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il futuro del centro-sinistra L’Italia congelata

di Franco Livorsi

Il gelo del febbraio del 2018 non è solo atmosferico. Accompagna degnamente il cuore freddo di un grande Paese in crisi. Questo freddo sembra attanagliare le menti e i cuori. Le parole di questa campagna elettorale, vere o false, sembrano lasciare alquanto “freddi” anche i cittadini. Le promesse mirabolanti di pensioni facili per le casalinghe, o di tassa con ugual percentuale bassa per tutti, o di reddito minimo garantito, sono tutte fasulle (oppure realizzabili togliendo diritti acquisiti, senza che ciò sia detto). Sono comunque considerate assolutamente irrealizzabili economicamente da tutti gli esperti “indipendenti”. E non sono credute quasi da nessuno, anche se possono sempre spostare piccolissime minoranze di “distratti”, che fanno la differenza (e forse sono enunciate proprio per allettare loro, con “pubblicità ingannevole”, fatta perché – come già si sa – “passata la festa, è gabbato il santo”). In ogni caso l’impressione è che questa campagna elettorale stia annoiando tutti, e che persino quelli che partecipano ad essa in prima linea lo facciano per onor di firma, non vedendo l’ora che finisca. In parte ciò è dovuto al fatto che dal Porcellum del 2005 al Rosatellum del 2017 i cittadini non hanno più potuto scegliersi almeno un rappresentante, ma solo votare il “partito” più gradito. Inoltre i cittadini sembrano ritenere che da noi – come diceva Ennio Flaiano – la situazione sia “sempre grave, ma non seria”: per cui, come sempre, si aggiusterà in qualche modo. Ma chi lo pensa non comprende che a lungo andare la corda si spezza, anche se gli interessati sembrano non crederci mai. Non ci credevano neanche dopo la marcia fascista su Roma del 28 ottobre 1922, dopo sessant’anni di governi liberali: quando il re disse che voleva provare il governo dei fascisti per tre mesi, e i comunisti del tempo definirono “la marcia” e le sue conseguenze “una buffonata”, “una crisi di governo un po’ movimentata”. Ma di tanto in tanto “il nuovo”, nel male o nel bene, nella storia irrompe (in generale quando i più non ci credono affatto).

   L’indifferenza che si coglie, e “ci coglie”, è pure legata al fatto che tutti capiscono che i veri giochi si faranno non con le elezioni, bensì dopo. Ma se questo accadrà non sarà perché – come si va blaterando – nei sistemi proporzionali è sempre così; infatti le coalizioni governanti si sono presentate al voto, come partiti alleati di governo contro altri partiti alleati, dal 1948 al 1993. La coalizione governante possibile era evidente prima. Piuttosto oggi tale vera coalizione governante è ignota perché nel mondo politico ci sono tante manovre sotterranee, fatte in vista d’altro, per realizzare coalizioni di governo con combinazioni che emergeranno dopo, tra un bluff e l’altro dei gruppi “giocatori” (dal momento che è chiaro che nessuna tra le tre aree in competizione avrà i voti per governare da sola).  Non avrà i numeri per governare la coalizione costituita al 90% dal PD. Non li avrà il M5S. Non li avrà il centrodestra di Berlusconi, Salvini e Meloni. Questo si sa già. Perciò ancora una volta i cittadini, come capita da almeno sette anni, si ritroveranno una coalizione di governo “a sorpresa”. Questo non rafforza certo il credito della democrazia.

   Si sa pure che la coalizione imperniata sul PD è in difficoltà serie. La cosa paradossale è che ciò avviene contro il principio stesso di ragionevolezza pratica. Questa ragionevolezza dovrebbe oggi premiare il PD, che infatti io voterò con ferma convinzione pur non essendomi mai iscritto. E’ vero che si dovrebbe guardare ai programmi futuri, che il PD per altro ha enucleato in cento punti; ma è anche vero che una forza che ha governato con ruolo assolutamente determinante per cinque anni viene valutata anche, e soprattutto – ci piaccia o non ci piaccia – a consuntivo (dal Comune alla nazione). Ora a me sembra evidente che il consuntivo per il PD oggi sia piuttosto positivo. Le valutazioni, in ogni epoca, possono essere solo comparative. Ciò posto non credo che negli ultimi venti e forse trent’anni nessuno abbia fatto meglio dei governi a guida PD che si sono succeduti, in specie da Renzi a Gentiloni. Nel cosiddetto ventennio berlusconiano, segnato da dodici anni di governo di centrodestra, sicuramente no.

