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M5S e destra si spartiscono le presidenze di Senato e Camera-“Il Bolscevico”

Applicando i vecchi metodi inciuscisti del parlamentarismo borghese

M5S e destra si spartiscono le presidenze di Senato e Camera

I pentastellati votano la berlusconiana Casellati. I due politicanti borghesi Fico e Casellati esaltano e puntellano le oppressive, decadenti e squalificate istituzioni capitaliste e borghesi.

Il ducetto Di Maio è riuscito a istituzionalizzare e normalizzare il movimento che voleva aprire come un scatola il parlamento

L’ex rivale di Di Maio e capo della corrente “ortodossa” del M5S, Roberto Fico, e la berlusconiana di ferro e braccio destro dell’avvocato Ghedini, Maria Elisabetta Alberti Casellati, sono stati eletti con larga maggioranza presidenti rispettivamente di Camera e Senato alle votazioni di sabato 24 marzo, a coronamento di un accordo politico-istituzionale spartitorio tra i due “vincitori” delle elezioni del 4 marzo, il ducetto pentastellato Di Maio e il ducetto leghista Salvini. L’elezione dei due nuovi presidenti ha concluso una prima fase assai concitata e piena di colpi di scena di questa crisi politica post elettorale, che ha sancito non soltanto l’esordio del nuovo asse M5S-Lega, ma anche alcune altre importanti novità:

1) Ha stabilito in maniera netta la supremazia di Salvini nella coalizione di destra, piegando la resistenza di Berlusconi che, pur ottenendo la seconda carica dello Stato per una sua fedelissima, ha dovuto rassegnarsi a subire il gioco vincente del ducetto padano.

2) Ha completato e verificato sul campo la normalizzazione e istituzionalizzazione della creatura di Grillo e Casaleggio, entrata in parlamento per “aprirlo come una scatoletta di tonno”, e ormai diventato invece un’entità politicante del tutto simile agli altri partiti borghesi della destra e della “sinistra” del regime neofascista, tanto da adottarne in pieno gli stessi metodi inciucisti, e dimostrando anzi di padroneggiarli con estrema abilità e spregiudicatezza.

3) Ha evidenziato in maniera impietosa la crisi profonda del PD, che diviso e tenuto in ostaggio da Renzi che lo vuole all'”opposizione” a prescindere, è rimasto completamente tagliato fuori dal gioco parlamentare e sembra destinato all’irrilevanza politica.

Il braccio di ferro Salvini-Berlusconi

La partita delle presidenze era iniziata in maniera diversa da come poi è finita. Berlusconi, ancora abituato al suo ruolo egemonico del passato, si illudeva di condurre lui il gioco, con il disegno di rompere l’asse M5S-Lega e pilotarlo verso un governo del “centro-destra” con l’appoggio esterno del PD, cioè guidato se non proprio da un suo uomo come Tajani, almeno da un leghista “moderato” come Maroni o Zaia che potesse essere accettato dal partito di Renzi. A questo scopo, mentre intratteneva trattative segrete con i renziani tramite il fido Gianni Letta, che si incontrava ripetutamente con Lotti, pretendeva ostinatamente da Salvini la candidatura di Paolo Romani per il Senato, gradita al PD ma invisa al M5S. Quest’ultimo aveva infatti posto il veto sul suo nome in quanto condannato in via definitiva per peculato, ma si diceva disposto a votare gli altri candidati di FI, come

Anna Maria Bernini e la Casellati. Il delinquente di Arcore insisteva invece su Romani, anche per ripicca per lo smacco subito col tentativo andato a vuoto di ottenere il riconoscimento politico da parte del M5S, dopo il rifiuto di Di Maio di sedersi allo stesso tavolo con lui, ribadendo che avrebbe trattato solo col vero capo del “centro-destra”, cioè Salvini.

