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La guerra silenziosa: Gran Bretagna, Europa, Schiavitù e Abusi sessuali in Libia

DI ZOIE O’ BRIEN rt.com

Se c’è qualcosa che ho imparato, lavorando al largo delle coste della Libia, è che predicare l’umanità e metterla in pratica sono due cose molto diverse.

Proprio adesso, i politici di tutta Europa dicono che stanno difendendo i diritti umani e insistono sul fatto che stanno cercando una soluzione pacificaalla crisi migratoria – proteggendo, allo stesso tempo, la vita dei più vulnerabili. Questo, però non è vero, semplicemente.

Attualmente l’Unione Europea sta pagando milioni di sterline per respingere i migranti e i rifugiati verso la Libia, dove sanno – al di là di ogni ragionevole dubbio – che quelle persone potranno essere torturate, imprigionate, violentate e persino uccise.

Ho incontrato questi migranti, ho toccato le cicatrici che imbrattano la loro pelle, ho tenuto la mano a donne distrutte mentre raccontano di essere state violentate da una banda di stupratori che hanno strappato dalle loro braccia bambini che piangevano. Ma questi, comunque sono i fortunati, sono quelli sopravvissuti ai pericoli delle acque del Mediterraneo.

La traversata del Mediterraneo tra la Libia e l’Italia rimane il confine dove si muore di più sulla Terra. Nel 2017, sono arrivate in Europa 172.000 persone, dopo essere state strappate al mare dalle ONG, inviate a salvarle da quelle acque dove affondano gommoni e  vecchi barconi pieni di bagagli. Nello stesso anno, sono morte 3.100 persone che cercavano di fare la stessa traversata.

In risposta a questa tragedia, la UE ha fatto un accordo con il diavolo. Il blocco, lo hanno stabilito a  Bruxelles, nel 2016 quando si decise di finanziare la Guardia costiera libica (LCG) per impedire ai migranti di lasciare il Nord Africa.

Finora, questo accordo è già costato circa  € 300 milioni. Nessuno sa qual è stato il costo in sofferenza umana.

I soccorsi vengono tolti dalle mani delle ONG e il controllo passa al LCG. L’obiettivo è rimandare la gente in Africa, piuttosto che farla arrivare in Europa.

Ho visto con i miei occhi come l’Europa sta pagando per infrangere le leggi internazionali sui respingimenti e le norme marittime sui soccorsi. Le regole che vengono violate sono chiare, legiferate e documentate.

La Convenzione delle Nazioni Unite del 1982 sui Diritti del mare stabilisce che 12 miglia nautiche dalla costa sono il limite delle acque territoriali. E inizialmente, questo era il punto in cui la Guardia costiera libica (LCG) cominciava a prendersi la briga di pattugliare.

Nel 2017  –  disponendo di  nuove imbarcazioni e dopo che il suo equipaggio era stato addestrato dagli italiani  –  la LCG  cominciò la sorveglianza nelle zone di confine, fino a 24 miglia nautiche dalla costa. Questo sarebbe legale SE stessero ricercando persone che hanno commesso un delitto. Scappare per salvare la pelle, sembra, per ora, che non sia ancora un delitto.

Nel 2018, è tutto cambiato. Ora che la guardia costiera sta mungendo la mucca-da-soldi dell’UE, si spingono verso le acque internazionali e riportano i migranti verso la costa. Infrangono la Convenzione di Ginevra del 1929, che afferma che è vietato costringere le persone a rifugiarsi in un porto non sicuro.

Solo una manciata di ONG pattuglia la SAR (Zona di Ricerca e Soccorso), sono testimoni di queste violazioni della legge internazionale e tentando di salvare la vita di chi si slancia verso l’Europa.

Ho già fatto due missioni con Proactiva Open Arms – una ONG spagnola che pattuglia la zona SAR dal 2016 – per impedire alla gente di morire in mare e per salvare le barche in pericolo.  È stato lo scorso febbraio che ho visto quali sono le misure a cui ricorrerà l’Europa per impedire la migrazione dalla Libia. L’equipaggio fu chiamato per recuperare un gommone in avaria con più di 100 persone. A bordo di Open Arms, ho sentito il Centro di Coordinamento per il Salvataggio Marittimo di Roma (MRCC) dare ordine alla Guardia costiera libica di assumere il controllo di una  search and rescue mission, al posto di una ONG. Eravamo a 40 miglia dalla costa, in acque internazionali, quindi, quella non era una operazione di salvataggio: era un respingimento. Ho visto la confusione negli occhi della squadra di soccorso mentre vedevano uomini, donne e bambini trasbordati sulla barca della LCG, perché conoscevano bene qual poteva essero lo stato d’animo e la loro sofferenza.