  Certo, ormai viviamo in un mondo economicamente globalizzato, in cui il Capitale si sposta dove vuole con un clic del computer: un mondo segnato da un processo economicamente transnazionale in cui, essendo tutti in concorrenza con tutti sul mercato mondiale, la forza lavoro si deprezza, e in cui comunque s’impiegano stabilmente solo lavoratori detti della conoscenza, più o meno specializzati: a causa della rivoluzione informatica, con i connessi processi di automazione o robotizzazione, che ampliano a dismisura quello che Marx chiamava “esercito industriale di riserva”, cioè la massa di disoccupati. Inoltre veniamo dalla più lunga crisi economica dal 1929. E, come se non bastasse, in sessant’anni i governanti italiani hanno accumulato, più o meno irresponsabilmente, un immenso debito pubblico. E siamo in un campo economico europeo che ci protegge e che, al tempo stesso, ci condiziona pesantemente (a meno che non si voglia davvero tornare a una liretta che ci porterebbe subito alla rovina).

   Ora, se non ci dimentichiamo totalmente di tale contesto, ma lo teniamo ben presente almeno sullo sfondo, dobbiamo riconoscere che i governi dei mille giorni di Renzi e dei quattrocento di Gentiloni ci hanno portato in gran parte fuori dalla crisi economica, o quantomeno che essi hanno saputo intercettare l’ondata della ripresa. Non è poco. Inoltre hanno portato nuovi diritti per tutti, in materia di famiglie o unioni civili di nuovo tipo, eterosessuali e omosessuali, e di fine della vita. E hanno pure portato qualche beneficio stabile, del genere degli ottanta euro in più al mese per una decina di milioni di poveri, e una qualche crescita dell’occupazione, instabile e stabile (un milione di posti di lavoro in più, sebbene per la metà non a tempo indeterminato), nell’ultimo periodo. In una fase recente è persino stato frenato il flusso fuor di controllo degli immigrati dalla Libia, sia pure con gravi problemi in Libia per i poveri aspiranti all’immigrazione, bloccati alla partenza e spesso imprigionati in condizioni ben poco umane (condizioni che l’Unione Europea e soprattutto l’ONU, d’intesa anche con l’Italia, dovrebbero impegnarsi a superare). E il nostro peso in Europa e nel mondo, sotto tali governi, è cresciuto. Anche dal punto di vista morale – pure prendendo per buone le accuse mosse a questo o quello, come i colloqui che la ministra Boschi avrebbe fatto meglio a non avere – possiamo veramente mettere ciò sullo stesso piano delle pendenze, e sentenze, a carico di Berlusconi e dei suoi ministri o stretti collaboratori, condannati o accusati o carcerati da molti anni? O possiamo davvero pensare che il governo dato a un giovanissimo Di Maio, e ai suoi amici, come minimo totalmente inesperti e dilettanti, potrà governare meglio un grande Paese al centro del Mediterraneo, seconda potenza manifatturiera d’Europa, di sessanta milioni di anime, rispetto al PD e alle liste ora connesse con esso?

   Ma debbo riconoscere con qualche stupore, e un pizzico di vero dispiacere, che quello che pare evidente a me non lo è affatto per gli altri. Come può trovarsi in tale difficoltà chi ha governato quantomeno abbastanza bene, di fronte ad una destra come quella che abbiamo avuto e che ci ritroviamo, e ai dilettanti assoluti a cinque stelle?

