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Come i 30-40enni italiani sono rimasti fregati – The Vision

 

È una generazione perduta, proprio come quella di Ernest Hemingway e Scott Fitzgerald un secolo fa. Solo che, al posto dello scotch prima della corrida, uno shottino di jagerbomb e poi via a mandare curricula. Perché questa generazione si è persa non per via di qualche guerra o rivoluzione epocale, ma a causa del susseguirsi di decisioni sbagliate da parte dei suoi nonni e dei suoi padri.

Sono i trenta-quarantenni italiani: vivono sotto il giogo economico dei genitori, prosciugando pian piano il patrimonio di famiglia, anziché accrescerlo; si sono trovati sulle spalle un debito pubblico colossale senza vederne i benefici di cui hanno approfittato i cosiddetti baby boomers; hanno passato una vita a studiare in scuole mediocri e in università che li hanno fatti sentire unici, speciali, destinati a qualcosa di grande, ma che poi li hanno scaricati in un inferno di contratti flessibili, lavoretti umilianti e pagati male, senza l’ombra di contributi e figuriamoci la pensione.

Cerimonia di laurea degli studenti dell’università di Bologna in piazza Maggiore, 2012

Qualche settimana fa l’Istat ha scattato, per il 2017, una fotografia davvero impietosa. Come riportaIl Sole 24 Ore, “In un anno si contano 234mila occupati in meno tra i 25 e i 49 anni. A soffrire di più, in particolare, sono i 35-49enni con una perdita di 204mila occupati. Su base percentuale, da dicembre 2016 a dicembre 2017, gli occupati sono calati dello 0,7% tra 25 e 34 anni e del 2,1% tra 35 e 49 anni.” È vero che ci sono meno giovani e la popolazione invecchia in generale, quindi calano anche gli occupati, ma è vero anche che per le altre fasce d’età, seppur lievemente, il lavoro aumenta. I 35-49enni no: loro sono l’unico segmento che non sembra riprendersi nemmeno un po’ dalla crisi.

Poi, come in ogni cosa quando si parla di sviluppo e sottosviluppo italiano, bisogna tenere conto del divario abissale tra Nord e Sud. Con la crisi il lavoro è mancato ovunque, ma i trentenni del meridione si beccano una menzione speciale: nel 2016, scriveva il giornalista Davide J. Mancino, al Sud il tasso di occupazione era calato di nove punti, passando dal già basso 51 per cento del 2008 al 42,7 del 2015, mentre in Italia si attestava al 60,4 per cento. Le donne, in particolare, risultavano essere la fascia demografica più devastata dalla recessione: quelle tra i 15 e i 34 anni, secondo questa ricerca pubblicata a marzo, hanno perso tra il 2008 e il 2014 oltre 194.000 posti di lavoro, recuperandone appena 6.000 negli anni successivi. La ripresa ha giovato solo alle donne dai 50 anni in su, “Le quali peraltro già durante la crisi non avevano perduto sostanzialmente occupazione, che si era però trasformata da rapporti a tempo pieno in part time, in gran parte involontario.”

C’è chi vorrebbe uscire dallo stagno proponendo un conflitto generazionale: la cupa retorica del “giovani contro anziani”. Non è sicuramente un argomento che potrebbe funzionare, in campagna elettorale. Però è un dato da cui partire, quello che ci dice che l’unica categoria che è riuscita ad aumentare il proprio reddito reale dal 2008 a oggi è quella dei pensionati. Un trend che inizia in realtà molto tempo fa, forse dai primi anni Novanta (un più 14 per cento nell’arco di 15 anni). Lasciamo parlare anche i bilanci dei nuclei familiari: la quota di reddito netto delle famiglie italiane proveniente da trasferimenti (principalmente le pensioni) è rimasta stabile tra il 1969 (16,4 percento) e il 1989 (17,3 per cento). Poi si impenna, si ferma dopo il 1995 (24,8 per cento) e aumenta di nuovo nel 2008 (25,1 per cento), con l’inizio della recessione, quando gli altri redditi cascano giù. Forse un’altra categoria che è uscita indenne dalla crisi è quella dei quadri dirigenti, ma anche qui, si tratta di lavoratori mediamente più anziani.