La UE come la conoscevo io – era il bastione dei diritti umani – ma è crollata di fronte ai miei occhi. Perché  quel giorno ho imparato, che non hai nessun diritto (umano)  se non c’è nessuno che possa vederti. Quando tu sei chiuso dentro la Libia, la UE può far finta che tu non esista.

La Carta europea dei diritti fondamentali, l’articolo 19,  afferma che nessuna persona può essere “deportata, espulsa o estradata in uno stato in cui vi è il serio rischio di essere condannata alla pena di morte, alla tortura o ad altri trattamenti inumani e degradanti o a danni gravi alla persona. ” 

La UE non può negare che le sue decisioni abbiano conseguenze sugli esseri umani. In due mesi, tra settembre e dicembre 2017, il numero di persone detenute in Libia è passato da 7.000 a 20.000,  secondo il Dipartimento di Lotta contro la Migrazione Illegale (DCIM) libico.

Nel frattempo, ci sono state donne che hanno denunciato di essere state stuprate da una banda di guardie della DCIM mentre la loro famiglia era rinchiusa in squallidi centri. La UE dice che sta finanziando progetti ONU sul campo – ma all’ONU dicono di essere scioccati da quello che il loro personale ha visto nel paese. È un vero casino.

L’UE ha stretto un accordo con l’Organizzazione Internazionale della Migrazione (IOM) per ridurre il numero di persone che attraversano il Mediterraneo. Da allora, l’organizzazione ha parlato dei suoi “successi”. I suoi funzionari si vantano di quanto si sia drasticamente ridotto il numero di migranti che attraversano il mare partendo dalla Libia. Finora nel 2018 ne sono arrivati in Italia solo 5.400 – ma 400 sono morti. Una vittoria, dicono, ma non fanno nemmeno un cenno sulle condizioni infernali, sui mercati di schiavi, sulla collusione tra operatori e milizia in Libia – per loro quello che conta sono solo i numeri.

I racconti più strazianti che abbia mai sentito come giornalista arrivano dalla Libia. Mi sono seduto davanti a delle giovani donne che singhiozzavano con il viso tra le mani perché erano state violentate – e per colmo di crudeltà e perché non possano dimenticarlo mai  – sono rimaste incinte.

Mirabel voleva diventare avvocato, ma ha dovuto fuggire da Boko Haram in Nigeria, è andata a lavorare in Libia ma li è stata catturata e venduta.  I suoi carcerieri l’hanno tenuta prigioniera con un ferro caldo che le premeva sulle gambe e sullo stomaco e l’hanno lasciata dormire in terra come un cane. Quando è scappata l’hanno violentata in strada.

Paul viene dal Gambia e  aveva solo 19 anni quando ha visto il suo amico picchiato a morte in una fattoria fuori Sabratha, in Libia. L’hanno colpito più volte con una pistola e l’hanno pestato. Non sapeva quanto l’avesse pagato il suo “padrone” e nemmeno  quanto valesse la sua vita. Non so quanti altri uomini ho visto che avevano ferite da arma da fuoco, coltellate, infezioni o che sono impazziti per lo stress post-traumatico.

Sia Mirabel che Paul sono riusciti ad arrivare ​​sani e salvi in ​​Europa nel 2017. Ma non ho idea di dove siano finiti, non so se sono stati respinti o se si sono integrati.

Un ragazzo con cui sono rimasto in contatto adesso va a scuola in Sicilia. Il suo inglese migliora ogni volta che parliamo, e comincia a prendere l’aspetto di un ragazzino e non è più quell’esserino umiliato e disumanizzato che arrivò dalla Libia. Un altro, Ismael, non è stato così fortunato. E’ andato dall’Italia in Francia per cercare,  senza trovarlo, un lavoro. Il suo sogno dell’Europa non è quello che si aspettava. Eppure, mi dice, qui è al sicuro, qui si sente libero, vuole lasciarsi  la Libia alle spalle. a tutti i costi  e vuole vivere la sua vita in Europa.