   Certo a tutto ciò ha dato un contributo enorme la scissione del PD, con nascita di Liberi e Uguali. Insistere su ciò potrebbe apparire (e persino essere) ormai vano. Lo ammetto. In fondo – si dice – si sono separate due parti e culture troppo diverse per stare unite (più o meno la sinistra e il centro, i post-comunisti e i post-democristiani); e infatti io quando fecero la scelta di unirsi la dissi sbagliata, più e più volte, anche su “Città Futura”. Può essere vero che quei due gruppi realizzavano un matrimonio “mal combinato”, anche se per anni e anni – per me è giocoforza riconoscerlo – sono poi andati d’amore e d’accordo; e, sia pure litigando e trattando, come in ogni grande partito democratico o socialdemocratico, avrebbero potuto restare insieme. Ma anche accettando l’idea che la divisione fosse inevitabile – mentre a me pare che non lo fosse – il non essersi accordati, in queste elezioni, neppure dopo le sollecitazioni di Fassino o Prodi, almeno nei collegi in cui è palese che il nuovo partito di sinistra, Liberi e Uguali, non eleggerà nessuno, è una vera colpa storica, che fa solo il gioco della destra e che potrebbe, e probabilmente farà (e lo si vedrà già il 5 marzo), far vincere la destra alla fine del “gioco elettorale”. Inoltre nella storia e nella politica contano soprattutto le conseguenze delle scelte che si fanno. Io ne vedo due macroscopiche. Una è lo sbilanciamento del PD, che prima era almeno al 50% “sinistra” rispetto al “centro”, e oggi è sbilanciato verso il centro, come la matrice di quasi tutti i maggiori suoi esponenti nazionali attesta. Inoltre le scelte hanno un peso elettorale che condiziona le sorti stesse della sinistra. Da mesi guardo scorrere tutti i sondaggi, e sommo mentalmente i voti attribuiti al PD e quelli attribuiti a Liberi e Uguali, che per anni e anni sono stati nello stesso partito, e mi dico: “Ecco, l’area di centrosinistra sarebbe in testa senza ombra di dubbio senza quella scissione. E’ vero come due più due fa quattro”. Il non averlo compreso rende altissimo il rischio di far vincere un’area in cui sommando i voti della Lega nazionalista di Salvini e dei nazionalisti di Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni avremo – in caso di sua vittoria elettorale – la prevalenza del lepenismo in Italia. E’ intelligente agire così? – Me lo chiedo senza arroganza alcuna, tanto più che molti miei amici la pensano al modo di Liberi e Uguali: piuttosto me lo domando drammaticamente. Mi pare impossibile che si neghi persino l’evidenza, per non so quale atavica faziosità. Adesso Renzi ci ha annunciato che non si dimetterà neppure se il PD dovesse perdere le elezioni. Lo credo bene. Del resto, chi potrebbe seriamente chiederglielo dopo l’uscita degli ulissidi della sinistra dal PD?

   In ogni caso siamo in presenza di un quadro politico mosso.

   Il M5S finge di credere – o crede – di essere sulla soglia di Palazzo Chigi (con il governo “in tasca”). Tutto può essere, ma secondo me – magari dopo un mandato esplorativo dato a Di Maio, che forse alla maggior minoranza non potrà essere negato – il M5S avrà una cocente delusione, come quella dei comunisti e socialcomunisti che nell’aprile 1948 credevano di avere la vittoria in tasca e persero il treno della storia. Ma quelli erano “i comunisti” e si ripresero (anche se non andarono mai più “organicamente” al governo dopo il 1947). Che accadrà a quelli del M5S se dovessero perdere il treno? Con un’identità così debole e variegata, potranno contenere le spinte centrifughe?

   Ma proprio questo accadrà (perderanno il treno), perché l’idea che gli altri partiti dicano di sì alla squadra di governo preconfezionata da Di Maio, senza poter far valere la loro influenza nella scelta dei decisori -anche non di partito – è di un dilettantismo disarmante.

