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Chi erano quei 10 in Via Fani? – Articolo21

“Dopo quarant’anni si discute ancora di misteri, servizi segreti o altri che sarebbero stati presenti in via Fani. Ma io sono convinto che furono le Brigate rosse a uccidere mio padre e sequestrare Moro, e che oggi conosciamo gran parte della verità” ha detto Giovanni Ricci, il figlio dell’appuntato Domenico, ucciso quel 16 marzo di 40 anni fa, in un’intervista a Giovanni Bianconi pubblicata sul Corriere della sera del 28 febbraio 2018. La ricorrenza del quarantennale contribuirà a condensare per l’ennesima volta in un unico episodio quel gigantesco e sanguinoso conflitto sociale e politico che si produsse in Italia negli anni settanta e che comportò almeno 15 anni di guerriglia diffusa nel nostro Paese, 269 sigle armate operanti alla fine del 1979, 36.000 cittadini inquisiti per banda armata di cui 6.000 condannati ad anni di carcere, 7.866 attentati alle cose e 4.290 alle persone. Un delitto compiuto da “Un piccolo gruppo di assassini” come disse all’indomani del 16 marzo 1978 in una piazza gremita quello stesso Luciano Lama che l’anno prima era stato cacciato dall’Università della Sapienza dalla violenta contestazione del movimento del ’77.

Un piccolo gruppo di assassini che tuttavia per poter tenere sotto scacco per i successivi 55 giorni uno Stato europeo a capitalismo avanzato necessiterà in seguito del supporto di tutti quei presunti “misteri” e di quelle sempre più fantasiose “dietrologie” che la vulgata ufficiale ci propina da anni. Eppure basterebbe raccontare “CHI” erano, quel piccolo gruppo di assassini, per far comprendere un po’ meglio, anche a chi allora non era ancora nato, e sempre che abbia voglia di farlo, come fu possibile che quel mattino di un giovedì qualunque otto uomini e due donne si fossero recati armati in Via Fani per compiere quella clamorosa azione contro lo Stato. Da tempo infatti, e dopo svariati processi, quegli “uomini delle Brigate rosse”, cui allora si rivolse genericamente il Pontefice, hanno un nome e cognome, e la loro storia personale, tutta diversa l’una dall’altra, è oggi facilmente reperibile da più fonti. Alcuni neppure si conoscono tra di loro, vivono da anni in clandestinità e usano “nomi di battaglia”, ma quell’attacco al cuore dello Stato era stato preparato accuratamente da tempo e preannunciato dalle Br con la Risoluzione strategica dell’aprile del 1975 cui non venne dato molto peso.

Ognuno si reca sul posto con un compito ben preciso assegnatogli qualche giorno prima. Il gruppo di fuoco è composto da quattro uomini. Il ventiseienne Giuseppe è un ex contadino di Reggio Emilia he nel 1960 ha visto uccidere in piazza cinque operai che protestavano contro il governo Tambroni, appoggiato dai fascisti. Arrestato a Torino il 30 ottobre del 1974 e processato due anni dopo con i componenti del gruppo storico delle Brigate Rosse, il 1° gennaio dell’anno prima era riuscito ad evadere dal carcere di Treviso con altri 12 detenuti “comuni”, per poi unirsi alla colonna romana. Luigi è arrivato la sera prima con il treno da Milano ed è anche lui reggiano, ma più giovane: ha 22 anni, ed è già membro del comitato esecutivo delle BR. Figlio di due comunisti, diplomatosi alle scuole serali mentre di giorno faceva l’operaio alla Lombardini, a 19 anni ha deciso di entrare in clandestinità. Marcello è un altro ex operaio, ventiduenne, anche lui arrivato la sera prima in treno, ma da Torino.

