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Il rebus in mano a Mattarella. Attori principali Di Maio e Salvini – La Stampa

Salta l’ipotesi di un Nazareno bis tra forzisti e dem. Difficile prescindere dai pentastellati. L’incognita leghista

Passata l’onda delle emozioni, e con la mappa del nuovo Parlamento che stasera avrà in mano, Sergio Mattarella potrà finalmente ragionare su maggioranze e governi. Mettersi nei suoi panni è impossibile, forse nemmeno da augurare. Le uniche certezze, per il capo dello Stato, sono al momento quelle poche fondate sui numeri. Nudi e crudi.

 

Primo dato aritmetico: nessuna forza politica da sola ha ottenuto la maggioranza assoluta alla Camera o al Senato. Non c’è riuscito il centrodestra, che emerge più forte di cinque anni fa eppure resta impantanato a una sessantina di seggi dal traguardo, ma nemmeno ce l’hanno fatta i grillini che, nonostante l’impetuosa avanzata, sono ancora più distanti. Eventuali «campagne acquisti», come ne abbiamo viste in passato, non basterebbero a colmare il gap.

 

Ciò concretamente significa che, al momento di conferire l’incarico di governo, Mattarella non se lo farà strappare a furor di popolo: certo non da Salvini e nemmeno da Di Maio. Chi aspirerà a governare dovrà presentarsi al Quirinale forte di una maggioranza chiara, limpida, precostituita, alla luce del sole, non raccogliticcia né rimpolpata da parlamentari eletti nello schieramento avverso.

Altra certezza agli occhi di Mattarella: un ipotetico governo Pd-Forza Italia sarebbe privo dei voti necessari per la fiducia. Perfino se Renzi e Berlusconi riprovassero ad accordarsi, come ai tempi del Nazareno, quei due da soli farebbero poca strada, probabilmente nessuna. La chiave per dare un governo al Paese non passa più da loro: così hanno deciso gli elettori. Matteo e Silvio potranno essere al massimo comprimari, ma dare le carte toccherà ad altri protagonisti, incominciando dai Cinquestelle. Allo stesso modo, con un Pd così disastrato, sarebbe fantascientifico immaginare che Gentiloni possa trattenersi a Palazzo Chigi, alla guida di un governo comprendente la Boschi e renziani «doc» come Lotti, sospeso in una specie di limbo politico. La débâcle del centrosinistra travolge, suo malgrado, il premier. Le dimissioni che darà tra un mese non saranno soltanto un pro forma, in attesa di ritornare.

 

Terzo elemento, anche questo figlio dei numeri: nel centrodestra cambiano le gerarchie. E il sorpasso della Lega ai danni di Forza Italia proietta grandi interrogativi sul futuro. I due partiti resteranno comunque alleati? Se avessero vinto, non ci sarebbero stati dubbi, ma d’ora in avanti chi detterà la linea? Berlusconi cederà lo scettro della leadership a Salvini? E se quest’ultimo dovesse subire l’attrazione dei Cinquestelle, come si regolerebbe il partito del Cav? L’unità di intenti reggerà al primo banco di prova, rappresentato dall’elezione tra venti giorni dei presidenti delle Camere? Le risposte non sono affatto banali. Ma finché non arriveranno, è molto dubbio che il centrodestra possa risultare trainante, sebbene sia arrivato primo.

 

Ultimo dato, il più importante: prescindere dai grillini d’ora in avanti sarà difficile, forse impossibile. Di sicuro, sul Colle nessuno pensa che se ne potrà fare a meno. Ed è altrettanto escluso che lassù si stia architettando una sorta di «conventio ad excludendum» contro i Cinquestelle. Se un terzo dell’Italia li ha votati, il capo dello Stato non può che prenderne rispettosamente atto. Del resto, i canali di dialogo col movimento sono stati inaugurati da tempo. La stessa visita di Di Maio in piena campagna elettorale, che qualcuno aveva giudicato prematura e abbastanza irrituale, col senno di poi dimostra quanto Mattarella avesse visto giusto: chiudere le porte in faccia a chi, per mille aspetti, è risultato vincitore di questa tornata elettorale sarebbe stato poco lungimirante, oggi ci troveremmo in una situazione perfino più difficile. Semmai toccherà ai grillini farsi trovare pronti e disponibili a stipulare le necessarie alleanze. Le uniche combinazioni visibili a occhio nudo sono quelle tra M5S, Pd e Leu o, in alternativa, tra Cinquestelle e Lega. Sullo sfondo, formule ancora più larghe e inclusive di cui nemmeno per ora si intravvedono i contorni. Per dipanare la matassa servirà pazienza. A Mattarella non manca. Il dubbio è se ne avranno altrettanta gli italiani e i mercati.

Sorgente: Il rebus in mano a Mattarella. Attori principali Di Maio e Salvini – La Stampa

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