più visto grossi attentati in Europa. Anche perché ci sono stati vari attentati sventati in Inghilterra e Francia. È trascorso troppo poco tempo dalla caduta del Califfato per trarre conclusioni. I jihadisti occidentali sembrano confusi sul da farsi. Esiste una frangia decisa a effettuare attentati per dimostrare che il Califfato c’è ancora. Ci sono elementi radicalizzati che vogliono vendicarsi». L’attentato in Francia sembra dimostrarlo.

Sorgente: Il Sole 24 ORE

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