È un pugliese che non ha studiato, uno dei tanti emigrati di quegli anni, salito al Nord ancora minorenne, alla ricerca di quel lavoro che aveva trovato alla Breda di Sesto San Giovanni, in un reparto di verniciatura, dove gli addetti erano costretti ad ubriacarsi tutti i giorni, sin dalle prime ore del mattino, per evitare di rimanere intossicati. Pecos è l’unico romano dei quattro: è figlio di un falegname ed è quello più “esperto”, perché di anni ne ha già 29, con alle spalle un decennio di militanza nella sinistra più radicale, nel Movimento Studentesco e poi in Potere Operaio e ripetuti contatti con i GAP di Feltrinelli. Prima di entrare nelle BR, Pecos aveva fondato il gruppo di guerriglia armata dei LAPP, insieme alla sua compagna, Alexandra, che è rimasta ad attendere in Via Chiabrera e che in quei giorni fa da base per le riunioni della Direzione delle BR. Alexandra ha 26 anni, siciliana, proviene da una famiglia della media borghesia e si è trasferita a Roma per frequentare l’università; ha già una figlia di 7 anni, avuta con il precedente compagno, un dirigente di Potere Operaio, e per entrare in clandestinità ha affidato la bimba ai propri genitori.

Qualche giorno prima è stata lei ad acquistare le divise da pilota dell’Alitalia che i quattro indossano quel mattino per mimetizzarsi da eventuali passanti, mentre attendono l’arrivo delle due auto provenienti da Via Trionfale. Altri due uomini sono arrivati al volante di due Fiat. La prima vettura, una 128, servirà per bloccare all’incrocio entrambe le macchine in arrivo, secondo lo schema militare usato qualche mese prima dai tedeschi della RAF a Colonia, per il sequestro del Presidente degli industriali Hanns-Martin Schleyer; la seconda, una 132, servirà invece per la prima fase di trasporto dell’ostaggio, in caso di successo dell’operazione. A guidare la 128 è il più anziano del gruppo, un trentunenne ex operaio della Sit-Siemens, di origini marchigiane, ricercato da anni, perché alla fine del 1970 è stato uno dei fondatori delle Brigate Rosse a Milano; gli altri del gruppo originario, nel frattempo, sono stati arrestati o uccisi.

Anche lui ha un figlio, Marcello, che tanti anni prima ha lasciato alla moglie, per entrare in clandestinità. Alla guida della 132 c’è un artigiano romano di 27 anni, Claudio, proveniente dal Comitato Comunista di Centocelle, dove ha militato insieme ad altri futuri brigatisti, tra cui la sua ex compagna, un’impiegata di 24 anni, orfana di entrambi i genitori; è lei che l’anno prima, insieme a tale Ingegner Altobelli, ha acquistato un appartamento in via Montalcini, dove dovrà essere condotto l’ostaggio. La donna non è ancora la clandestina Camilla e tutti i giorni si reca al lavoro, per non dare nell’occhio. In quella casa c’è anche un’altra persona proveniente dal gruppo di Centocelle: ha 27 anni, è stato convinto da Pecos e Claudio a partecipare a quel sequestro e, anche lui, non è ancora il clandestino Gulliver. Per 55 giorni abiterà in quella casa, fingendosi suo marito, perché Giuseppe, ricercato dopo l’evasione di Treviso, non poteva farsi vedere dai vicini. La copertura all’azione dei sei è fornita da due uomini e da due donne, posizionati in diversi punti lungo la strada.

Il primo, Otello, ha 22 anni, è figlio di un esponente del PCI e di una cittadina svizzera e tre anni prima era stato coinvolto negli scontri studenteschi durante i quali morì il giovane missino Mikis Mantakas. Il secondo, Camillo, ha 27 anni ed è figlio di un soldato che ha vissuto la tragedia di Cefalonia del 1943, attuale collaboratore dell’Ufficio Stampa del Vaticano per L’Osservatore Romano. Dopo avere militato in Potere Operaio, è entrato nelle BR insieme alla sua compagna, Marzia, che è una delle due donne presenti quel mattino in Via Fani. Marzia ha solo 20 anni, romana; anche lei, come Camillo, ha militato nel collettivo autonomo di Via dei Volsci prima di entrare nelle BR. La decima infine, Sara, è un’ex insegnante per bambini disabili, di 27 anni, nata e cresciuta in un paesino del Lazio, Colleferro, interamente costruito intorno a una gigantesca fabbrica, dove la madre lavora come operaia. Dopo avere partecipato al sessantotto romano e avere militato in Potere Operaio, nel 1974, durante gli sgomberi delle case popolari nella borgata di San Basilio vede uccidere dalla polizia il diciannovenne Fabrizio Ceruso.