Foto © Antonio Sansica

Quel che è peggio è che quel poco di lavoro che i giovani trovano è instabile. Dal rapporto della Fondazione Di Vittorio, che fa ricerca sulle tematiche economiche e lavorative, il tasso di crescita dell’occupazione negli ultimi quattro anni è inferiore a quello delle ore lavorate. Tutti pagati per lavorare meno di prima? Macché, c’entra il carattere dell’impiego. “A dispetto dei proclami che hanno accompagnato il Jobs Act e l’introduzione del contratto a tutele crescenti, infatti,” si legge nel rapporto, “Dal 2015 al 2017 il numero di assunzioni a tempo indeterminato è crollato dai 2 milioni del 2015 (anno dell’esonero contributivo per 36 mesi), a 1 milione 176 mila del 2017 (-41,5%) a fronte di un notevole incremento delle assunzioni a termine (da 3 milioni 463 mila del 2015 a 4 milioni 812 mila del 2017, pari a +38,9%).”

Come spiega a Il Sole 24 Ore lo studioso Mario Morcellini, commissario Agcom, sociologo e studioso dei mass media, molti intellettuali hanno creduto che una maggiore flessibilità sul lavoro avrebbe garantito una maggiore trasparenza e una maggiore riformabilità del mercato occupazionale. Ma l’evidenza empirica dimostra che qualcosa non ha funzionato: “La flessibilità troppo spesso si è presentata come precariato,” spiega Morcellini. “E, se si chiama precariato, prelude a costi che da qualche parte si manifesteranno.” Costi psicologici, come una depressione da smaltire in famiglia o con gli amici, lo stress da confusione identitaria, il senso di inutilità, il rifugio in atteggiamenti compulsivi.

Costi che diventano, inevitabilmente, anche economici: se ci si può preparare a rispondere al moralista spicciolo dicendo che l’alcool e il tabacco sono in calo da dieci anni e che il consumo di droghe come anfetamine, ecstasy, cocaina e LSD rimane sostanzialmente stabile, non si può nascondere il fatto che i giovani sperimentano sempre di più nuove sostanze psicoattive. E, tra le dipendenze negative, Morcellini cita forse la più scomoda da ammettere, “la dipendenza dalla rete”. È un circolo vizioso: una generazione lasciata in un pantano ha paradossalmente bisogno di più cure delle altre, e più cure vogliono dire meno risorse per tirarla fuori dal pantano. “Per di più,” conclude Morcellini, “non c’è stata neanche la controprova, cioè che il mercato del lavoro sia stato davvero riformato e risanato.”

Mario Morcellini

Il mito della staffetta generazionale, questo sconosciuto. È un processo di ricambio della forza lavoro comune a tutti i Paesi dove l’aspettativa di vita è alta: le persone vicine alla pensione rinunciano a una parte del proprio orario di lavoro per favorire così l’assunzione di chi è meno avanti con l’età. Si parla di un’economia in salute quando il tasso di occupazione dei giovani risulta elevata quanto quella degli anziani. In Europa, ci dice Eurostat, i trenta-quarantenni tendono in generale a lavorare quanto i cinquanta-sessantenni prossimi alla pensione. Il Regno Unito e la Germania sono due dei Paesi in cui lo scarto tra giovani adulti e anziani è minore, in Islanda lavorano tantissimo tutti. Nei Paesi mediterranei, in Italia in particolare, il divario invece è incredibilmente a sfavore dei trenta-quarantenni, che stanno invecchiando, e si consumano in una sorta di buco nero che li risucchia. Gli anziani, invece, sono i veri soggetti rivoluzionari del Paese.

