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Il voto al Sud, e quei pregiudizi da smontare | Sbilanciamoci!

Prima del voto del 4 marzo scorso, molti osservatori ritenevano che l’esito generale delle elezioni sarebbe stato segnato in misura considerevole dai risultati nelle regioni meridionali. Era già accaduto in passato che i voti raccolti al Sud determinassero il successo o la sconfitta sul piano nazionale di uno schieramento o di un partito. Per altro, al contrario di quanto accadeva in altre zone del Paese, i risultati al Sud erano significativamente diversi ad ogni tornata elettorale.

E ciascuno dei principali schieramenti poteva esibire risorse che sembravano accreditare la loro capacità di essere competitivi alle elezioni del 2018. La coalizione di Centrodestra fino al 2013 aveva mostrato un notevole appeal presso gli elettori meridionali. Dopo l’arretramento elettorale registrato alle europee del 2014 e le sconfitte subite in alcune importanti regioni alle elezioni del 2015, Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia erano riuscite a ricostruire la loro coalizione elettorale che era riuscita a vincere le regionali del 2017 in Sicilia. D’altro canto, proprio il risultato delle consultazioni in Sicilia aveva evidenziato che il Movimento 5 stelle (M5s) era in grado di aumentare ulteriormente il numero di consensi ottenuti nel 2013. Il Centrosinistra, infine, era alla guida di tutte le regioni meridionali, ad eccezione appunto della Sicilia. In alcune di queste, il Pd e i suoi alleati avevano vinto in epoca relativamente recente, ossia nel 2015 (Campania, Puglia) e nel 2014 (Calabria).

Insomma, le due ipotesi ugualmente ragionevoli davano forma ad un apparente paradosso; l’esito della competizione appariva incerto e, inoltre, i rapporti di forza tra partiti e coalizioni che sarebbero emersi in queste aree avrebbero fatto pendere la bilancia a livello nazionale a favore dell’uno o dell’altro schieramento.

Effettivamente, il successo del M5s nelle sei regioni meridionali – Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia – è stato molto ampio e diffuso e ha contribuito in misura significativa alla definizione della gerarchia tra le forze politiche nell’intero Paese. Il M5s a livello nazionale è il primo partito per numero di consensi e per seggi parlamentari grazie alla grande messe di voti raccolti in queste aree.

Nelle regioni meridionali il M5s è arrivato al 47,3% dei voti espressi per l’elezione della Camera e al 46,6% di quelli per il Senato. Si tratta di un considerevole progresso rispetto al già lusinghiero risultato conseguito nel 2013. Il Movimento 5 stelle ha raccolto 1.847.505 voti in più rispetto alle precedenti elezioni politiche, pari a 20,7 punti percentuali. In pratica ha quasi raddoppiato i 2.427.533 consensi ricevuti nel 2013. La misura del suo successo nelle regioni meridionali emerge anche dalla banale considerazione che in queste aree ottiene quasi 15 punti percentuali in più rispetto alla quota di consensi ottenuti a livello nazionale.

I candidati del M5s si sono aggiudicati il seggio in 66 collegi uninominali su 69 alla Camera e in 33 su 34 al Senato. Addirittura in 8 collegi al Senato e in ben 22 alla Camera hanno superato la maggioranza assoluta dei consensi. Solo in 2 alla Camera e in quattro al Senato hanno vinto con una percentuale inferiore al 40%. E solo in 4 collegi alla Camera e in altrettanti al Senato hanno vinto con un distacco sul secondo inferiore a 5 punti percentuali.

