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Renzi, dimissioni da segretario ma dopo il nuovo governo: scontro nel Pd

L’annuncio dell’ex sindaco di Firenze nel corso di una conferenza stampa al quartiere generale dem. «È ovvio che io debba lasciare la guida. La nostra è una sconfitta netta e chiara»

di Paolo Decrestina

Il passo indietro c’è, ma non immediato. La sconfitta è stata talmente «netta e chiara» che è «ovvio», lo dice lui stesso, che Matteo Renzi «debba lasciare la guida del partito democratico». L’annuncio delle sue dimissioni arriva dopo la drammatica notte elettorale che ha sancito il tonfo pd. Ma il segretario non lascia subito, solo dopo l’insediamento del nuovo governo. E la «mossa» di Renzi spacca il partito. Ma andiamo con ordine.

Gli errori

«Noi abbiamo compiuto errori: il principale è stato non capire che è stato un errore non votare in una delle due finestre del 2017 in cui si sarebbe potuta imporre una campagna sull’agenda europea», dice l’ex sindaco di Firenze. L’altro errore è stato essere stati in campagna elettorale «fin troppo tecnici, non abbiamo mostrato l’anima delle cose fatte e da fare».

Dimissioni di Renzi: da Palazzo Vecchio alla sconfitta al referendum, fino alla disfatta delle elezioni 2018
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Renzi, dimissioni dopo la sconfitta
«Tutto nasce dal referendum»

Secondo Renzi, oggi la situazione politica «è che chi ha vinto politicamente le elezioni non ha i numeri per governare, e chi è intellettualmente onesto dovrebbe riconoscere che questo problema nasce dalla vicenda referendaria. Paradossalmente si è molto discusso di personalizzazione ma non di come oggi» quelli che contestavano la riforma costituzionale «sono vittime per prime esse stesse dei loro marchingegni e della loro scelta di contestare». Ma il posto del Pd è all’opposizione: abbiamo detto in campagna elettorale no a un governo con gli estremisti e noi non abbiamo cambiato idea, non stavamo scherzando». Troppi elementi che separano i dem da Salvini e Di Maio. In particolare tre elementi , il loro antieuropeismo, l’antipolitica e l’utilizzo dell’odio verbale. Se siamo mafiosi, corrotti, impresentabili, con le mani sporche di sangue, sapete che c’è? Fate il governo senza di noi, il nostro posto è all’ opposizione… Lì ci hanno chiesto di stare i cittadini italiani e lì staremo. Il Pd è nato contro i caminetti, non diventerà la stampella di forze antisistema. Si parla spesso di forze responsabili. Saremo responsabili e la nostra responsabilità sarà di stare all’opposizione». E siccome qualcuno «ci ha raccontato una realtà fatta di sogni, il Pd è qui per dire no inciuci, no caminetti, no estremismi. Sono i tre no che ribadiamo forti e chiari». «Chi ha la forza per governare, se ne è capace, lo faccia – aggiunge – noi faremo sempre il tifo per l’Italia, ma saremo responsabili nel saper dire dei sì e anche dei no. Faremo un’ opposizione che non si attaccherà alle fake news, che non pedineràgli avversari e non si piegherà alla cultura dell’odio…», prosegue il segretario uscente.

Nessuna fuga

Per Renzi non si tratta di «una fuga». «Terminata la fase dell’insediamento del Parlamento e della formazione del governo, io farò un lavoro che mi affascina: il senatore semplice, il senatore di Firenze, Scandicci, Signa e Impruneta». Il futuro del Pd vede «un congresso che a un certo punto permetta alla leadership di fare ciò per cui è stato eletto. Non un reggente scelto da un `caminetto´, ma un segretario scelto dalle primarie». L’assemblea nazionale del Pd sarà convocata «al termine della fase di insediamento del nuovo Parlamento e della formazione del governo», conclude Renzi al Nazareno, ricordando il secco no «a un reggente scelto da un caminetto, sì a un segretario scelto dalle primarie. Lo dico con grande rispetto e amicizia ai miei amici dirigenti del Pd».