Un vertice del 22 marzo tra Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia a Palazzo Grazioli, alla vigilia della votazione sui presidenti, sembrava averla data vinta a Berlusconi, con Salvini che accettava di far quadrato su Romani ma ottenendo in cambio due importanti contropartite: il suo riconoscimento come candidato proposto da tutta la coalizione a presidente del Consiglio, e la candidatura del suo fedelissimo Fedriga alla presidenza della Regione Friuli al posto del già prescelto candidato forzista, Tondo.

Si creava così una situazione di stallo, che si rifletteva sulla prima votazione di venerdì 23 marzo, con tutti i partiti che votavano scheda bianca, compreso assurdamente anche il PD, che rinunciava perfino a presentare il tradizionale candidato di bandiera, nel timore che il M5S glielo votasse facendo saltare l’asse segreta Renzi-Berlusconi. Il M5S si era infatti dichiarato disposto a votare un candidato del PD, come Zanda o la Bonino, offerta che i renziani respingevano sdegnosamente al mittente.

La resa di Berlusconi a Salvini

Alla seconda votazione, però, per sbloccare la situazione di stallo, Salvini rompeva improvvisamente gli accordi appena confermati e faceva votare dai suoi la Bernini, senza avvisare nemmeno l’interessata, e mettendo di fatto Berlusconi con le spalle al muro: “I voti dati a Bernini sono da considerarsi un atto di ostilità a freddo della Lega”, tuonava Berlusconi accusando Salvini di “tradimento” e di rottura della coalizione. FdI della Meloni chiedeva addirittura uno slittamento al pomeriggio della terza votazione che si sarebbe dovuta tenere la mattina seguente, nel tentativo di prendere tempo per cercare di ricomporre la grave frattura. Brunetta ribadiva stizzito che “il nome di Romani vuol dire Silvio Berlusconi”.

Alla fine è andata come da copione già visto altre volte: dopo un drammatico vertice mattutino a Palazzo Grazioli, dopo che Romani e Brunetta se ne sono andati sbattendo la porta e dandogli del “rincoglionito”, per non mandare in pezzi la coalizione e restare col cerino in mano, vista anche l’inconsistenza della sponda PD, Berlusconi ha ceduto su tutta la linea a Salvini: ha accettando di rinunciare a Romani e di candidare al suo posto la Casellati, dichiarando mestamente ai giornalisti che era stato raggiunto un accordo “positivo” e ribadendo la sua “fiducia” nel caporione leghista. Via spianata dunque all’elezione di Casellati al Senato, con i voti di M5S e di tutto il “centro-destra”, e contemporaneamente e con le stesse modalità all’elezione di Fico alla Camera, mentre il PD presentava due candidati di bandiera, sicuro a questo punto di non rischiarne un’elezione al ballottaggio con i voti dei cinquestelle.

Una sfegatata seguace del delinquente di Arcore

La forzista Casellati, 72 anni, avvocata matrimonialista, entrata dal 1994 in parlamento con le truppe neofasciste di Berlusconi, considerata il braccio destro del potente Ghedini (che oggi guida la fazione filo-Lega del “cerchio magico” berlusconiano), è stata sottosegretaria alla Giustizia con Alfano e al ministero della Salute (al quale fece assumere la figlia con 60 mila euro di stipendio, e successivamente al ministero dell’Ambiente a 40 mila), nonché membro del Consiglio superiore della magistratura in quota FI. Come tale è stata anche tra le più sfegatate seguaci e difensore del delinquente di Arcore, assecondando tutte le leggi vergogna fatte ad hoc per salvarlo dalla galera, fino a partecipare in prima fila alla marcia forzista sul Tribunale di Milano per protesta contro il processo a Berlusconi. La sua elezione coi voti del M5S ha causato non pochi “mal di pancia” tra i parlamentari pentastellati, per non parlare delle proteste che si sono scatenate sul blog da parte di militanti di base, che hanno fatto circolare in rete un video del dibattito della Casellati con Marco Travaglio in cui la neoeletta difendeva la tesi di Ruby “nipote di Mubarak”.

