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JIHAD IN ITALIA?/ Non enfatizziamo i terroristi, basta il modello “anni di piombo”

Operazione anti-terrorismo della Digos (LaPresse)

Come negli anni 70 e 80 è necessario ricostruire una collaborazione attiva con i cittadini. E non bisogna enfatizzare troppo, spiega MAURIZIO FIASCO, la figura dei terroristi

Come negli anni 70 e 80 bisogna ricostruire una collaborazione attiva con i cittadini. E non bisogna enfatizzare troppo le figure dei terroristi.

A pochi giorni dall’attentato di Trebés, in Francia, nel nostro Paese si sono registrati l’arresto, a Foggia, di un imam che incitava i bambini all’odio e alla guerra santa e, a Torino, il fermo dell’italo-marocchino Elmahdi Halili, 23 anni e già autore del primo testo di propaganda dell’Isis in italiano. Halili è stato bloccato con l’accusa di “partecipazione all’associazione terroristica dello Stato Islamico”, al termine di un’indagine dell’Antiterrorismo coordinata dalla procura di Torino. Altre perquisizioni sono state condotte dalla Polizia nel Nord Italia nei confronti di soggetti legati ad ambienti dell’estremismo islamico proprio nel giorno in cui il ministro degli Interni, Marco Minniti, ha dichiarato che “il rischio jihad in Italia non è mai stato così alto”.

Insomma, l’allerta anti-terrorismo rimane elevatissimo, specie in questi giorni di festività pasquali, ma la risposta dello Stato e delle forze dell’ordine è efficace? Ne abbiamo parlato con Maurizio Fiasco, sociologo specializzato in ricerca e formazione in tema di sicurezza pubblica.

I recenti fatti di cronaca hanno mostrato che l’azione di contrasto funziona. È così?

L’azione di contrasto, per risultare realmente efficace, non va resa pubblica, e ancor meno illustrata nei dettagli. Una prevenzione seria, come finora si è praticata in Italia, si compone di una miriade di episodi, anche di successo, da non pubblicizzare. È completamente sbagliato, infatti, che i protagonisti si profondano in operazioni di marketing di esaltazione del proprio ruolo. Riservatezza e low profile dei messaggi (pochi) in pubblico sono requisiti di professionalità e di qualità richiesti agli apparati statali di contrasto al pericolo terrorismo. Ma in questa battaglia non va mai dimenticata la pars destruens della questione.

E quale sarebbe?

Il terrorismo ha un oggettivo vantaggio competitivo: decide dove, quando e come agire. Quindi l’ostacolo maggiore, al lavoro paziente di sicurezza, è di tipo cognitivo: la fase di incubazione dell’attentato non viene colta laddove i relativi segnali sono atipici, inediti. L’umile operatore di base della sicurezza non li registra, se non è stato adeguatamente formato a coltivare curiosità, perspicacia, amor proprio. Anche e soprattutto mentre svolge un elementare (ma tremendamente complicato) servizio di sentinella o di pattugliamento. La vivacità cognitiva merita perciò di essere costantemente stimolata, nelle lunghe ore di servizio, talvolta in solitudine. E la struttura appena più in alto dovrebbe seguire un metodo accurato di supervisione: sapendo ben comunicare, proattivamente, con la persona “sul campo”. Ottusamente si sostiene che ci sono obiettivi “a prevedibilità zero”. Ripetere tale espressione, abbassa ulteriormente le facoltà percettive e cognitive dei componenti le unità di servizio.

Che cosa serve invece?

Serve coltivare esprit de finesse, che si volge a fenomeni di uso comune e riesce a cogliere nella “banalità” del quotidiano i segni di fenomeni nella loro interezza e complessità. Ecco perché, per rispondere alla capacità “creativa” di chi prende per primo l’iniziativa criminale, occorre rifuggire dalla compilazione di un mero inventario di bersagli, spesso su stereotipi, perché si ancorano decisioni drammatiche allo “scrupolo” di seguire schemi fissi. Insomma, non c’è protocollo che tenga, se non si è mossi dalla responsabilità attiva. Nel campo della sicurezza pubblica non vale ripetersi “faccio quel che devo, accada quel che può”.

In concreto?

Prendiamo quanto si verificò a Nizza, con la strage sulla Promenade des Anglais. Un “semplice” vigile urbano – ritenuto a torto il gradino più basso del sistema di prevenzione – si occupava del traffico automobilistico, pensava solo a quello, e forse ha “accettato” passivamente la versione del finto autista del Tir (“Devo consegnare scatoloni di gelati per la festa”). Una semplice curiosità sulla quantità di sorbetti in un Tir (almeno 600 quintali), avrebbe generato qualche sospetto, e magari spinto a controllare meglio. Operazione che probabilmente sarebbe stata seguita se il terrorista si fosse presentato alla guida di un furgoncino, cioè di un mezzo ordinario per quel tipo di trasporto…

Pesa solo questo “schiacciamento cognitivo” che non fa venire dei dubbi o c’è dell’altro?

