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No, dottor Boeri. Il Rei non è «”un” reddito minimo». Sono briciole

Stavolta sono i numeri a parlare, a delineare come la “questione meridionale”, in Italia, è molto più di un semplice tema da promesse elettorali o da analisi post voto. A marzo il Reddito di inclusione (Rei) è stato erogato nell’oltre 70 per cento dei casi a cittadini residenti al Sud. Al primo posto la Campania; seconda la Sicilia; terza la Calabria. Oggi i nuclei beneficiari del Rei sono 110.138. Oltre 316 mila le persone coinvolte al 23 marzo 2018 per un importo medio dell’erogazione mensile di 296,75 euro. A fornire questi dati è l’Inps durante una conferenza stampa congiunta con il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali. Una goccia nel mare. O meglio, briciole – come vedremo in seguito – che però ci forniscono una prima “geografia dell’esclusione”. 

Il 72 per cento dei nuclei beneficiari, infatti, sono del Sud Italia: in totale oltre centomila persone. In Campania si è registrato l’importo medio più alto dell’erogazione mensile: 327,65 euro. Al secondo posto la Sicilia, con 24 mila nuclei raggiunti – oltre 75 mila persone – e un importo medio di 313,28 euro. Al terzo posto la Calabria, con poco più di 9 mila nuclei familiari e oltre 26 mila beneficiari. Finalmente possiamo parlare di numeri per iniziare a capire la mole del problema. E i numeri non mentono mai. Cumulando i numeri del Rei con quelle del Sia (Sostegno di inclusione attiva) e le misure regionali di contrasto alla povertà – ha spiegato il presidente dell’Inps, Tito Boeri, «abbiamo raggiunto quasi 900mila persone»:

Ora i giornali potranno titolare “Aiuti a 900 mila poveri in Italia”Boeri potrà vantarsi di aver «raggiunto la metà della platea potenziale», che ora, il problema, è solo «trovare nuove risorse» e che «in Italia un reddito minimo c’è»Gentiloni può annunciare che il suo Governo ha finalmente fornito «sostegni a persone in carne e ossa» e che «il Rei funziona». È inevitabile che sia così. Il problema è come sovrapporre a questa “geografia dell’esclusione” una reale “mappa della speranza”. Perché è chiaro che, per chi non ha un reddito, poter contare su meno di 300 euro al mese di media è sì un aiuto, ma totalmente insufficiente per uscire dalla povertà.

Leggendo questi dati e queste dichiarazioni subito sono balzate alla mente le parole di Leopoldo Grosso, vicepresidente del Gruppo Abele, che lo scorso febbraio nel seminario della Rete dei Numeri Pari “I love dignità. Reddito minimo garantito: cos’è e come si costruisce uno strumento contro diseguaglianze, mafie e povertà” ha spiegato chiaramente quali sono i limiti e le contraddizioni, più che le opportunità, del Rei.

Il Rei infatti viene riconosciuto come “diritto” ai nuclei familiari con un Isee complessivamente non superiore ai 6mila euro annui: l’assegno va da 187 euro al mese per una persona sola a un ammontare massimo di 485 euro al mese per un nucleo di 5 o più persone. La soglia di accesso per un singolo componente è di 3mila euro annui; per due componenti di 4.710; per tre componenti di 6.120; per 4 componenti di 7.380; per 5 o più componenti di 5.880 euro annui. In ogni caso l’importo complessivo annuo non può superare quello dell’assegno sociale già contemplato, se il soggetto ne era beneficiario.

Si stima che il Rei raggiungerà – a regime – 1,8 milioni di persone in povertà assoluta su 4,8 milioni stimati (da qui le parole di Boeri: «Raggiunta la metà della platea potenziale»). Il calcolo è semplice: questa misura arriverà a coprire appena il 38 per cento delle persone in povertà assoluta. Il 62 per cento dei poveri sarà quindi, ancora una volta, escluso. Guardando invece ai minori, il Rei – favorendo le famiglie con figli – raggiungerà circa 800mila under 18, circa il 60% degli aventi diritto. Il 40 per cento dei minori in povertà assoluta non sarà quindi toccato dal Rei.

Questi dati sono più che sufficienti a far emergere, in automatico, le critiche nei confronti di questa misura che va palesemente in contraddizione con la (teorica) universalità del bisogno. In secondo luogo va constatata l’insufficienza del beneficio economico che non garantisce la messa in sicurezza della famiglia, e della singola persona, e quindi della loro dignità. Per rendersene conto è sufficiente considerare come la soglia di povertà in Europa è stimata al di sotto del 60 per cento del reddito mediano, circa 760 euro a persone: il Rei per una singola persona prevede un’erogazione di appena 187 euro.

Altra criticità del Rei è relativa alla sua durata. L’erogazione è infatti prevista per un massimo di 18 mesi: se in quel lasso di tempo la persona non è riuscita a uscire dalla sua condizione di povertà il contributo potrà essere erogato per altri 12 mesi ma con una parentesi intermedia di 6 mesi in cui non viene erogato nessun beneficio economico. Un vuoto che si spiega nell’illusione che nei primi 18 mesi la situazione di indigenza possa essersi risolta.

«Il Rei – l’analisi di Leopoldo Grosso – altro non è che una “mediazione” tra un neoliberismo di ispirazione darwiniana sulla selezione naturale, quindi tagli radicali al welfare perché “i poveri si sono meritati la loro condizione”, e la concessione di un welfare caritatevole, “perché non tutti i poveri se la sono cercata, aiutiamo almeno i loro figli incolpevoli».

Di fatto, è sparito ogni approccio sui diritti delle persone. Per questo «Il Rei, camuffato da welfare dei diritti – non a caso nelle sue diciture vorrebbe arrivare a essere universale – è solo una misura selettiva che si colloca sul versante caritatevole».

Carità verso il Sud, quindi. E il tentativo di raccontarci che con una media di 300 euro al mese famiglie escluse o a rischio esclusione possano uscire, in 18 mesi, dalla propria condizione di povertà. È qui la sfida politica: guardare al Sud, al lavoro che non c’è, a un welfare caritatevole, a servizi sociali distrutti dal patto di stabilità e dalla necessità dei comuni di avere bilanci senza segni meno. E farsi una semplice domanda: in 18 mesi il “sistema” riuscirà a trovare una collocazione lavorativa almeno per quel milione e 800 mila persone che avranno diritto al Rei? Ovviamente la risposta è no. E allora, ecco un’altra domanda: una volta terminati i 18 mesi, superati i sei mesi senza alcun sussidio e i successivi 12 con i famosi 300 euro di media, cosa ne sarà di queste persone? Mettetela come volete, ma sappiate che c’è solo una risposta corretta. E possibile. Come Reddito Di Inclusione sono tre parole. Semplici. Reddito. Minimo. Garantito.

Sorgente: No, dottor Boeri. Il Rei non è «”un” reddito minimo». Sono briciole

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