Prima di entrare nelle BR ha fatto parte con altri futuri brigatisti del gruppo dei Tiburtaros. Tre operai, cinque borgatari romani, un contadino, una maestra, un’impiegata di origini proletarie e due ex studenti militanti. Il più giovane ha 20 anni e il più vecchio 31, ma quel giorno avrebbero potuto essercene altri, perché intorno a quei tredici stava succedendo tutto quello che succedeva in Italia da 10 anni e che sarebbe continuato a succedere per almeno altri cinque. Al termine dell’agguato alcuni di loro condurranno il sequestrato in Via Montalcini con ulteriore cambio di auto, mentre gli altri se ne andranno alla spicciolata con mezzi propri e inizieranno i 55 giorni più difficili della storia della Repubblica italiana con l’esito che tutti sappiamo. L’appartamento di Via Montalcini verrà smantellato poco dopo il 9 maggio ma occorreranno altri quattro anni per individuarlo grazie alle rivelazioni di uno dei sei brigatisti arrestati nel corso del blitz padovano del 28 gennaio 1982 che condusse alla liberazione del generale americano Jamie Lee Dozier. E cosa ne è stato invece di loro ?

Luigi verrà arrestato per primo e quasi subito, l’1 ottobre, nella base milanese di Via Monte Nevoso. Condannato a più ergastoli, dopo anni di carceri speciali si dissocerà a seguito dell’approvazione della Legge n. 15 del 18 febbraio 1987 e nel 2015 ha preso parte, insieme ad Agnese Moro, una delle figlie dello statista rapito e ucciso, al progetto de “Il libro dell’incontro” pubblicato da Il saggiatore, a cura di Guido Bertagna, Adolfo Ceretti e Claudia Mazzucato. Marcello verrà arrestato per secondo quasi un anno dopo, il 19 marzo 1979. Non si è mai dissociato, ha ottenuto la semilibertà nel 1997, oggi lavora in una cooperativa e anni fa ha sposato una ex militante della colonna torinese che insegna danza terapia ai bambini. Nel 2006 ha rilasciato una lunga intervista al giornalista Aldo Grandi, pubblicata l’anno dopo da Rizzoli con il titolo “L’ultimo brigatista”. Anche gli altri due del gruppo di fuoco verranno arrestati l’anno dopo ed entrambi a Roma. Pecos, che aveva già abbandonato le Brigate rosse insieme ad Alexandra, verrà arrestato con lei il 29 maggio 1979 nell’appartamento di Giulia Conforto.

Dopo aver preso parte alla drammatica rivolta del 27 ottobre del 1980 nel carcere di Nuoro, è stato il primo a raccontare al processo come andarono le cose quel giorno senza fare i nomi dei compagni coinvolti. Insieme alla compagna si è poi dissociato e prima ancora dell’approvazione della legge del 1987, ed entrambi hanno ottenuto la liberazione condizionale tra il 1993 e il 1994. Giuseppe verrà riarrestato il 24 settembre dopo essere stato gravemente ferito alla testa al punto da essere inizialmente dato per morto. Condannato a più ergastoli, non si è mai dissociato e nel 2006 ha ottenuto la detenzione domiciliare per motivi di salute subendo un trapianto di cuore. E’ morto a 61 anni a Reggio Emilia il 14 gennaio del 2013. Nel 1981 aveva sposato in carcere Camilla, che era stata arrestata a Roma il 27 maggio del 1980. Entrata in clandestinità dopo il sequestro Moro, Camilla aveva partecipato ad alcune azioni della colonna romana tra cui l’occupazione della sede provinciale della DC in Piazza Nicosia e l’omicidio alla Sapienza di Vittorio Bachelet. Nel 1998 ha pubblicato per Feltrinelli “Il prigioniero” scritto con Paola Tavella dal quale verrà tratto il film di Bellocchio “Buongiorno notte” presentato alla mostra del cinema di Venezia del 2003. Due anni dopo Via Fani verrà arrestato anche Claudio, a Napoli, il 19 maggio 1980, al termine di un rocambolesco inseguimento dopo l’omicidio dell’assessore democristiano Pino Amato. Non si è mai dissociato e ha finito non da molto di scontare la propria pena poiché gli fu revocata la precedente semi-libertà concessagli dopo anni di carceri speciali, per avere presenziato ai funerali di Gulliver. Costui, che aveva abbandonato le BR poco tempo dopo quel fatto, sarebbe stato arrestato solo il 13 ottobre del 1993. Dopo averlo negato per tre anni, nel 1996 aveva ammesso di essere stato il quarto uomo di Via Montalcini nel corso del processo Moro Quinquies ed era stato condannato all’ergastolo, pena successivamente ridotta a 23 anni.

