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La paura dei 5 Stelle di rimanere con il cerino in mano. Silenzio assoluto alle richieste di incontro del centrodestra

Slitta la riunione degli eletti convocata per sancire la candidatura di Roberto Fico alla presidenza della Camera

Trentasei ore di assoluto silenzio. In una fase politica difficilissima, nella quale le grandi manovre di posizionamento, le tattiche da guerriglia d’attacco e di difesa spesso segnano il discrimine tra una strategia vincente e un fallimento totale. Il ricompattamento del centrodestra e, soprattutto, la mossa di Silvio Berlusconi di chiedere a tutti i leader di sedersi intorno a un tavolo, hanno mandato in profonda difficoltà il Movimento 5 stelle.

Crisi che con il passare delle ore nessuno si preoccupa di smentire. Luigi Di Maio da ieri mattina è un fantasma. Si va a registrare alla Camera, pubblica le foto dei tesserini sui social, poi si inabissa in una serie di riunioni senza soluzione di continuità. Incerti i luoghi, incerta la composizione della schiera dei consiglieri che lo affiancano. La comunicazione non comunica, taglia tutti i ponti, i cellulari di chi solitamente ne condivide le giornate squillano a vuoto.

C’è la paura, che con il passare delle ore si innerva di schegge di terrore, di essere fatti fuori dalle presidenze delle Camere. L’uno-due tra l’apertura dell’ex Cavaliere (raccontano suggerita da Gianni Letta) e il caminetto serale del Pd che ha certificato la possibilità di un rientro in gioco dei Dem “se il dialogo riparte dall’inizio” hanno a cascata generato una chiusura totale.

Sintomatico l’annullamento dell’assemblea di tutti i parlamentari 5 stelle, che all’ora di pranzo avrebbe dovuto incoronare Roberto Fico candidato alla presidenza di Montecitorio. Doveva essere lo snodo principale del percorso comune intrapreso, pur con tutte le difficoltà, negli scorsi giorni con Matteo Salvini. Ma il banco è saltato. “Noi al tavolo con Berlusconi non possiamo sederci”, spiega una qualificata fonte del Movimento. Oltre a un problema d’immagine, il vero dilemma riguarda il dopo. Perché se già l’alchimia di un governo gialloverde sarebbe complicata, ai confini della realtà si collocherebbe un Di Maio che accettasse di entrare in un governo con tutto il centrodestra, interpretandone il ruolo di partner di minoranza.

In Transatlantico alla Camera i 5 Stelle si fanno vedere poco. C’è Stefano Buffagni, volto lombardo molto vicino alla leadership, che non sembra affatto all’esordio in Parlamento e scherza ostentando sicurezza: “Vi stupiremo”.

Poco più in là si intercetta uno dei più influenti tra i deputati del nuovo gruppone stellato. Coperto dall’anonimato svela i dubbi veri. Che dici? “Dico che con questi numeri governare è un suicidio”. Con la stessa sicurezza però afferma: “Le Camere sono un’altra cosa, Montecitorio spetta a noi”. Lo sguardo non oltrepassa le prossime quarantott’ore, perché la certezza di ieri, oggi si è frantumata come un vaso di cocci. Giancarlo Giorgetti, il leghista già saggio di Napolitano, è il vero spauracchio, con il consenso largo che raccoglie anche dalle fila del Pd. Ci si guarda alle spalle. Ieri mattina un senatore di lungo corso ragionava ad alta voce: “Non vorrei che trattassimo trattassimo e poi rimanessimo con niente in mano”. Una profezia?

Sorgente: La paura dei 5 Stelle di rimanere con il cerino in mano. Silenzio assoluto alle richieste di incontro del centrodestra

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