Nel suo discorso di insediamento, di impronta marcatamente neofascista e patriottarda, in cui sfruttando il ruolo di prima donna eletta presidente del Senato si è paragonata tanto furbescamente quanto indegnamente alle “eroine del Risorgimento” e alle “ragazze della lotta di Liberazione”, non ha mancato di ricordare il suo esordio in politica con Berlusconi, rendendogli implicitamente omaggio, e ha voluto dichiarare il suo impegno a combattere l’astensionismo, rilanciare il “tema centrale delle riforme”, contrastare “i fenomeni migratori” ed esaltare il “ruolo sullo scacchiere internazionale” conquistato dall’Italia, grazie “alle missioni internazionali” e “ai nostri uomini e donne in divisa”, concludendo non a caso il discorso con “Viva il Senato, Viva l’Italia!”.

Fico, l'”ortodosso” eletto coi voti della Lega e di Berlusconi

Quanto a Fico, 34 anni, che ha una nomea di “sinistra”, provenendo dai movimenti napoletani per i beni comuni e contro le discariche e gli inceneritori, è stato tra i fondatori dei primi meet up, membro del Direttorio cinquestelle e presidente della Commissione di vigilanza sulla Rai, è considerato il capo dell’ala “movimentista” del M5S, in contrapposizione all’ala “istituzionale” rappresentata da Di Maio, tanto che tra i due ci furono aspre contrapposizioni alla festa del M5S di Palermo e alla successiva di Rimini, sedate solo dall’intervento pacificatore di Grillo.

La sua elezione è considerata quindi anche come un’apertura verso il PD e LeU, che non a caso lo ha molto applaudito, specialmente quando si è richiamato alla lotta contro il nazifascismo, alla sua origine politica nella lotta in difesa dei beni comuni, e soprattutto nella lunga e articolata difesa che ha fatto delle prerogative del parlamento, “luogo dove si esprime la sovranità popolare”, e “punto di riferimento per i cittadini in cui tornare a riporre la propria fiducia”. Esortando a far sì che il parlamento “ritrovi la centralità che gli è garantita dalla Costituzione, anche in riferimento all’identità stessa di Europa”.

Un discorso anni luce distante dalle bellicose dichiarazioni dell’inizio della scorsa legislatura, quando sembrava che per i cinquestelle il parlamento dovesse essere un’istituzione obsoleta, mangiasoldi e da “aprire come una scatoletta”. Anche il suo discorso marca la normalizzazione e l’istituzionalizzazione del movimento. Specie considerando che Fico è stato eletto con i voti di quella Lega di cui aveva detto: “Mai con la Lega o con Trump, Dio ce ne scampi”. Allo stesso tempo la sua elezione alla presidenza della Camera toglie di torno al ducetto Di Maio un possibile rivale e lo rafforza come “capo politico” assoluto del M5S.

E ora Di Maio e Salvini trattano per il governo

Vincendo questa partita Di Maio e Salvini si sono quindi dimostrati sul campo due abili e spregiudicati politicanti borghesi, che smentendo il mito mediatico della natura “populista” e “antisistema” dei loro rispettivi partiti, esaltano e puntellano invece le oppressive, decadenti e squalificate istituzioni capitaliste e borghesi. E ora trattano assiduamente per verificare l’ipotesi di un governo assieme.

Altri passi in avanti in questo senso, dopo l’elezione dei presidenti, sono stati già fatti da ambo le parti: pentastellati e leghisti stanno già lavorando insieme sul Documento di economia e finanza per “armonizzare” i rispettivi programmi, e Di Maio, che insieme a Grillo ha pubblicamente riconosciuto che Salvini “è uno che mantiene la parola data”, ha già messo la sordina al reddito di cittadinanza. Mentre da parte sua Salvini ha messo la sordina alla flat-tax, e ora parla solo genericamente di riduzione delle tasse, dicendosi anche disposto a rinunciare a Palazzo Chigi in favore di un candidato “terzo” se serve a formare un governo col M5S.

(Articolo de “Il Bolscevico”, organo del PMLI, n. 12/2018)

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