Il risultato del Pd e dei suoi alleati è stato molto al di sotto delle loro aspettative, e in ogni caso molto lontano da quello del M5s. La coalizione si è fermata al 15,9%. I voti (1.429.025) che ha ottenuto sono poco più di un terzo di quelli ricevuti dal M5s (4.274.585). La pessima performance della coalizione dipende ovviamente dalla crisi del Pd che in queste aree ha subito un vero crollo. Rispetto al 2013 ha perso 674.220 voti, pari a 7,2 punti percentuali. Il partito di Renzi ha raccolto solo il 13,8% dei consensi, più di 5 punti in meno rispetto al livello raggiunto nell’intero Paese (18,8%). Alla Camera il Pd ha ottenuto un numero di voti più elevato in Calabria, in Molise e soprattutto in Basilicata, dove era stato candidato Gianni Pittella, Europarlamentare di lungo corso, candidato alla Presidenza del Parlamento europeo e fratello del Presidente della Regione Marcello Pittella.

Ma l’insuccesso della coalizione va attribuito anche alla scarsa incisività delle altre liste collegate, inclusa quella allestita dalla Bonino, +Europa, che si è fermata all’1,3 alla Camera.

Inoltre, i candidati della coalizione di Centrosinistra nei collegi uninominali sono sempre terzi salvo che nel collegio di Napoli città-San Carlo all’Arena, dove era in campo Paolo Siani, medico e fratello di Giancarlo, il giornalista assassinato dalla Camorra.

Come è evidente, le liste della sinistra – Liberi e uguali (Leu) e Potere al popolo (Pap) – non hanno tratto vantaggi dalla perdita di seguito elettorale del Pd e dei suoi alleati. Infatti Liberi e uguali ha conseguito un risultato deludente (3,2% alla Camera e 2,9 al Senato). La performance migliore (6,4% alla Camera e 5,7 al Senato) è stata ottenuta in Basilicata, dove erano candidati Roberto Speranza e Filippo Bubbico, ex Sottosegretario ed ex Presidente della Regione. Leu ha ottenuto 74.555 voti in meno rispetto a quelli ricevuti da Sel nel 2013. In Puglia Leu ha perso 67.872 voti, probabilmente a causa dell’uscita di scena di Nichi Vendola che nel 2013 era Presidente della Regione. In Sicilia, l’impegno diretto di Grasso ha consentito un lieve progresso rispetto al 2013 (+18.184 voti, +0,8 punti percentuali). Nei collegi uninominali, i candidati di Leu sono sempre quarti. E solo nel collegio Napoli Fuorigrotta il candidato di Pap ha conquistato il quarto posto superando quello di Leu.

Nel corso della campagna elettorale alcuni avevano sostenuto che la separazione tra il Pd e Leu avrebbe compromesso le possibilità di vittoria del Centrosinistra nei collegi uninominali. Alla luce dei risultati, possiamo affermare che la somma dei voti alla coalizione del Pd e a Leu non sarebbe stata sufficiente a vincere e neppure a scalare la graduatoria, passando dal terzo al secondo posto. Solo nel collegio di Potenza i voti ottenuti da Gianni Pittella del Pd e quelli di Speranza di Leu avrebbero consentito allo schieramento di Centrosinistra di collocarsi in seconda posizione, ossia di scavalcare il candidato del centrodestra, ma non di sconfiggere quello del M5s, Paolo Caiata, che pure era incorso nella “scomunica” di Di Maio perché coinvolto in una inchiesta giudiziaria.

Insomma, nelle regioni del Sud, il Pd e i suoi alleati hanno perso. Tuttavia anche i loro competitori a sinistra hanno ottenuto risultati deludenti. La lista Potere al popolo, promossa da Rifondazione con l’intenzione di connettere le esperienze di soggettivazione politica dal basso e che aveva indicato come “capo politico” la napoletana Viola Carofalo, ha raccolto nelle regioni meridionali solo l’1,1% perdendo rispetto a Rivoluzione civile 157.342 voti, pari a 1,7 punti percentuali.

Il risultato del Centrodestra al Sud è complessivamente negativo, ma l’insuccesso non riguarda tutte le singole forze che lo compongono, almeno non nella stessa misura.

La coalizione ha ricevuto al Sud un numero di consensi pari al 30,3% alla Camera (31,2 al Senato). Si tratta di una percentuale più bassa di quella ottenuta a livello nazionale di ben 6,7 punti. Se si considera l’attuale configurazione della coalizione – includendovi anche l’Udc, che alle precedenti elezioni politiche era alleata di Monti – il Centrodestra rispetto al 2013 ha perso 524.974 voti (-5,4 punti).