La polemica nel Pd

«Alla luce delle dimissioni del segretario Matteo Renzi, ho convocato la direzione per lunedì alle ore 15. E dopo la direzione fisserò la data di convocazione dell’Assemblea nazionale che, come previsto da statuto, dovrà recepire le dimissioni e avviare gli adempimenti conseguenti. Questo prevede il nostro statuto, che come sempre rispetteremo», spiega il presidente del Pd Matteo Orfini. Ma la decisione di dimettersi dopo la nascita del governo fa già molto discutere all’interno del partito. Il primo a parlare è il capogruppo Pd Luigi Zanda: «La decisione di Renzi di dimettersi e contemporaneamente rinviare la data delle dimissioni non è comprensibile. Serve solo a prendere ancora tempo». Secondo il senatore dem le dimissioni di un leader «sono una cosa seria, o si danno o non si danno. E quando si decide, si danno senza manovre». Serve «collegialità che è l’opposto dei caminetti» e «annunciare le dimissioni e rinviarne l’operatività per continuare a gestire il partito e i passaggi istituzionali delle prossime settimane è impossibile da spiegare». Sulla stessa linea anche la ministra per i Rapporti con il Parlamento Anna Finocchiaro: «Penso che annunciare le dimissioni, e non darle, dopo avere subito una sconfitta di queste dimensioni sia vistosamente in contrasto con il senso di responsabilità di lealtà e di chiarezza dovuti al partito, ai suoi militanti, ai suoi elettori». Precisa inveceLorenzo Guerini: «Nessuna dilazione, le dimissioni di Renzi sono verissime. Lo ha detto chiaramente in conferenza stampa, alla luce dei risultati elettorali di ieri. Il tema centrale è un punto politico: il pd è all’opposizione, in coerenza con quanto detto in campagna elettorale da tutto il Partito Democratico. E nessuna gestione solitaria dei prossimi passaggi: lunedì prossimo faremo Direzione nazionale e quello sarà il luogo e il momento per aprire una riflessione seria e responsabile sui risultati e sui prossimi passaggi».

Calenda: «Fuori dal mondo dare colpa a Gentiloni-Colle»

«Condivido in pieno la linea sul no al Governo con il M5S, non commento il percorso congressuale e il timing delle dimissioni perché non iscritto al Pd, trovo fuori dal mondo l’idea che la responsabilità della sconfitta sia di Gentiloni, Mattarella (per voto 2017) e di una campagna troppo tecnica», scrive su Twitter il ministro Carlo Calenda, commentando quanto detto da Matteo Renzi annunciando le sue dimissioni da segretario Pd. «Di fronte alla sconfitta più grave della storia della sinistra italiana del dopoguerra mi sarei aspettato una piena assunzione di responsabilità da parte di un segretario che, eletto con il 70% al congresso, ha potuto definire, in modo pressoché solitario, la linea politica, gli organigrammi e le candidature – commenta il leader della minoranza Pd, Andrea Orlando, in una nota – Invece siamo alla ormai consueta elencazione di alibi e all’individuazione di responsabilità esterne». «Da questo atteggiamento deriva la soluzione ambigua individuata, di dimissioni non dimissioni. Renzi, infatti, le annuncia ma le postdata e si riserva di renderle effettive soltanto dopo la conclusione della trattativa per la definizione degli assetti istituzionali e del nuovo governo». «Dalle sconfitte, anche quando sono annunciate e pesanti, bisogna sempre trarre insegnamento per rilanciare la propria battaglia per il bene comune. La comunità del centro sinistra esiste, è smarrita e ha bisogno di ritrovarsi e rifondarsi. Renzi punta alla sua autoconservazione, sta pensando a come rientrare in partita, non a come far rientrare il Paese in partita. Per questo finge di dimettersi», dice invece il presidente della Regione Puglia e leader di Fronte democratico, Michele Emiliano.

Sorgente: Corriere della Sera

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