Muovendosi come un Robin Hood pieno di rughe e un po’ incartapecorito, il bipolarismo italiano degli anni Novanta e Zero ha operato un’espropriazione fiscale, togliendo ai giovani per dare ai vecchi. Una vera politica regressiva, in cui un corpo sociale ha tassato un altro per pagarsi pensioni che i millennial non potranno mai permettersi. La ricetta neoliberista per uscirne forse la saprete già: bisogna andare in pensione più tardi, abbassare le tasse ai redditi da lavoro e tagliare la spesa pubblica improduttiva. Il paradosso è che è stata applicata solo su una fetta di società, scaricandole addosso tutta la flessibilità di cui c’era bisogno. Mentre altri settori sono rimasti intonsi, inamovibili, irriformabili. L’Italia è un Giano bifronte: per metà l’utopia realizzata di ogni iper-liberista, per metà ferma all’Ufficio Sinistri di fantozziana memoria. È l’eterna dicotomia – non solo italiana per la verità – tra insiders protetti che riescono a farsi leggi e protezioni su misura e outsiders penalizzati: un mercato duale che riguarda ogni settore pubblico, dai trasporti all’insegnamento, all’istruzione superiore, alle cariche politiche.

Visto che le ricette applicate finora non hanno prodotto alcun risultato tangibile – vuoi che siano state una via di mezzo incomprensibile, vuoi che siano state sbagliate fin dall’inizio – si è fatta forza anche un’altra narrazione, quella populista. Che dice: il problema non sono le pensioni né il livello della spesa, né la competizione tra generazioni, ma il nostro modo di concepire il debito e la sovranità monetaria. C’è da dubitare che la propaganda anti-Euro e anti-Europa, con la quale si sono gonfiati il petto i partiti populisti prima delle elezioni, si riveli essere qualcosa di diverso da un’operazione che in finanza chiamerebbero di window-dressing – cioè un abbellimento di portafoglio, quando prima della chiusura dell’esercizio un gestore di fondi cerca di ritoccare in modo mirato le quotazioni dei titoli. E infatti, già nei giorni a cavallo del voto, sia Luigi di Maio che Matteo Salvini hanno lasciato intendere che la loro rivoluzione anti-establishment sarà piuttosto cortese, rispettosa delle regole e della gerarchia demografica italiana.

Fatto sta che, come il mostro di Tetsuo nel finale di Akira, la classe anziana si è trasformata in una gigantesca ameba informe e in espansione, destinata a collassare quando avrà finito il patrimonio, ma fino a quel momento plenipotenziaria del destino dei giovani. Non si dovrebbe chiamare solidarietà, quello che è in fondo un trasferimento all’interno di una famiglia? Grande, immarcescibile tradizione della società italiana, questa in realtà è una distorsione sia sociale che economica. Sociale, perché impedisce la mobilità, l’emancipazione, la remunerazione dell’avventura umana; economica, perché si trasforma in un welfare stagnante, che non innova, ma perpetua abitudini che non portano da nessuna parte. Meglio di niente, ovvio, come meglio di niente ad esempio è sfruttare la casa di famiglia per farci un B&B, piuttosto che patire la fame; quella posizione di apparente privilegio si trasforma però in una zavorra che impedisce la partenza verso altri lidi, la messa in discussione di se stessi. Non sono gli anziani, certo, a sognare questo potere sproporzionato: ma è un potere che contribuisce al declino generale.

Moltissimi libri si sono occupati, in questi anni, di affrontare il fenomeno. Purtroppo, quasi nessuno ci aiuta a capirlo. Uno dei migliori, Non è lavoro, è sfruttamento di Marta Fana, è una collezione di storie dell’orrore, accurata e, a suo modo, soddisfacente: nel senso che è per metà aneddotica, facile da leggere, e per metà fonte di indignazione sincera, che chiede vendetta. È un libro politicamente aperto, con il suo richiamo all’azione e all’auto-organizzazione. Il resto del panorama saggistico, e peggio ancora la televisione, manca completamente di un’analisi generale, e si concentra solo su casi particolari, strappalacrime, buone per fare audience e scatenare applausi ai festival, senza affrontare le cause del declino.