Rientrato nel carcere di Rebibbia nel novembre del 2000, era morto il 25 agosto dell’anno seguente per un aneurisma dovuto ad una rissa in prigione. Il più anziano verrà arrestato tre anni dopo a Milano il 4 aprile del 1981 dopo 10 anni di clandestinità. Condannato a più ergastoli non ha mai chiesto la liberazione condizionale, ragion per cui è l’unico che ancora oggi, e dopo quasi quarant’anni, fa rientro tutte le sere al carcere milanese di Opera. Nel 1990 ha rilasciato una lunga intervista televisiva a Sergio Zavoli per “La notte della Repubblica” e nel 1993 alle giornaliste Rossana Rossanda e Carla Mosca da cui l’anno dopo è stato tratto il libro “Una storia italiana” edito da Anabasi e ristampato da Mondadori. Sette anni dopo Via Fani verrà arrestata Sara e anche lei dopo 10 anni di clandestinità, il 19 giugno 1985 a Ostia. Non si è mai dissociata e nel 2001 ha ottenuto la liberazione condizionale, finendo di scontare la propria pena nel 2013. Nel 1998 ha pubblicato “Compagna luna” per Feltrinelli, seguito dalla pubblicazione di altri cinque romanzi per Derive Approdi che ha rieditato anche il primo, nel frattempo tradotto anche in lingua spagnola e francese. Marzia sarà l’ultima ad essere arrestata, il 14 gennaio del 2014 all’aeroporto de Il Cairo.

Dopo essere fuggita in Nicaragua insieme a Camillo, l’unico dei tredici che non farà neppure un giorno di prigione, si era trasferita prima in Angola e quindi in Algeria. Estradata in Italia, si trova tuttora in esecuzione pena al carcere di Rebibbia. Otello, dopo essere scappato nel 1980 in Algeria, otterrà nel 1986 la cittadinanza svizzera usando il cognome della madre, ma verrà ugualmente arrestato a Lugano l’8 giugno 1988. Condannato dal Tribunale elvetico per l’omicidio del giudice Tartaglione del 10 ottobre del 1978, ha finito di scontare la propria pena nel 1999. Nel giugno del 2009 verrà nuovamente arrestato in Corsica su richiesta dell’Autorità Giudiziaria Italiana ma dopo 4 mesi di carcere la Francia non concederà l’estradizione e in seguito anche la Svizzera la rifiuterà al governo italiano. Questa è la storia di quelle dieci persone che quel lontano mattino del 16 marzo decisero di andare in Via Fani e quella di quegli altri tre che invece attesero l’sito nelle case di Via Montalcini e di Via Chiabrera. Al termine di quel conflitto le carceri italiane si popoleranno di migliaia di detenuti politici “che sconteranno”, come dirà anni dopo lo scrittore Erri De Luca, “il Novecento anche per lui.”. Oggi, anche se che quel “secolo breve” ci sembra preistoria, non dovrebbe essere necessario ricorrere a particolari “dietrologie” per capire quello che accadde a Roma 40 anni fa. Ma so benissimo che non sarà così.

Sorgente: Chi erano quei 10 in Via Fani? – Articolo21

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