A rendere più difficile la possibilità di cogliere i segnali di eventuali attentati e stragi è la rigidità dei ruoli. L’espressione “è stato predisposto il dispositivo di sicurezza” contro gli attentati ricorre nelle cronache che informano dei “provvedimenti” delle autorità. Se il “dispositivo” consiste in una sequenza di operazioni da svolgere, oppure in un algoritmo che regola il funzionamento di un device elettronico, un sistema di telecamere, di sensori eccetera, gli effetti cambiano poco. Sono comunque forme ottuse di un approccio “meccanicistico”. Per fermare il terrorismo, cioè per provare a prevedere l’imprevedibile, si deve coltivare – a tutti i livelli dell’organizzazione della sicurezza pubblica – un sentimento di responsabilità dinamica, attiva. In organizzazioni di apparati cementati dalla solidarietà interna e da un comportamento morale e pratico “di servizio”.

Come si può colmare il vantaggio competitivo del terrorismo a cui accennava all’inizio?

Essendo i possibili obiettivi del terrorismo ascrivibili a un catalogo praticamente senza fine, due sono le contromisure da adottare: procedere, e in fretta, a strutturare una capillare collaborazione attiva dei cittadini. Come avvenne in Italia negli “anni di piombo”, tra le metà degli anni Settanta e la fine del decennio successivo. Negli Stati Uniti e in università di altri Paesi tuttora si studia il modello italiano di partecipazione popolare alla lotta al terrorismo di quella lunga Notte della Repubblica. Conviene rammentare che il nostro Paese è stato bersagliato da quasi tutti i tipi di terrorismo, rosso, nero, internazionale, etnico, stragista. A Fiumicino nel 1973 e nel 1985, con decine di vittime. Le stragi a Milano e Bologna. E già negli anni Sessanta in Alto Adige… Abbiamo subìto circa 450 morti, migliaia di feriti gravi. Eppure, anche nei periodi più bui, l’Italia ha saputo non far precipitare mai il tasso di libertà. È una lezione da non scordare mai.

Perché non si riprendono quegli insegnamenti? Forse perché il terrorismo degli islamisti radicalizzati è un fenomeno esogeno, estraneo alla nostra cultura e dunque meno comprensibile?

Se si pensa questo, magari anche negli apparati, s’incorre in un tipico bias cognitivo, una convinzione di senso comune non suffragata da analisi attenta. La radicalizzazione – fino al convincimento della “giustezza” della strage di innocenti – avviene con procedure attivate dall’organizzazione che seguono modelli sostanzialmente replicabili. L’immissione, ad esempio, di una persona marginale e senza particolare ruolo in una carriera strutturata dal gruppo. Questo conferisce identità e ruolo all’attentatore, alterandone il principio di realtà e la gerarchia dei rapporti sociali ordinari. Ecco perché la mobilitazione popolare e la collaborazione intelligente dei cittadini, entrambe da impostare e stimolare con sapienza, andrebbero rinnovate, con un parziale aggiornamento di concetti e metodi.

Torniamo alle contromisure. Oltre alla collaborazione dei cittadini, che cosa va messo in campo?

Una profonda e insistente delegittimazione morale dei terroristi. E nel contempo va lanciata una controffensiva psicologica: che valga a demotivare l’arruolamento di persone assai spesso del tutto ordinarie a compiere violenze atroci.

In che senso?

Frenando la rincorsa dei media a delineare ritratti suggestivi, a far da megafono a invettive e tematizzazioni incompetenti. I terroristi non vanno dipinti come personaggi, con una statura di personalità e di ruolo quasi da “dèmoni” di dostoevskiana memoria. Essi, in maggioranza, sono figure dalla biografia di una banalità sconcertante. Azioni efferate commesse da piccoli uomini. La descrizione pubblica di essi quali “mostri”, come tutte le rappresentazioni enfatiche e la retorica, è un pericoloso carburante che serve alle organizzazioni terroristiche a propagandarne modelli imitativi.

Cosa bisognerebbe fare allora?

Diamo voce e riconosciamo piena rappresentanza morale a tutte le espressioni, e sono tantissime, di integrazione. Spesso sono mantenute nell’ombra, fatte oggetto di pressioni sbagliate nei toni e nelle parole che vengono loro rivolte. Diamo meno spazio alle nostre invettive e conferiamo la ribalta all’energia morale di tanti connazionali dei terroristi che li condannano. Quel vasto mondo che ha saputo integrarsi con successo è invece messo nell’angolo. Mi ha colpito, per esempio, quel che hanno rivelato alcuni valorosi giornalisti: l’insospettata competenza, diciamo anche sociologica, di tanti parenti dei terroristi. Pur affranti dal dolore, raccontano la metamorfosi dei loro figli da angeli a demoni. Da persone normali, con ordinari lavori e abitudini, sono state trasformate, a un certo punto, dall’organizzazione islamista. Un’alterazione della loro personalità per un ruolo di morte.

Sta forse dicendo che “lupi solitari” non ne esistono?

Esatto. È l’organizzazione criminale che incorpora persone normali, e le trasforma. Giovani, poco più che adolescenti, alcuni delle banlieu francesi o dei quartieri “regionalizzati” di Bruxelles, diventano “grandi” commettendo atrocità. Se non si pianifica la delegittimazione morale e il disinnesco del plagio delle centrali ideologiche del terrorismo, sarà arduo passare all’offensiva. Come abbiamo saputo fare trent’anni fa. Dovremmo provarci ora, contando anche sul fatto che in Italia non abbiamo la stessa situazione delle banlieu francesi. Nelle nostre periferie ci sono, sì, situazioni di degrado, ma esiste anche un tessuto combattivo che sa rifiutare la violenza e il terrorismo.

(Marco Biscella)

Sorgente: JIHAD IN ITALIA?/ Non enfatizziamo i terroristi, basta il modello “anni di piombo”

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