Forza Italia e l’Udc hanno ottenuto una percentuale di consensi superiore a quella ricevuta a livello nazionale, mentre Fratelli d’Italia ne è rimasta al di sotto. Merita attenzione l’insediamento al Sud della Lega, che rispetto al 2013 guadagna 458.627 voti in più, raggiunge il 5,3% e diventa il secondo partito della coalizione. Sembra, dunque, sia stata premiata la strategia politica di Salvini che ha cercato di accreditare la Lega come partito nazionale. I candidati di Centrodestra sono riusciti a ottenere il seggio in tre collegi uninominali per la Camera (Agropoli, Gioia Tauro e Vibo Valentia) e in un collegio per il Senato (Reggio Calabria). Nel solo collegio di Potenza per la Camera il candidato del Centrodestra è terzo, mentre in tutti gli altri i suoi esponenti si sono collocati in seconda posizione (sebbene, in molti casi, a distanza considerevole dal candidato vincente).

Infine, la formazione di estrema destra, Casapound, ha ottenuto solo lo 0,6%, pur accrescendo il numero di voti (+42.212) rispetto al 2013.

La distribuzione dei seggi assegnati alle regioni del Sud come esito del voto è particolarmente favorevole per il M5s. Quasi tutti i seggi attribuiti nei collegi uninominali sono stati appannaggio del M5 stelle: 66 su 69 alla Camera e 33 su 34 al senato. Il centrodestra ha guadagnato 3 seggi alla Camera e 1 al Senato. Per quanto riguarda l’attribuzione dei seggi nei collegi plurinominali, il M5s ha ottenuto 30 seggi al Senato e 55 alla Camera, Forza Italia 12 al senato e 24 alla Camera, la lega 5 al Senato e 7 alla Camera, Fratelli d’Italia 2 al Senato e 4 alla Camera, il Pd 9 al Senato e 17 alla Camera e Liberi e uguali 1 al senato e 7 alla Camera.

In sostanza dalla distribuzione dei seggi emerge che, complessivamente – cioè considerando la quota maggioritaria e quella proporzionale –, il Movimento 5 stelle ha ottenuto il 67,7% dei seggi al Senato e il 66,1 alla Camera. La meccanica del sistema elettorale, combinata con la distribuzione dei voti, riconosce al M5s un premio davvero cospicuo rispetto alla quota di consensi ottenuta (47%). Al contrario, il Pd che era stato accusato di aver allestito il sistema elettorale per danneggiare il M5s ha guadagnato al Sud solo poco più del 9% dei seggi, a fronte di una percentuale di voti pari al 13,1%. Andrebbe svolta una riflessione sul funzionamento del sistema elettorale, sulla sua capacità di fabbricare maggioranze e in quali condizioni, e sulle conseguenze disproporzionali che i diversi meccanismi comportano. La questione è complessa e non è oggetto di questo breve contributo.

Dalla descrizione dei risultati è possibile ricavare alcune sintetiche considerazioni. L’aumento dei consensi al M5s nelle regioni del Sud è molto ampio, determinando la vittoria in quasi tutti i collegi uninominali e il conseguente premio nell’attribuzione dei seggi nelle due Camere parlamentari. Il risultato in queste regioni ha spinto in misura considerevole il successo del Movimento a livello nazionale.

Il Pd, i suoi alleati e i suoi competitori a sinistra sono crollati sul terreno elettorale e sono stati penalizzati nella distribuzione dei seggi. Il Centrodestra ha subito una non trascurabile erosione dei consensi, pur riuscendo a ottenere qualche vittoria nei collegi uninominali. Forza Italia è rimasta al di sopra del livello di consensi conseguito complessivamente nel Paese, ma ha perso rispetto al Pdl. La Lega ha superato il 5% dei voti diventando nelle regioni meridionali la seconda forza del Centrodestra e portando alla Camera e al Senato rappresentanti provenienti dal Sud, assieme a qualche paracadutato.

