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La turbo democrazia | Rep

Trattative con i partiti e leggi considerate prassi della preistoria: ecco l’anno Uno della nuova era grillina

Pare che in Italia sia accaduto un fatto straordinario: al posto della democrazia parlamentare è entrata in vigore la nuova turbo-democrazia. Dev’essere successo mentre eravamo distratti. Capita. Ma pare che in Italia sia accaduto un fatto straordinario, negli ultimi dieci giorni: al posto della decrepita democrazia parlamentare dev’essere entrato in vigore un rivoluzionario sistema nuovo di zecca: la turbo-democrazia. Ce ne siamo accorti, per fortuna, grazie a Luigi Di Maio, che ieri ha spiegato alla stampa estera come stanno le cose in Italia. Impresa non facile, perché ai giornalisti stranieri riesce difficile capire come mai cinque anni fa Bersani con 344 deputati e 119 senatori risultò uno sconfitto (“Abbiamo non vinto”) mentre oggi nessuno ha raggiunto queste cifre eppure abbiamo non uno ma due vincitori, i quali si preparano entrambi a formare un governo.

Il candidato premier del M5S, che è appunto uno dei due trionfatori paralleli del 4 marzo, ha spiegato perfettamente cos’è cambiato rispetto al 2013: è passata appena una legislatura, ma a guardarla con i nuovi occhiali pentastellati è davvero preistoria. Bersani allora aveva la maggioranza alla Camera ma non al Senato, e cercò di intavolare una trattativa con i cinquestelle. Ma loro, dopo aver preteso la diretta streaming, lo derisero e rifiutarono ogni dialogo: “Non daremo alcuna fiducia al suo governo” gli disse il capogruppo Vito Crimi. E così il non vincitore concluse il suo non incarico con un non governo.

Questo accadeva, appunto, cinque anni fa: nell’era pre-grillina. Adesso è cambiato tutto, secondo il giovane Di Maio. Il quale ha scelto i suoi ministri senza aspettare l’apertura dei seggi. E già questa era una novità rivoluzionaria: il primo governo che fa la foto di gruppo prima di aver vinto le elezioni. Restava da sbrigare la formalità del conteggio dei voti. Ora, noi che abbiamo votato già nel secolo scorso sapevamo che serve il 51 per cento, o almeno la metà più uno dei seggi, per formare un governo. E ricordavamo che quando la Dc si fermò al 32,9 per cento – era il 1983 – dovette cedere Palazzo Chigi al socialista Bettino Craxi, pur di restare al potere.

Ma quella era, appunto, un’altra epoca. Oggi, a quanto pare, l’asticella si è abbassata. “Il 32,5 per cento degli elettori ci ha votato – ha annunciato il candidato premier a cinque stelle – e poiché la volontà popolare è sacra, noi dobbiamo rispettarla”. Poi, è stato più preciso: “Gli italiani hanno votato un candidato premier, un programma e una squadra”. Certo, il premier, il programma e la squadra sono stati votati da meno di un terzo degli elettori, ma questo è il grande vantaggio della turbo-democrazia: non serve più la maggioranza.

Purtroppo c’è un problema. Pare che non siamo stati solo noi a distrarci durante questo rivoluzionario cambiamento, ma anche gli altri partiti. E persino il presidente della Repubblica. I quali continuano a comportarsi come se valesse ancora la regola stabilita dall’articolo 94 della Costituzione: “Il governo deve avere la fiducia delle due Camere”. Pensano ancora che Di Maio debba discutere con qualcun altro i ministri e il programma di governo.

Non hanno capito che siamo nell’anno 1 della nuova era turbo-democratica. E dunque i grillini non trattano su nulla. Non sui ministeri, perché non sono disposti “a immaginare una squadra di governo diversa da quella espressa dalla volontà popolare”. E neppure sulle cose da fare, perché “la volontà popolare è sacra e i punti del programma rimangono quelli”. Insomma, visto che “c’è stata una grande investitura”, gli altri ora dovrebbero farsi da parte. Di Maio, che è un tipo generoso e aperto al dialogo, si è offerto di riceverli tutti. Magari potevano consigliargli quale cravatta indossare per il giuramento, o suggerirgli un nuovo modello di auto blu. E invece c’è rimasto male, scoprendo che “al momento nessuno si è fatto avanti”. Nessuno ha steso un tappeto rosso tra la sua porta e Palazzo Chigi. Nessuno ha bussato per portare oro, incenso e mirra. Ma prima o poi lo capiranno, che chi ha vinto con il 32,5 per cento non può farsi condizionare da una minoranza del 67,5 per cento. Basta aspettare.

Sorgente: La turbo democrazia | Rep

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