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La lezione di Reichlin e le nuove strade – Strisciarossa

Come ricordare Alfredo Reichlin un anno dopo? Era avvertito e ci aveva avvertiti quando, sentendo consumare le proprie forze, aveva affidato a l’Unità, il giornale in cui da ragazzo aveva messo alla prova la sua scelta di vita, l’ultimo messaggio: “Anch’io – aveva scritto identificandosi nell’angoscia collettiva – avverto il rischio di Weimar. Ma non do la colpa alla legge elettorale, né cerco la soluzione nell’ennesima ingegneria istituzionale: è ora di liberarsi dalle gabbie ideologiche della cosiddetta seconda Repubblica. Crisi sociale e crisi democratica si alimentano a vicenda e sono le fratture profonde nella società italiana a delegittimare le istituzioni rappresentative. Per spezzare questa spirale perversa occorre generare un nuovo equilibrio tra Costituzione e popolo, tra etica ed economia, tra capacità diffuse e competitività del sistema”.

Può ancora riuscirci quella sinistra che, pur essendo stata richiamata per tempo a “un vero e proprio cambio di passo”, ha ceduto ancora alla divisione e alla lacerazione del campo democratico?

L’ultimo assillo di Reichlin è reso ancora più impellente dall’esito traumatico delle elezioni, che non solo ha cancellato quel tanto di bipolarismo e di alternanza democratica affidata a una precaria riforma del sistema politico ma ha riacutizzato drammaticamente storiche fratture nel corpo vivo del paese, alimentando, appunto, quella “spirale perversa” che ora rischia di delegittimare la stessa sovranità popolare nelle sue istituzioni repubblicane.

Ma, questa volta, non ci si può chiudere nel silenzio. Già quando – era il 2002 – Vittorio Foa aveva chiesto conto a due “ex” militanti e dirigenti, ma soprattutto “intellettuali organici” della tempra di Miriam Mafai e Reichlin, del “silenzio dei comunisti”, Alfredo aveva onestamente riconosciuto che la difficoltà non era tanto nella lettura del passato bensì di “questo presente che non è cosa da niente ma rappresenta una vera e propria cesura storica”, incombendo “un cambiamento molto profondo delle menti oltre che delle cose, nonché di tutte quelle forme (lo stato-nazione, l’industrialismo) all’interno delle quali la politica è stata pensata, e sulla cui base ha elaborato il suo linguaggio”.

Non era e non è solo questione di programmi, allora, men che meno di contabilità dei seggi di alleanze prive di omogeneità politica per governare pur che sia. C’è un prima, piuttosto che un oltre. C’è da elaborare un pensiero, individuare i bisogni della gente e riconoscere le forze reali con cui costruire le risposte, persino di sentimenti con cui alimentare una visione della società all’altezza dei nuovi tempi. È un compito ineludibile che – per richiamare ancora quel confronto tra Reichlin, Mafai e Foa – investe il “mondo delle possibilità”, rispetto al “mondo di fallimenti”.

Non ha ragione d’essere la nostalgia del passato, ma dalla straordinaria esperienza delle storiche componenti della democrazia italiana va pur recuperato il ruolo nella evoluzione e trasformazione del paese esercitato coltivando i principi fondamentali della Costituzione nata dalla Resistenza che la maggioranza del paese – perché non cogliere questo segnale dall’esito dell’ultimo referendum, quale che sia stato il voto di ciascuno? – ha considerato comunque un argine ai rischi di degenerazione di un sistema politico da lungo, troppo tempo in logorante transizione.

È il senso della riflessione sulla stessa figura di Alfredo Reichlin in Puglia, a Barletta, la sua città d’origine, nella terra dove il “partito nuovo” di Palmiro Togliatti lo aveva fatto tornare da dirigente quando le masse popolari irrompevano sul terreno dello Stato nel vivo di aspre contrapposizioni sociali, per contrastare le chiusure settarie e costruire invece tra braccianti e contadini, operai e ceto medio un moderno “blocco storico”, fino a misurarsi – lui che aveva coltivato la radicalita’ della formazione nella sinistra ingraiana – con il “meridionalismo coi piedi per terra” di Salvemini e con il riformismo di Amendola e di Napolitano. Oggi cercare strade nuove rispetto agli errori del passato, anche del passato più recente, che ipotecano il futuro, lacerano il tessuto sociale, significa assumere la dura realtà che esclude dal divenire della politica intere generazioni – a partire da quella dei “nativi europei – sostenendo le potenzialità che pure il Mezzogiorno può mettere al servizio del paese.

Se i fallimenti ora presentano il conto, se l’antipolitica continua a disintegrare lo spazio sociale e a mistificare il senso più profondo della nazione “una e indivisibile”, allora si deve ricominciare dalla “verità” della funzione proprio della politica, nelle concrete realtà sociali e territoriali dove il costo di un decennio della crisi, e del non governo della crisi con spirito unitario e inclusivo, rischia di penalizzare ancora la crescita del paese nella nuova dimensione internalizzazione. Purché queste “possibilità” si ricerchino finalmente, come ci ammoniva Reichlin un anno fa, su “nuove basi morali e civili”.

Sorgente: La lezione di Reichlin e le nuove strade – Strisciarossa

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