L’esito delle elezioni è apparso sorprendente soprattutto perché mette in crisi la maggior parte degli schemi attraverso cui è stato fin qui interpretato il voto nel Mezzogiorno. Si tratta di schemi che hanno evidenziato una notevole capacità esplicativa, che certamente non può essere messa in discussione da un singolo esito elettorale discordante. E tuttavia, ogni ipotesi esplicativa, benché valida, va continuamente sottoposta a vaglio empirico. Infatti condizioni specifiche e contingenti oppure il pieno dispiegarsi di cambiamenti sociali di lungo periodo potrebbero rendere una ipotesi momentaneamente inadatta a spiegare un risultato oppure, nel secondo caso, definitamente obsoleta.

Al momento dobbiamo – cautelativamente – riconoscere che gli schemi utilizzati in passato non sono molto utili per spiegare i risultati delle ultime elezioni al Sud. Le future consultazioni ci aiuteranno a capire se si tratta di una insufficienza solo temporanea e contingente. Non sembra, dunque, corretto utilizzare quegli schemi per elaborare fantasiose e faziose dissertazioni politiche.

Per essere più espliciti, i risultati sono parsi sorprendenti perché non compatibili con due caratteristiche: le tendenze filogovernative e il ruolo prevalente della personalità dei candidati nella formazione delle scelte elettorali. Nel Mezzogiorno sono state individuate dinamiche di formazione degli orientamenti di voto favorevoli ai partiti e alle forze politiche che rivestono ruoli di governo o hanno accesso alle opportunità che derivano dalla partecipazione al potere esecutivo nazionale e locale.

In secondo luogo, nelle regioni meridionali è stata segnalata una particolare sensibilità verso l’appeal dei candidati piuttosto che dei partiti in quanto tali, come si può desumere dalla circostanza che in queste aree è costantemente e maggiormente diffuso il voto di preferenza.

In base a questi presupposti anche alle ultime elezioni sarebbe stato ragionevole attendersi un vantaggio per i partiti che erano alla guida di esecutivi nazionali o locali e per le forze politiche che potevano allestire liste e proporre candidati che avevano già mostrato specifiche competenze e abilità nella raccolta di consensi personali.

In sostanza, l’impossibilità di esprimere due voti disgiunti e diversi per la lista nel collegio plurinominale e per il candidato in quello uninominale, avrebbe posto l’elettore di fronte al dilemma della scelta tra il candidato e il partito. Al Sud il dubbio sarebbe stato risolto più frequentemente a vantaggio del candidato.

Tuttavia le tendenze filogovernative sembrano smentite dal crollo del Pd, che oltre a reggere le sorti del governo nazionale è alla guida degli esecutivi in cinque delle sei regioni. E d’altro canto lo straripante successo del M5s e il non trascurabile insediamento della Lega – che non erano al governo nazionale e non partecipano ad esecuti regionali – non possono più essere interpretati come esito della propensione filogovernativa degli elettori meridionali. La partecipazione della Lega al governo siciliano è troppo recente e persino residuale.

Per quanto riguarda il ruolo esercitato dai candidati nella formazione degli orientamenti di voto, sarà necessario approfondire ulteriormente l’analisi. Per il momento possiamo assumere un indicatore debole, ma non del tutto muto o privo di significato. La percentuale di voti al solo candidato nei collegi uninominali sul totale dei voti espressi al Sud è pari a 3,9, quella calcolata per tutto il paese è 3,8. Ovviamente si osservano differenze tra le diverse forze politiche. La percentuale è più alta per i piccoli partiti, che probabilmente hanno beneficiato in misura maggiore del traino dei candidati. Ed è così anche per Leu (7,7) e Pap (5,7). Con specifico riferimento ai tre principali schieramenti, la percentuale è più bassa per il Centrodestra (2,1) e più elevata per il Centrosinistra (6,4). Quella del M5s é pari a 3,9. In sostanza, non si può sostenere che il successo del M5s sia derivato particolarmente dall’apporto dei candidati. Di conseguenza potremmo affermare che gli elettori del Sud hanno risolto il dilemma partito/candidato preferendo il partito in misura analoga a quanto avvenuto in altre aree del Paese.

