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Amazon «venditutto» costretta al boom delle spese di lobbying (+400%)

Dall’entertainment allo spazio cloud, dai videogame ai droni, dal cibo biologico alla sanità, per arrivare ai servizi di smart home con sistemi di sicurezza gestiti da remoto e ai conti correnti. Nella sua foga bulimica di vendere di tutto di più, l’impero di Amazon sta continuando ad ampliare i suoi enormi e incerti confini. L’ultima conquista risale a pochi giorni fa: è quella della californiana Ring, un big dei sistemi di sicurezza per abitazioni private, costata un miliardo di dollari. Un’acquisizione seconda dal punto di vista economico solo a quella dello scorso giugno, quando Amazon aveva comprato la catena di cibo biologico Whole Food Market per 13,7 miliardi di dollari. Senza dimenticare l’annuncio a sorpresa del mese scorso, quando il colosso dell’e-commerce ha dichiarato di volere entrare nel settore sanitario. E le indiscrezioni di pochi giorni fa del Wall Street Journal sulle trattative per entrare nel business bancario, forse assieme a Jp Morgan.

Ogni tessera che si aggiunge al grande puzzle di Bezos porta però nuovi guai. Prendiamo per esempio Prime Air, l’ambizioso e rivoluzionario progetto di consegne con i droni annunciato nel lontano 2013. Come talvolta capita ai progetti del colosso di Seattle, era un’idea così suggestiva da essere rimasta ancora sulla carta, perché la Federal Aviation Administration continua a rifiutare per ragioni di sicurezza l’autorizzazione al volo di apparecchi commerciali senza pilota. E questo nonostante le generose spese di lobbying avviate proprio quell’anno nel settore aeronautico per “sponsorizzare” il decollo di sciami di droni, seguite nel 2014 dalle prime spese per “oliare” la Casa Bianca allora in epoca Obama.

Altro esempio: nel 2012 erano partite le spese di lobbying nel settore beverage perché Amazon aveva lanciato un marketplace specifico dell’industria vinicola, poi chiuso l’anno scorso dopo l’acquisizione di Whole Food Market. E proprio dopo l’ingresso della catena bio nella galassia di Bezos ecco che sono partite, puntualissime, le spese di lobbying nel settore food. Com’è lontano il 2000, anno in cui il colosso dell’e-commerce doveva preoccuparsi solo di sette fronti (in particolare copyright, informatica e diritti dei consumatori): oggi Amazon deve rincorrere ben 24 settori in cui rischia di avere problemi, dal commercio ai trasporti, dal banking alla musica, dalla difesa al welfare.

La febbrile e a volte disordinata iperattività di Amazon è legata alla sua valutazione di Borsa, la più alta tra i colossi tech, a cui Bezos tiene particolarmente. La condanna del colosso dell’e-commerce e del cloud di conseguenza è quella di dover “stupire” continuamente i mercati con nuovi mirabolanti annunci, dai droni al cibo bio e ora alla sanità e ai conti correnti. Tutto questo spiega l’esplosione delle spese di lobbying, che negli ultimi cinque anni hanno registrato un’impennata del 400%, record assoluto tra i colossi tecnologici.

Anche perché ora alla Casa Bianca non c’è più Obama ma un Trump che ha un rapporto difficile con il Washington Post controllato da Bezos. Tanto da non aver risparmiato attacchi diretti ad Amazon, come nel tweet di fine 2017 in cui il presidente degli Stati Uniti si augurava che le poste americane applicassero al colosso dell’e-commerce tariffe molto più alte. Mentre in precedenza “The Donald” aveva attaccato il fondatore di Amazon per aver “ucciso” posti di lavoro e per aver diffuso fake news.

Non è un caso che Bezos stesso si faccia vedere sempre più spesso a Washington per fare a sua volta lobbying. A fine 2016, dopo la vittoria a sorpresa di “The Donald”, il fondatore di Amazon – che come gli altri colossi tech aveva sponsorizzato la Clinton – volò immediatamente alla Trump Tower per porgere omaggio al fulvo presidente outsider. E pur di mantenere le sue valutazioni di Borsa in alta quota, l’uomo più ricco del mondo è ben contento di aprire il portafoglio “oliando” buona parte delle agenzie governative, assieme a Casa Bianca e Congresso.

Sorgente: Il Sole 24 ORE

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