In Libia ci sono dei veri mercati di schiavi neri, dove  la gente viene venduta per  400 dollari e viene sistematicamente stuprata e picchiata a morte. La UE conosce questi fatti: ci sono un sacco di filmati che lo documentano. E, nonostante tutto, i politici continuano a parlare in pubblico, con la loro falsa benevolenza, per esprimere preoccupazione per le migrazioni – poi si girano e ricominciano ad approvare altri progetti per costringere la gente a tornare in Libia.

Le nazioni europee hanno pagato centinaia di milioni di euro per far diventare la rotta migratoria più mortale del mondo ancora più mortale. Gli italiani hanno sequestrato barche delle onlus e hanno reso gli sbarchi sempre più difficili, perché la UE ha scelto di appoggiare i soccorsi salvavita dalla Libia. Di conseguenza, alcune organizzazioni di soccorso umanitario sotto-finanziate e sotto-appoggiate, se ne sono andate. Il tasso di mortalità è aumentato. Attraversare  il Mediterraneo nel 2015 comportava un rischio di morire  ogni 269 persone, oggi il rischio è di uno ogni 55  persone.

Intanto Angela Merkel viene acclamata in Germania come portavoce per i diritti umani ed il presidente francese Emmanuel Macron sta facendo un gran teatro dicendo di essere sulla questione della Libia.

Ad agosto 2016 Downing Street ha mandato il ministro degli Esteri Boris Johnson in Libia, dove ha stretto la mano alla guardia costiera, ha sorriso al governo ed ha promesso 9 milioni di sterline (12,7 milioni di dollari) per altri finanziamenti (a spese dei contribuenti).

La Gran Bretagna e i suoi amici europei dicono che stanno facendo tutto il possibile e spendono centinaia di milioni attraverso il Fondo fiduciario di emergenza della UE per l’Africa. Ma che cosa significa?

L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) finanziata dalla UE ha sfollato circa 20.500 persone dalla Libia – su un totale di circa 700.000 che si stima siano intrappolate in quella nazione. Nel frattempo, il Consiglio Europeo ricorda che sono stati distribuiti 8.000 kit igienici e che sono stati avviati dei progetti per evitare nuovi arrivi in Libia.

Questa è la risposta. Alcuni progetti “legati alla migrazione”, una manciata di persone sfollate, qualche spazzolino da denti e una mazzetta per la guardia costiera. La Libia è allo sbaraglio, non c’è una vera leadership, è bloccata in un vortice di conflitti armati che sono l’effetto dell’intervento inglese e francese nel 2011.

Queste non sono le parole di chi comprende cosa sia la migrazione di massa in Europa. Non funziona così. In Libia l’economia è impiccata, non ci sono infrastrutture e spostare da un posto all’altro intere comunità non è mai la soluzione buona. Ma non facciamoci ingannare: nemmeno le persone che cercano di arrivare in Libia ci vorrebbero andare.

Comunque la soluzione non è, e non lo sarà mai, mettere soldi in mano alla guardia costiera – quella guardia costiera che è stata filmata mentre abusa di migranti e che è accusata di lavorare con i trafficanti di persone.

La soluzione sta nel risolvere i problemi della gente che scappa dalla sua casa, e riaprire quelle rotte migratorie legali, chiuse decenni fa. Un buon inizio potrebbe essere  smetterla con gli interventi militari dei paesi occidentali che accorrono ad ogni cappello che cade o, che sentono un minimo odore di petrolio, o il debole luccichio di una miniera d’oro.

Perché non è questo il modo di chiedere al mondo di rispettare i diritti umani, se noi stessi siamo quelli che non li rispettano?

 

Zoie O’Brien è una  giornalista inglese che dal 2015 scrive sulla crisi migratoria che attraversa Europa e Medio Oriente.  Ha scoperto la corruzione lungo le principali rotte migratorie verso l’Europa e ha raccontato dettagliatamente delle violazioni dei diritti umani.  Zoie attualmente sta scrivendo un libro su come risponde l’Europa alle migrazioni di massa, nel momento del culmine della crisi.   Zoie ha viaggiato nel Mediterraneo con la ONG spagnola Proactiva Open Arms nel 2017 e nel 2018.

autore della traduzione Bosque Primario

Sorgente: La guerra silenziosa: Gran Bretagna, Europa, Schiavitù e Abusi sessuali in Libia – Come Don Chisciotte – Controinformazione – Informazione alternativa

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