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Elezioni 2018: Il crollo dell’establishment

Sconfitta epocale di Renzi e Berlusconi. Gli anti-sistema Di Maio e Salvini hanno saputo giocare meglio con le regole del sistema

Nell’arco della lunga notte elettorale il governo Gentiloni, e con esso la prospettiva del “Gentiloni dopo Gentiloni”, invocato dalle elite come una soluzione “a prescindere” dalla volontà popolare, diventa un fantasma che scompare.

È accaduta una cosa molto semplice: nelle urne è crollato l’establishment, o meglio tutti coloro che sono stati percepiti tali. Il loro disegno, la loro retorica, i soggetti che hanno interpretato il ruolo di “difesa del sistema” di fronte all’arrivo dei “barbari”. Il disegno di una legge pensata per favorire le larghe intese, utilizzando il “voto utile” per arginare i Cinque Stelle. La retorica degli “incapaci” e di un paese sull’orlo di una regressione politica e culturale (leggi qui il blog di Lucia Annunziata). I protagonisti di questa operazione, Renzi e Berlusconi.

La sconfitta del Pd, e dell’intero centro-sinistra, per dimensioni e significato politico è la peggiore della storia repubblicana, dal ’48 in poi, eclatante per un partito che ha governato il paese negli ultimi cinque anni, a livello centrale e nelle principali regioni italiani. Altrettanto epocale è il ribaltamento dei rapporti di forza del centrodestra. È la chiusura di un’epoca. Per la prima volta da cinque lustri a questa parte Forza Italia perde la sua egemonia sulla coalizione. E Berlusconi, nell’ambito della sua stessa coalizione, è battuto da un altro leader. “Le primarie si fanno nelle urne”, ha sempre ripetuto il Cavaliere in questi anni, forte di un consenso sempre superiore agli altri, sebbene sempre meno plebiscitario rispetto ai tempi d’oro (già nel 2012 col 22 per cento aveva perso diversi milioni di voti). È accaduto. E le ha perse.

La verità è semplice. La vittoria dei Cinque Stelle è certo un plebiscito sociale, che ha smosso blocchi rimasti congelati per un ventennio come mostra il dato al Sud, dove è stato eroso il consenso dei partiti tradizionali (e non solo delle periferie del malcontento ma anche nel voto urbano) ma è, innanzitutto una vittoria politica. Frutto non di un generico vento dei tempi e di una volontà di cambiamento intercettato casualmente e quasi a loro insaputa, ma di scelte (anche se non sempre lineari), di una svolta di governo (anche se contradditoria), di un cambiamento (anche in questo caso con parecchi limiti) dell’organizzazione del Movimento che, di fatto, si è trasformato, al netto della retorica ufficiale, in un partito. Parliamoci chiaro: Luigi Di Maio, leader dei cosiddetti anti-sistema, ha saputo interpretare meglio le regole del “sistema”, capendo il gioco e il suo campo, e portando in esso le ansie di cambiamento della società. Meglio dei tradizionali pariti di governo. Con realismo e minore avventurismo. In questo c’è un parodosso, proprio sul terreno della costruzione dei soggetti organizzati, anzi chiamiamoli col loro nome: partiti. Perché mentre nei Cinque Stelle è inziato un processo di costruzione organizzativa, nel Pd è accaduto l’opposto. Renzi non solo non ha creduto nel suo partito, nella sua classe dirigente, nel rapporto fecondo con la sua comunità, ma ha considerato il suo partito un problema. La risposta al 4 dicembre è stata l’avventurismo: un irrisolto rapporto col governo, l’esasperazione leaderistica, un congresso come una conta nell’ansia di dimostrare che era ancora in sella, da ultimo liste di fedelissimi che hanno sancito la definitiva trasformazione in Pdr, un partito del capo, sempre più asfittico nel rapporto con la società. E adesso, di fronte a questo nuovo 4 dicembre, almeno nelle intenzioni pare voler perseverare nello stesso schema. Per la serie: non mi dimetto, il problema non sono io, il problema che non ho innovato abbastanza, che ho subito chi mi ha impedito di tornare al voto dopo il 4 dicembre imponendomi Gentiloni, ora faccio alla Macron, costruisco un nuovo inizio dall’opposizione.

C’è, in quest’ansia da perdita di potere e in questa concezione narcisistica e ossessiva della propria leadership, una analogia con l’anziano Cavaliere. E una comune negazione del principio di realtà. Ad Arcore il dato ha colpito, ma la reazione è stata la solita: non una analisi franca sulle reponsabilità politiche della sconfitta, tantomeno un’autocritica, ma il “si è perso perché il candidato premier non ero io”. Anche in questo caso Salvini vince perché riesce a costruire un rapporto con la società e un partito nazionale. Per la prima volta i risultati a Sud, rimasta terra straniera, fino alle scorse elezioni amministrative sono da partito vero.

E adesso il tema, nell’incertezza dei numeri e nei timori dell’establishment, è su quanto è possibile la saldatura tra Salvini e Di Maio, il governo “populista”. Assai meno di quel che si pensa. Perché a questo punto la partita di Salvini è tutta all’interno del centrodestra, all’interno del quale è pronto a interpretare il ruolo di nuovo dominus. Il ricambio poltico, in questo caso, è anche generazionale. Il prossimo anno si vota il Piemonte e alle Europee, l’anno dopo in Veneto e Liguria. È evidente che mezza Forza Italia, soprattutto nel Nord ma non solo, è pronta a scommettere sul leader leghista per garantirsi un futuro politico. Ed è chiaro che un cambio di schema, in un eventuale governo Di Maio, comprometterebbe l’esito dell’Opa lanciata. L’obiettivo di Salvini è un altro, qualora i numeri lo dovessero consentire: avere l’incarico in quanto leader della coalizione di centrodestra, costringendo Berlusconi sostenere il gioco. E anche Luigi Di Maio, che considera scontato l’incarico, al momento non è intenzionato a invertire la rotta della sua campagna elettorale con una improvvisa sterzata a destra. Piuttosto attende di capire cosa accade nel Pd, cosapevole che in quel partito il il battito, diciamo così, è solo all’inizio. E c’è chi guarda alla prospettiva di un “governo di cambiamento”, sia pur con rapporti di forza opposti rispetto al 2013. I due vincitori sanno che un loro abbraccio potrebbe essere assai pericoloso e rischioso, perché nella reciproca legittimazione si rischia il travaso di consenso. Meglio restare ognuno vincitore a casa sua, lanciando la sfida ai perdenti.

Sorgente: Elezioni 2018: Il crollo dell’establishment

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