Parlare di “colpe dei padri” quando si parla di crisi di sistema e non certo temporanee, come quella italiana, ha un retrogusto religioso che non ci aiuta a risolvere i problemi. Non c’è dubbio però che sono stati i giovani nati da poco o da pochissimo – quando l’Italia si stava apprestando a firmare il Trattato di Maastricht – a pagare il conto di una macelleria sociale che ha sostituito le riforme strutturali di cui il Paese aveva bisogno. Questo perché i trentenni e i quarantenni dei primi anni Novanta potevano ben votare: con una classe politica delegittimata da Tangentopoli i nuovi partiti emersi con la Seconda repubblica non volevano giocarsi quel poco di consenso che avevano riconquistato. Riforme che dovevano andare non tanto e non solo in direzione di tagli alle pensioni d’oro, ma anche diversi criteri di assunzione e selezione del personale pubblico, universitario, dei quadri dirigenziali. Tutto rimandato, per scongiurare probabili derive troppo autoritarie in tempi in cui c’erano i post-comunisti al governo, in un Paese da sempre restio a qualunque progressismo. Largo alla gerontocrazia: e così fu.

Gherardo Colombo, Antonio Di Pietro, Piercamillo Davigo, magistrati del processo Mani Pulite

È ovvio che il malessere dei trenta-quarantenni italiani doveva trasformarsi, oltre che in abitudini di consumo più nichiliste, anche in un sussulto politico. Le elezioni del 4 marzo hanno certificato, tra le varie cose, un’altra anomalia italiana: se in Inghilterra i giovani votano per Corbyn (o il Remain), in Francia Mélenchon (o Le Pen) e negli Stati Uniti Sanders (o Clinton), gli under 45 italiani hanno votato in massa per un partito nato meno di dieci anni fa, un po’ New Age un po’ antiglobalista, dalla oscura (a dir poco) democrazia interna. Un organigramma quantomeno sospetto e un’ideologia che, come mi ha suggerito bene uno studente olandese dopo aver ascoltato una mia lezione sul Movimento 5 Stelle, sembra “un’accozzaglia di meme arrabbiati” (bunch of angry memes). Nel mentre, i pensionati sono l’unico segmento demografico in cui il Partito democratico ha trovato una maggioranza di voti relativa: il 30,6 per cento dei voti ottenuti dal Pd è stato espresso da chi ha più di 65 anni. Forza Italia, da sempre forte nella fascia anziana dell’elettorato, si ferma al 22,7 per cento.

Come la metti, è innegabile che la domanda di cambiamento della generazione perduta sia passata, a questo giro, per un partito con clausole inquietanti, pieno di gente inesperta, pieno di contraddizioni, che ricorda per certi versi una “semi-istituzione totale”: un po’ ospedale psichiatrico, un po’ campo-lavoro di tipo religioso, dove ognuno tenta di ritrovare sé stesso e di sentirsi accettato. Questo offriva il convento, a quanto pare. Servirà questo shock a dare uno scossone al sistema? Di sicuro qualche cambiamento ci sarà – ci dovrà essere – se non vogliamo una vera guerra civile, o una deriva ancora più estremista. Ma, al di là della paura – che per ora non sembra troppa – dei mercati e delle istituzioni consolidate, è con la composizione del suo stesso elettorato che i grillini dovranno fare i conti: perché oltre ai giovani e ai disoccupati, per loro hanno votato in massa i dirigenti, gli insegnanti, gli operai. Con percentuali bulgare al sud. E in un Paese sommerso di debiti e dall’evasione diffusa come l’Italia, è ovvio che per rappresentare un elettorato così vasto qualche privilegio lo devi pur eliminare.

In fondo, il candidato premier Luigi Di Maio è stato pompato dal direttorio Cinque Stelle proprio perché incarna un ribaltamento degli stereotipi: giovane, meridionale, non particolarmente brillante negli studi, a casa dei genitori fino a 26 anni. Per tutti gli altri sarebbe la descrizione di una condanna; per lui è diventata un’opportunità. Potranno anche continuare a ridicolizzarlo, a trasformarlo in meme – con tutte le promesse salvifiche di redditi di cittadinanza e di onestà diffusa – ma la dimostrazione che l’Italia è ancora un Paese delle opportunità è lui. Chissà se il resto della generazione perduta aspetterà sul carro del vincitore la riscossa, o se troverà da qualche altra parte il modo di riprodursi, cambiando radicalmente modo di vivere. Fino a quando assumerà un nuovo peso forma, e il nuovo equilibrio sarà raggiunto.

Sorgente: Come i 30-40enni italiani sono rimasti fregati – The Vision

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