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Il caso – Pd, conti in bilico per il crollo degli eletti | Liguria | Genova | Il Secolo XIX

Pd, conti in bilico per il crollo degli eletti

Emanuele Rossi

Genova – Se le elezioni politiche sono state un bagno di umiltà per il Pd di Matteo Renzi, a Genova si sono rivelate un bagno di sangue dal punto di vista finanziario. «Non abbiamo ancora fatto i conti – riconosce il segretario Alberto Pandolfo – ma è chiaro che la situazione non è buona». La federazione genovese del partito, infatti, conta parecchio, per il suo funzionamento, sui contributi degli eletti. E con la tornata del 2018 rischia di passare da quattro parlamentari a zero. «Sino ad ora contavamo sui contributi di Tullo, Carocci, Basso e Pinotti – spiegano in via Maragliano – adesso è rimasta solo la ministra della Difesa, ma siccome è stata eletta in Piemonte non è detto che versi la quota qui».| Pd, la Direzione ha votato: «Noi all’opposizione» |Già, perché oltre al danno c’è la beffa del cambiamento di linea imposto dalla segreteria nazionale: «Sino all’ultima legislatura i parlamentari contribuivano alla federazione di appartenenza e in Liguria li avevamo sempre “importati”, nel 2013 avevamo tre paracadutati – spiega il tesoriere del Pd genovese, Gianfranco Antoni – adesso le regole sono cambiate e ogni candidato si è impegnato a versare alla federazione del territorio in cui sarebbe stato eletto». I parlamentari oggi versano una quota al partito regionale e una alle federazioni provinciali (nel caso di Genova sono due, quella metropolitana e quella del Tigullio) di circa 1.800 euro. Il conto è presto fatto: al partito genovese mancherà un apporto finanziario da 7.200 euro mensili, in un anno oltre 86mila euro. Ma anche a livello regionale il Pd fa i conti in rosso: si perde il contributo di un consigliere regionale (variabile da 500 a 1.000 euro al mese) perché Lella Paita è andata in Parlamento. E il numero complessivo di deputati e senatori targati Pd Liguria è crollato da 13 a 5.Rispetto all’inizio del 2015 le casse del partito hanno subito un tracollo: prima la riduzione del numero dei consiglieri regionali (da 40 a 30) e la sconfitta, che hanno ridotto il contributo da via Fieschi da 15 persone (inclusi gli assessori) a 8. Poi la sconfitta alle elezioni comunali, con la quale il partito ha perso il contributo degli assessori del Pd a palazzo Tursi, che erano quattro. Ora, la batosta elettorale. Nel mezzo, c’è stato anche il cambiamento tutt’altro che indolore della legge nazionale: aboliti i rimborsi elettorali e sostituiti con il “due per mille”, ai partiti rimane “solo” il finanziamento dei gruppi parlamentari. Ma di quei soldi sui territori arrivano le briciole. Anzi, Antoni chiede un cambio di rotta: «Credo che una parte, anche piccola, della raccolta del “due per mille” dovrebbe andare ai territori, visto che il partito e la campagna elettorale si fa anche da qui. Il problema è stato sottovalutato ma ora è gigantesco. A chi blatera di “apparato” dei partiti rispondo che ormai stiamo in piedi grazie al volontariato».Il segretario provinciale genovese, Alberto Pandolfo, non percepisce alcun onorario ma anche il suo predecessore Alessandro Terrile si doveva accontentare di rimborsi. In forza al partito rimangono due funzionari: Stefano Bernini, l’ex vicesindaco, che è in cassa integrazione. L’altro è Mario Tullo, deputato uscente e non riconfermato. Per il momento i conti piangono ma non al punto di dover ipotizzare trasferimenti dalla sede di via Maragliano, dove si trova anche la segreteria regionale. I circoli hanno avviato già dagli scorsi anni una serie di accorpamenti ed economie. Il patrimonio del vecchio Pci, affidato alla Fondazione Ds, è un’importante asset su cui il partito può contare. Ma l’emergenza c’è e anche le “settembrate” della Festa dell’Unità, con le loro valanghe di focaccette di Crevari, non basteranno a riempire il buco causato dal crollo in Parlamento.

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