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Lettera aperta per il 4 marzo. E guardando oltre | Left

Caro futuro e incerto Governo, ho come l’impressione che bisognerebbe cominciare a chiamare le cose con il loro nome. Mi aiuti?

Uno che uccide e fa a pezzi una diciottenne dobbiamo chiamarlo «nigeriano» o «assassino»? Uno che a Macerata spara dei colpi contro degli extracomunitari in un bar va chiamato «neofascista» o «delinquente»? Non sarebbe forse il caso di cominciare a chiamare gli «esasperati», «malati di mente»?

Mi piacerebbe vederci chiaro in questo mondo dove siamo divisi in categorie etniche, fisiche e politiche. E allora si semplifica facendo danni irreparabili nell’educazione dei nostri figli, e così: gli italiani rubano, gli egiziani fanno la pizza, i marocchini vendono parei sulle spiagge, gli americani fanno la guerra, e i romani non hanno voglia di lavorare, i napoletani sono Gomorra, i siciliani sono mafiosi e le rumene sono prostitute. Preconcetti razzisti che stanno nella testa sia delle classi più povere che in quella dei benpensanti che criticano mangiando tartineda un attico con una vista meravigliosa.

Perché manipolare e confondere è stato lo sport scelto dalla nostra cultura negli ultimi 2000 anni. Mi sono chiesto come mai nelle nostre teste non riusciamo a vivere serenamente il “diverso da noi”. Perché ne abbiamo paura, perché siamo diffidenti e diventiamo violenti nei loro confronti? Perché ci agitiamo se abbiamo davanti uno che la pensa diversamente? Chiamiamo «negro» chi ha la pelle più scura della nostra e usiamo epiteti ancora più gravi nei confronti di omosessuali, persone di un altro partito o addirittura tifosi di un’altra squadra di calcio? Culattone perverso, comunista schifoso, laziale infame.

E allora ho capito che la risposta sta nelle nostre culture, nelle nostre religioni.

Se è vero che le principali vittime di omicidi efferati sono le donne, cominciamo a ripensare la nostra storia. Magari, perché no, nella prossima Bibbia, Eva non nascerà più da una costola di Adamo e le sarà permesso di mangiare la mela, quella della conoscenza, così noi non saremo più peccatori e nasceremo perfetti, senza bisogno di passare la vita a espiare o compiere atti che ci confermino di essere dei peccatori.

Ecco, caro futuro e incerto Governo, questo mi aspetto da te. La conferma di una cosa in cui credo profondamente: che ognuno di noi nasce sano come un pesce, pulito e con tutte le possibilità del mondo. Solo in seguito la maggior parte di noi si ammala. Il contatto con la madre, col padre e poi con la scuola e il mondo esterno ci cambia, spesso in maniera decisiva. Quindi, Governo, la nostra sanità dipende anche dalla tua condotta. Proponi una Italia senza bugie, dove la parola libertà non significhi fare e dire quello che ci pare ma essere liberi di essere noi stessi senza però ledere la sensibilità degli altri. Una Italia dove dovremmo essere tutti uguali nei diritti ma diversi nel modo di esprimerci.

Massimiliano Bruno è sceneggiatore, commediografo, attore, regista teatrale e cinematografico

Sorgente: Lettera aperta per il 4 marzo. E guardando oltre | Left

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