E tuttavia anche questa volta autorevoli commentatori hanno riferito il risultato delle elezioni al “particolarismo”, un tratto culturale di fondo dei meridionali dentro cui si inscrivono la propensione filogovernativa e la disponibilità ad accogliere l’appeal delle personalità individuali. Subito dopo le elezioni, di fronte al successo del M5s, si sono sprecati gli elogi per Di Maio e i suoi che avrebbero condotto una brillante campagna di comunicazione e che avrebbero intercettato bisogni profondi di larga parte della società meridionale, facendosene carico attraverso la proposta del reddito di cittadinanza. L’ostracismo verso il M5s si è rapidamente trasformato in ammirazione.

Nel contempo i pregiudizi negativi si sono trasferiti sugli elettori del Sud, i quali avrebbero votato avendo a riferimento una loro specifica e particolare esigenza. Essi avrebbero scelto senza curarsi della compatibilità del reddito di cittadinanza con le esigenze generali di salvaguardia degli equilibri del bilancio dello Stato.

E dunque per provare a rimediare alla provvisoria insufficienza dei tradizionali schemi esplicativi, e per evitare che le categorie analitiche degradino in pregiudizi politici, ci sembra utile proporre una interpretazione del risultato delle elezioni al Sud che focalizzi l’attenzione sul come i cittadini meridionali abbiano maturato la loro scelta, piuttosto che sul “per chi” o “per che cosa” abbiano offerto il loro consenso.

L’ipotesi è che i cittadini meridionali abbiano espresso un voto “razionale”. Si tratta ovviamente di una “razionalità limitata” poiché la scelta è avvenuta avendo ben presenti i fini, ma non piena consapevolezza dei mezzi e di tutte le possibili soluzioni alternative. Ma si tratta di razionalità limitata anche perché la decisone è scaturita soprattutto da una valutazione retrospettiva di quanto sia stato fatto negli ultimi decenni in Italia. Essi hanno considerato, come prevalente su ogni altra considerazione, l’insufficienza dell’azione di governo sviluppata in questo ormai lungo decennio di profonda crisi economica. Non hanno tenuto conto degli indicatori macroeconomici, ma della loro quotidiana micro esperienza individuale e comunitaria.

Sulla base di questa preliminare valutazione molti cittadini hanno consapevolmente e razionalmente scelto di affidarsi a soggetti politici, partiti, leader e candidati, fin qui poco compromessi con il passato recente e più disponibili ad accogliere una domanda di protezione sociale – e non banalmente di assistenzialismo.

Molti elettori hanno constatato che le forze politiche alle quali in precedenza avevano conferito i loro voti hanno adottato politiche che hanno ignorato e rimosso le sofferenze e il disagio sociale proprio mentre aumentava il numero delle persone esposte alla disperazione e si allargavano le fasce sociali marginalizzate. I cittadini meridionali hanno così rivolto il loro sguardo in direzioni diverse anche mettendo in conto la possibilità di una ulteriore delusione, dato che i nuovi destinatari delle loro preferenze non hanno ancora offerto prova di competenza e di coerenza rispetto alle loro proposte. In questa prospettiva, dunque, la scelta sarebbe scaturita soprattutto da un giudizio razionale sulle politiche praticate nel passato e poi da una valutazione sommaria delle proposte. Questa non è una tesi: per il momento, è solo un’ipotesi di ricerca da sviluppare. In ogni caso, non sembra si possa evocare il particolarismo degli elettori per interpretare l’esito sorprendente delle elezioni nelle aree meridionali del Paese.

Sorgente: Il voto al Sud, e quei pregiudizi da smontare | Sbilanciamoci! – La Campagna

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