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Il plutonio smarrito sul Nanda Devi. Così la montagna sacra inquina il Gange – La Stampa

Nel 1965 una missione della Cia scalò la vetta dell’Himalaya per spiare i cinesi, ma fu un fiasco In quota rimase sepolta fra i ghiacci la sostanza radioattiva. Oggi Hollywood vuole fare un film

CARLO PIZZATI
CHENNAI (INDIA)

Le montagne, si sa, custodiscono segreti e misteri. La cima più alta che si possa trovare in territorio indiano ne custodisce uno più pericoloso di tutti.

 

Da mezzo secolo Nanda Devi, «la Dea che dà la beatitudine», cova nel suo ventre roccioso una pillola avvelenata, finita tra i ghiacciai per la stupidità umana. Anzi, a essere precisi, per la stupidità della Central Intelligence Agency americana.

 

Questa è la storia di 5 chilogrammi di plutonio abbandonati in alta quota nell’Himalaya in quella che è forse la più lunga, più costosa e più numerosa e disastrosa spedizione della storia. La brutta vicenda era stata spazzata sotto al tappeto, ma ora, grazie all’interesse di Scott Rosenfelt, produttore hollywoodiano che sta raccogliendo 20 milioni di dollari per farne un film d’azione, rischia di risvegliare l’interesse del mondo.

 

Tutto ha inizio nel 1964, nel cuore della Guerra Fredda quando la Cina coglie di sorpresa l’America portando a termine nello Xinjiang il suo primo test nucleare. La tecnologia satellitare non consente ancora lo spionaggio dallo spazio, quindi gli americani decidono di usare l’Himalaya come osservatorio sulle pianure cinesi. La Cia viene incaricata di mettere assieme una squadra di alpinisti e spie appaiate a una squadra di ufficiali dell’Intelligence Bureau indiano.

 

L’operazione Montagna Blu, anche nota come Hat (High Altitude Test), ha un obiettivo all’apparenza semplice: installare un’antenna-spia di due metri sulla vetta della montagna sacra Nanda Devi (7816 m), alimentandola con un generatore nucleare. Lo Snap0 19C pesa 17 chilogrammi, di cui 5 sono di stronzio 90 e di plutonio 238 e 239. Vengono assoldati 30 portatori locali Bhotia e arruolati 9 sherpa dal Sikkim, per la loro capacità di scalare i ghiacciai. Guida la missione il comandante della Marina Manmohan Singh Kohli, che descriverà l’avventura nel libro «Spie nell’Himalaya».

 

 

È già l’ottobre del 1965 quando inizia la spedizione che coinvolge alpinisti famosi, scienziati nucleari, psichiatri, esperti di telemetria e ufficiali di intelligence. I portatori fanno a gara per caricarsi il plutonio sulla schiena perché li tiene caldi. Il tecnico della Cia gli mette un badge bianco sulla giacca: «Se cambia colore, le radiazioni sono diventate pericolose».

 

A quota 7000 metri le cose si complicano. Il peso dell’armamentario è oltre i limiti umani, il freddo più inclemente del previsto. Missione abortita. Sherpa e portatori mettono al sicuro il plutonio dello Snap 19C in una cavità nella roccia. Si scende a valle. Si riproverà a primavera.

 

Nel maggio del 1966 la spedizione torna sui suoi passi, ma non ritrova né la cavità, né le corde, né la roccia dell’accampamento. Tutto spazzato via dalle valanghe.

Il plutonio, e la tecnologia segreta della Cia, sono seppelliti nel ghiacciaio. La ricerca va avanti per tre anni: d’inverno, a Delhi, a studiare le mappe, d’estate a perlustrare la montagna sacra. Niente.

 

Gli scienziati americani sono allarmati: «Se il plutonio arriva fino al Gange moriranno milioni di indiani». Il Rishi Ganga, che nasce dalla montagna divina, è difatti un importante affluente del sacro fiume indiano. Negli anni, visto che il plutonio non si trova, gli scienziati americani cambiano analisi: «Procurerà danni alla salute se chi trova il materiale lo scompone». A quale versione credere?

 

Nel ’74 un’inchiesta scientifica indiana avvisa il governo che bisogna continuare a monitorare i livelli di radiazioni di aria, acqua e suolo. Le possibilità di incidenti sono minime, secondo alcuni scienziati che si basano su dettagli parziali del documento de-secretato. Oggi uno di essi, Mgk Menon, ammette: «Il pericolo è che perdite radioattive nell’acqua divengano letali perché il plutonio, se entra nel sistema umano, è altamente tossico».

 

Dal 1982 il Santuario del Nanda Devi è chiuso a tutti tranne ai militari. Ufficialmente è per proteggere, con il patrocinio dell’Unesco, le 300 specie di piante rare e le 80 specie di animali rari come il leopardo delle nevi, l’orso nero e il cervo muschiato dell’Himalaya.

 

Il ghiacciaio di Nanda Devi si sposta di alcuni centimetri ogni anno, e dopo il possente terremoto in Nepal si teme che le scosse sismiche possano causare la rottura della corazza del plutonio. «Non c’è proprio nessun monitoraggio di possibili radiazioni», ha scritto Vinod K. Jose in un’inchiesta sul mistero di Nanda Devi.

 

Chi conosce questa storia, ora, può ammirare, lassù, sull’Himalaya, l’imponenza della «Dea che dà la beatitudine», ma sa che Nanda Devi potrebbe prima o poi partorire la morte, restituendo il veleno agli umani che l’avevano perso tra le sue nevi, nella disastrosa Missione Montagna Blu.

 

Sorgente: Il plutonio smarrito sul Nanda Devi. Così la montagna sacra inquina il Gange – La Stampa

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