   Il centrodestra si dice esso pure, per parte sua, certo della “vittoria finale”, ma non l’avrà, anche se risultasse la prima coalizione. Tuttavia dopo un periodo di crisi mossa, i cui contorni potrebbero essere descritti solo con la fantasia (e qui non è il caso di scatenarla), può darsi che Salvini potrà diventare davvero Presidente del Consiglio. Magari ci metterà altri due anni. Sembra già preso dalla famosa “nostalgia del balcone”. L’altro giorno già dialogava in un comizio con la folla. Lo si è visto per televisione. La “democratura” incombe. Il popolo italiano ha respinto una proposta di governabilità fondata sul doppio turno elettorale e sul premio di maggioranza, impersonata da Renzi, nel dicembre 2016. E D’Alema e altri hanno brindato alla loro vittoria. Ma già si sentono altri venti gelidi.

   Può darsi che il popolo italiano abbia respinto una modesta forma di premierato (“renziana”), per ritrovarsi la destra populista al potere, all’ombra di una democrazia sempre più debole, che può solo fare – e se le riuscirà istituzionalizzare – una forma di presidenzialismo spinto (più sud-americana che francese). Il sovranismo è alle porte, e se andrà al potere cercherà le forme idonee a stabilizzarlo e perpetuarlo, per vie non prevedibili (per ora neppure da esso, a parte un’opzione generica per il presidenzialismo). Questo è il vento internazionale, dall’America di Trump all’Austria, all’Ungheria e alla Polonia. Ma in Europa Occidentale in un grande e decisivo Paese, quale l’Italia è, non è ancora accaduto. Se capitasse saremmo all’avanguardia, “a rovescio”, a livello del continente, come già accadde un’altra volta dopo il 28 ottobre 1922. Saremmo la “prima” grande “democratura”, il mix tra democrazia e dittatura, nell’area dell’Occidente dal 1945 democratica. Si realizzerebbe un assetto nazionalistico, “sovranista”, basato sullo strapotere del governo, anche senza cancellazione di talune prerogative del parlamento e dei magistrati, che sarebbero subordinati al potere esecutivo. Si tratta della miscela nazionalista e conservatrice tra democrazia e dittatura che – come una sorta di fascismo senza fascismo – sembra aggirarsi per il mondo, come nella Russia di Putin e nella Turchia di Erdogan. E, per quanto possa far ridere e piangere, Salvini in Italia incarna tali pulsioni. Lo sa da sempre Marine Le Pen. Per questo Casa Pound vuol sostenere la candidatura di Salvini alla presidenza del Consiglio. Anche se lui si schermisce. Dopo aver vezzeggiato i “Pound”, un anno fa, a casa loro.

   Per queste ragioni voterò convintamente PD: un partito che al governo ha fatto bene, pur tra ovvi errori o intemperanze dei suoi leader. Se il PD andrà bene, o anche solo abbastanza bene, è possibile che si formi se non un governo di sinistra democratica – come senza scissione avrebbe potuto accadere (con qualche aiutino) – quantomeno un “governo a termine”, presieduto molto probabilmente da Gentiloni: in vista di una nuova legge elettorale, comunque a doppio turno, con un piccolo premio di maggioranza e con una preferenza in mano agli italiani. E siccome in Italia non c’è niente di più definitivo del provvisorio, e di meno desiderosi di tornare a votare degli “eletti da poco”, può anche darsi che un Gentiloni bis potrà aprire una seconda stagione di riforme, istituzionali e “lavoriste”, magari come nuovo governo delle “convergenze parallele”, o persino “a geometria variabile”, con voti positivi diversi a seconda dei provvedimenti proposti dal governo stesso (si sarebbe detto ai tempi di Moro). Questo è l’auspicio e questa è la possibilità. Sarà una fase movimentata, ma non inutile. Ma se, per contro, dovesse cadere la diga di centrosinistra, di cui il PD è tanta parte, l’egemonia di “questa” destra populista diverrà assai probabile. Sarà o sarebbe una svolta decisiva, per l’Italia e per l’Europa, che forse non reggerebbe neanche più come Unione. Per questo la diga della democrazia rappresentativa, in Italia costituita in primo luogo dal PD, non va bucata ulteriormente, così da provocare un’alluvione populista di destra fuor di controllo (o il governo assolutamente inadeguato dei ragazzi a Cinque Stelle), ma va anzi il più possibile rafforzata.

Sorgente: Città Futura on-line

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