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Il ricatto sociale del lavoro precario

Il 2017 si è chiuso con un ulteriore crollo dei contratti di lavoro a tempo indeterminato e un’accelerazione ancor più marcata di quelli a tempo determinato, con relative perdite di tutele. Questo nell’ordine di milioni di individui; generazioni per le quali le parole “presente”, “futuro”, “progetti” non conservano nulla del senso che avevano fino a vent’anni fa (forse dieci).

Sono stati diffusi i dati della Fondazione Giuseppe Di Vittorio sull’andamento del mercato del lavoro fino a fine 2017. «A dispetto dei proclami che hanno accompagnato il Jobs Act e l’introduzione del contratto a tutele crescenti – si legge nel rapporto dal titolo “Lavoro: qualità e quantità” a cura Lorenzi Birindelli e Giuliano Ferrucci – dal 2015 al 2017 il numero di assunzioni a tempo indeterminato è crollato dai 2 milioni del 2015 (anno dell’esonero contributivo per 36 mesi) a 1 milione 176 mila del 2017 (-41,5%) a fronte di un notevole incremento delle assunzioni a termine (da 3 milioni 463 mila del 2015 a 4 milioni 812 mila del 2017, pari a +38,9%).  La variazione netta totale (attivazioni-cessazioni) nei 12 mesi (gennaio-dicembre) del numero di rapporti di lavoro a tempo indeterminato è passata così da +887 mila del 2015 a -117 mila del 2017; contestualmente, la variazione netta dei rapporti a termine, negativa nel 2015 (-216 mila)  è tornata positiva nel 2016 (+248 mila) ed è arrivata nel 2017 a +537 mila».

E il rapporto a termine non è, nella grandissima maggioranza dei casi, una scelta del lavoratore, ma una soluzione imposta.

«La nuova occupazione a termine, peraltro, è sempre più part-time – spiega il rapporto della FDV – Circa la metà dell’incremento delle assunzioni a termine registrato tra il 2015 e il 2017 (+1 milione 349 mila), infatti, è imputabile a rapporti a tempo parziale (+689 mila): nel 2015 le assunzioni con contratti a termine part-time sono state 1 milione 248 mila e nel 2017 sono salite a 1 milione 937 mila (+55,2%)».

«L’area del disagio – formata dagli occupati in età compresa tra 15 e 64 anni che svolgono un’attività di carattere temporaneo (dipendenti o collaboratori) perché non hanno trovato un’occupazione stabile (temporanei involontari) oppure sono impegnati a tempo parziale (anche autonomi) perché non hanno trovato un’occupazione a tempo pieno (part-time involontari) – continua a crescere e conta nei primi nove mesi del 2017 il numero record di 4 milioni e 571 mila persone (di cui 2 milioni 784 mila temporanei involontari e 1 milione 787 mila part time involontari)».

«Rispetto ai primi nove mesi del 2013, nell’arco degli ultimi 4 anni, l’aumento dell’area è stimato nell’ordine di +465 mila persone, pari a +10,2% – continua il documento – Il tasso di disagio – rapporto tra l’area del disagio e la totalità degli occupati in età 15-64 anni4 – è in sensibile aumento dal 2013 e nel 2017, dopo una modesta flessione circoscritta al 2016, si è attestato al 20,4% (media dei primi tre trimestri dell’anno)».

Si legge ancora: «Se consideriamo la durata dei contratti, infine, la precarietà dei nuovi rapporti di lavoro spicca con grande evidenza: i dipendenti a termine con contratti che non superano 6 mesi sono in forte ascesa dal 2014 e rappresentano dal 2016 la maggioranza degli occupati a termine. Nel novero dei contratti brevi un ruolo importante è giocato dai contratti di tipo stagionale, come risulta dalle oscillazioni tra i trimestri, con un picco estivo ed uno invernale».

«Le evidenze proposte concorrono a dimostrare come la scelta di non assumere a tempo indeterminato non dipenda (dopo il Jobs Act) dal timore di non poter licenziare, ma sia determinata, in buona parte, dal proliferare di attività “a scadenza”. Il caso “di scuola” è quello dei lavori a carattere stagionale, ma si potrebbero fare altri esempi (dati Comunicazioni obbligatorie), come quello sui rapporti di lavoro di durata brevissima (fino a 30 giorni). Una platea di centinaia di migliaia di persone per le quali fra l’altro, si apre anche la questione dell’effettiva corresponsione delle voci non percepite mensilmente (tredicesima, ferie, TFR, eccetera). Il tempo determinato viene anche utilizzato in modo non episodico come “periodo di prova”: nel 2016 (dati di fonte EUROSTAT – European Union Labour Force Survey) quasi il 9% dei dipendenti a termine ha identificato l’utilizzo di questo strumento come periodo di prova e un altro 16% dichiara che viene utilizzato nel periodo di istruzione/formazione. L’utilizzo improprio di questo strumento testimonia dell’inefficacia delle procedure di reclutamento. Infine, un rapporto a termine può essere utilizzato come strumento di pressione sul dipendente, assimilando la trasformazione a tempo indeterminato al primo scatto di carriera. Il lavoro a termine si configura in tali casi come un incentivo a basso costo per le imprese, congelando la progressione di carriera fino al momento della eventuale trasformazione in tempo indeterminato».

Dunque, una progressiva e inesorabile erosioni delle tutele e dei diritti per rendere il lavoro un’arma in più di ricatto sociale.

Sorgente: Il ricatto sociale del lavoro precario

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