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Grande fuga e tragico approdo

Maria Rita Gelsomino

La grande fuga dal debito sovrano è iniziata nel Dicembre scorso, secondo quanto sostengono i conti accurati della banca d’affari Jeffries, le banche italiane hanno venduto Btp per un valore complessivo di 100 miliardi di euro passati di mano dalle nostre banche alla Bce.

La vicenda dei titoli sovrani ha avuto inizio verso la fine del 2011 quando in piena crisi dello spread, il governatore della Bce Mario Draghi proponeva le aste della Ltro (Long term refinancig operation) finanziamenti a lungo termine a bassissimo costo, replicate nel febbraio 2012, che pompavano liquidità nelle banche dell’Eurozona per un valore complessivo di 1000 miliardi di euro di cui circa 250 assegnati alle banche italiane. Quel denaro doveva essere utilizzato per sostenere l’economia reale ma nel nostro paese gli istituti di credito preferirono aumentare la loro esposizione al debito pubblico, operazione meno rischiosa e più vantaggiosa, tenendo conto che a quel tempo i Btp, a causa della crisi dello spread, erano in vendita a prezzi stracciati mentre i rendimenti erano sensibilmente più alti degli attuali, un ottimo affare dunque per le nostre banche. Il portafoglio di titoli di stato detenuto dagli istituti di credito che fino allora era stato complessivamente nell’ordine dei 200 miliardi toccò nel 2015 l’imponente cifra di 450 miliardi. A questo punto è iniziato il quantitative easing, la politica monetaria espansiva che prevedeva l’acquisto da parte della Bce di bond sovrani, Abs, Covered bond e successivamente anche corporate bond, al ritmo di 60 miliardi al mese portato tra la metà del 2016 a tutto il 2017 a 80 miliardi e dal primo gennaio di quest’anno ridotto a 30 miliardi al mese fino al prossimo settembre. Circa 80% di questa imponente massa di liquidità si è riversata sull’acquisto di titoli sovrani dei paesi europei. Come conseguenza i rendimenti sono precipitati, in Italia sono passati dal 7,4% del 2011 al 2% odierni mentre i prezzi di acquisto sono saliti. A questo punto le banche italiane hanno trovato opportuno liberarsene, per creare plusvalenze e soprattutto perché come investimento apparivano meno appetibili di altri.

Esistono però altre ragioni. L’Unione bancaria ha creato nell’Eurozona una situazione di escalation di rischi condivisi che ancora adesso non viene accettata nel modo più assoluto dalla Germania. Il legame tra banche e Tesoro, specialmente per l’Italia paese fortemente indebitato, non viene incoraggiato dalle istituzioni europee che negli ultimi mesi hanno proposto ipotesi di un tetto di acquisto di bond statali che, valutati secondo i gradi di rischio espressi dai rating, vengano considerati al pari di prestiti privati, obbligando quindi le banche ad accantonare capitali a copertura di eventuali perdite. Insomma gli stati europei trattati come comuni cittadini che chiedono un prestito alle banche che potrebbero anche non onorare se vanno in default. In previsione di queste possibili normative bene hanno fatto le banche italiane a vendere, tale comportamento dovrebbe essere considerato positivo in quanto propone un ritorno graduale alla normalità. Fino a quando la cessione dei bond sovrani si riduce sostanzialmente ad un trasferimento alla Bce, pronta ad assorbirli, non si riscontrano anomalie come testimoniano i tassi rimasti stabili, il problema sorgerà a partire dal prossimo settembre quando gli acquisti da parte di Francoforte cesseranno e si dovranno trovare nuovi acquirenti per il debito italiano. Se le nostre banche non comprano, il Tesoro dovrà rivolgersi a banche straniere o ai cittadini italiani, la ricerca non sarà facile e spingerà i tassi di rendimento verso l’alto aumentando i costi del sevizio del debito. Questi scenari sono ben presenti ai nostri istituti di credito che, prevedendo anche un calo dei prezzi per i titoli di stato, hanno iniziato con anticipo a vendere.  Avendo ancora in pancia almeno 350 miliardi di titoli, saremmo solo all’inizio di una precipitosa corsa alle vendite fino a quando c’è Draghi che compra. Si dà per certo che i Commissari europei, quando finalmente la Germania avrà un governo, interverranno sulle banche con una duplice modalità, da un lato verso i crediti deteriorati, dall’altro recidendo il cordone ombelicale tra banche e Tesoro. Banchieri e imprenditori italiani sono già intervenuti perché temono che le nuove regole possano colpire il flusso dei finanziamenti alle imprese, tuttavia la Commissione ha già la carota da contrapporre ai due bastoni: il sospirato completamento dell’Unione Bancaria con l’istituzione di una garanzia unica sui depositi per tutte le banche dell’Eurozona. Evviva!

La tendenza inarrestabile all’aumento del debito pubblico e il mancato risanamento dei conti pubblici potrebbero tuttavia, in futuro con la fine del quantitative easing, farci scivolare nuovamente verso una crisi dello spread, fatale ritorno che spingerebbe lo Stato, al fine di ridurre il debito, ad attingere alla ricchezza privata con l’imposizione di una tassa patrimoniale. Secondo i dati forniti da Unimpresa la ricchezza mobiliare delle famiglie italiane si aggirerebbe intorno ai 4300 miliardi di euro che sommandosi al patrimonio immobiliare arriva a 9000 miliardi più di cinque volte il Pil. Solo nel 2017  la ricchezza mobiliare degli italiani è aumentata di 173 miliardi in quanto i cittadini, in questo periodo di crisi, preferiscono non spendere e tornare a risparmiare, comportamento virtuoso ma che però non contribuisce a potenziare la ripresa. L’Europa non manca occasione a spronare l’Italia a percorrere la via della patrimoniale.  Attualmente si stima che la metà della ricchezza nazionale sia in mano al 10% delle famiglie più ricche, quindi colpire una minoranza privilegiata non susciterebbe l’opposizione della grande maggioranza esclusa dalla stangata. E infatti il progetto di una patrimoniale è stato accolto dai sindacati che hanno formulato le loro ipotesi: la Cgil teorizza un’imposta progressiva su patrimoni superiori ai 350mila euro mentre la Cisl eleva il tetto a 500mila euro. Si tratterebbe di presentare il provvedimento come una sorta di redistribuzione delle risorse ispirato a ragioni di giustizia sociale. Sotto elezioni e finchè lo spread resta sotto controllo non se ne parla affatto ma se finirà la cuccagna ( si fa per dire) attuale dovremo inventarci un qualche modo per far cassa .

Sorgente: Città Futura on-line

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