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Dimissioni fake

di Lucia Annunziata

Ci ha fatto aspettare per tutto il pomeriggio, facendo salire la suspence che nemmeno Maria Callas in astinenza da pubblico, e poi ha sganciato la bomba: Matteo Renzi si dimette. Cioè si dimette ma, testuale, “questo accadrà al termine della fase di insediamento del nuovo Parlamento e la formazione del nuovo governo”. Cioè chissà quando.

Versione maliziosa la nostra? Non tanto. Gli uomini di Renzi hanno subito tentato di smontare i sospetti su questo “chissà quando” richiamando il precedente Bersani, che, secondo loro, fu sostituito da Epifani solo dopo l’insediamento di Letta. Ma non è esattamente così: Bersani si dimette il 20 Aprile, il giorno dopo aver annunciato la decisione sull’onda del fallimento del voto dei 101 contro Prodi. Letta giura il 28 Aprile, cioè 8 giorni dopo le dimissioni ufficiali di Bersani. Quando l’assemblea del partito elegge Epifani segretario reggente l’11 maggio, Bersani era già non operativo da quasi un mese.

Insomma, per dirla con le parole di un eccellente esponente del Pd, il senatore Luigi Zanda, “Quando Veltroni e Bersani si sono dimessi lo hanno fatto e basta, un minuto dopo non erano più segretari”.

Ed è proprio Zanda, pazientissimo politico che in questi anni ha seguito Renzi per mettere in ordine tutte le scorie che si lasciava dietro, che vorremmo prendere a testimone della nostra maliziosa interpretazione dell’addio del Segretario: “Le dimissioni di un leader sono una cosa seria, o si danno o non si danno”. E queste non sono state date, appunto. “Le dimissioni si danno senza manovre”, continua il Senatore che fa capire cosa in effetti Renzi davvero vuole: “In un momento in cui al Pd servirebbe il massimo di quella collegialità che è l’esatto opposto dei cosiddetti caminetti, annunciare le dimissioni e insieme rinviarne l’operatività per continuare a gestire il partito e i passaggi istituzionali delle prossime settimane è impossible da spiegare”.

In parole più chiare: Renzi annuncia che se ne andrà ma nel frattempo rimarrà alla guida del partito condizionando le scelte che l’organizzazione farà nel prossimo passaggio istituzionale. Pesando dunque sulla soluzione del futuro governo e in definitiva sulle scelte del Colle, a cui ha dedicato un’implicita critica quando ha parlato dell’errore compiuto nel non andare al voto nel maggio del 2017.

Sullo sfondo di questa posizione si avverte la possibilità che una parte del Pd accetti un dialogo, in varie forme possibili, con i Pentastellati. Portando così davvero il Partito di Renzi in un percorso lontanissimo dall’attuale e di non ritorno per il Segretario.

La partita dunque, come si vede, per MR non è affatto finita. Il suo modo di operare come leader è lo stesso di sempre: importante è ridurre lo spazio di manovra di chiunque non sia d’accordo con lui e lasciarsi sempre una via di ritorno sulla scena politica. Chissà, infatti, magari alla fine di un accidentato percorso istituzionale, visto che non ci sono maggioranze certe, si apriranno altri scenari, in cui il ruolo del Pd sarà più rivelante? E chissà, magari il senatore “semplice” Matteo Renzi dopo un periodo di opposizione avrà un nuovo ruolo nel post fallimento del prossimo governo.

Tutto questo è ovviamente un procedere legittimo. Non c’è nulla di strano che il leader di un partito voglia tenere nelle sue mani il futuro della sua organizzazione. Ma allora perché annunciare dimissioni? Perché, e questo è l’aspetto non apprezzabile, una delle caratteristiche tipiche della gestione renziana è la convinzione che la leadership sia anche manipolazione della comunicazione e delle persone.

Quello che abbiamo ascoltato è il terzo discorso di Renzi da “sconfitto”, ricordiamolo qui. Il primo lo pronunciò dopo che perse le primarie con Bersani. Non dovette aspettare a lungo per rientrare in scena e salire a palazzo Chigi senza passare per nuove elezioni, come aveva promesso proprio nel discorso della sconfitta. Poi c’è stato l’addio a Palazzo Chigi dopo la sconfitta del referendum, un addio durato giusto il tempo di insediare un suo premier. L’ultimo è il terzo addio, diventato magistralmente fatto e rimandato, e, chissà, forse non sarà nemmeno necessario portarlo a termine.

Le sconfitte in realtà non fanno male a Renzi. Sa sempre dove restare. E come tornare.

Fanno male solo al partito, come si è visto in queste elezioni. E fanno male solo alla sua retorica. Dal quel primo discorso di addio, magnifico, infatti, il pathos dei suoi saluti è andato scemando, fino al frettoloso, e quasi irridente annuncio di oggi. Ma forse per il prossimo, quarto, addio si preparerà meglio.

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Sorgente: Dimissioni fake

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