Come uno sparo nel buio: così risuonarono, dopo tredici interminabili giorni di silenzio, le prime tre lettere di Aldo Moro recapitate dalle Brigate rosse il 29 marzo 1978. La prima era indirizzata alla moglie Eleonora, la seconda al ministro degli Interni Francesco Cossiga e la terza a Nicola Rana, capo della segreteria politica di Moro.

Nella tarda serata, i brigatisti fecero ritrovare un comunicato, cui allegarono la fotocopia della lettera a Cossiga (solo quella) che pervenne contemporaneamente alle redazioni di alcuni giornali di Roma, Milano, Genova e Torino, dando così prova di un imponente coordinamento e dispiegamento di forze che rivelava una logistica e una organizzazione ramificate a livello nazionale.

Queste tre lettere sono importanti, anzi decisive, per diversi motivi in quanto costituirono il momento genetico della complessa “operazione Moro” e, come una prima cellula cancerogena, ne preannunciarono lo svolgimento futuro e l’esito finale.

Sul piano della “propaganda armata” e della battaglia comunicativa determinarono i successivi orientamenti dell’opinione pubblica italiana concorrendo a formare l’immagine del prigioniero che occupò lo spazio mediatico in quei 55 giorni. I sequestratori dispiegarono una micidiale strategia differenziata dei recapiti che divenne parte integrante della loro azione terroristica. In un primo momento inviarono le tre lettere in originale a Rana così da potere saggiare il comportamento dei destinatari, ma subito dopo stabilirono di divulgarne una sola (quella a Cossiga), decidendo così loro quanto doveva restare segreto e quanto essere offerto in pasto all’opinione pubblica. In questo modo, costrinsero da subito il governo all’inseguimento e i famigliari del rapito ad acconciarsi ai tempi e ai modi della loro strategia comunicativa.

In secondo luogo, sul piano della lotta politica visibile, le due lettere a Cossiga e a Rana (che vanno lette insieme come un’unica missiva) innescarono la dimensione spionistico-informativa del sequestro. Il prigioniero, infatti, spiegava che era in gioco la ragione di Stato, che si trovava “sotto un dominio pieno ed incontrollato”, che era sottoposto a un “processo popolare” e che poteva “essere chiamato o indotto a parlare in maniera che potrebbe essere sgradevole e pericolosa in determinate situazioni”.

In terzo luogo, con queste due lettere i brigatisti lasciarono che Moro indossasse direttamente i panni del capo del fronte della trattativa così da potere loro conservare uno spazio di autonomia e di libertà di manovra e di smentita. L’ostaggio, infatti, propose un esplicito scambio di prigionieri a condizione però che la trattativa rimanesse segreta. Bisognava quindi limitarsi a informare il capo dello Stato Giovanni Leone, il presidente del consiglio Giulio Andreotti “e pochi qualificati capi politici” che è facile immaginare rispondessero alle figure di Enrico Berlinguer, Bettino Craxi, Ugo La Malfa e forse Amintore Fanfani. Inoltre Moro indicava con chiarezza a chi rivolgersi per favorire il negoziato, ossia alla Santa Sede, essendo ben consapevole di come quel sentiero extra-territoriale avesse per secoli svolto un delicato ruolo di intermediazione tra i governanti della penisola e di compensazione dei conflitti fazionari.

Infine, il comportamento adottato dai sequestratori con queste due missive mostra oggi come allora che i brigatisti in realtà erano ben interessati ad avviare una trattativa segreta che a parole negavano perché “nulla doveva essere nascosto al popolo”. Non si tratta di illazioni, ma di una semplice analisi delle loro effettive azioni, tutte efficaci e razionali. I brigatisti, infatti, dopo avere consegnato riservatamente le due lettere e avere garantito al prigioniero che il loro contenuto non sarebbe stato reso pubblico decisero di divulgare quella indirizzata a Cossiga. Oggi sappiamo che contemporaneamente fecero credere al prigioniero che non erano state loro a violare i patti, ma il ministro dell’Interno cui Moro rivolse una seconda lettera di rimprovero, scritta intorno al 4-5 aprile, che si guardarono bene dal recapitare, ritrovata soltanto nell’ottobre 1978 come dattiloscritto e in fotocopia autografa addirittura nell’ottobre 1990. In questo modo i brigatisti nel loro comunicato serale non persero l’occasione per farsi beffe di Moro, di Cossiga e della Dc e di conquistare punti davanti all’opinione pubblica italiana sostenendo che “le manovre occulte sono la normalità per la mafia democristiana”. Allo stesso tempo, però, vollero tutelare la riservatezza della seconda missiva, quella indirizzata a Rana, il cui contenuto rimase segreto per loro scelta.

Il contenuto di questa lettera era sostanzialmente identico a quello della missiva a Cossiga ma con una preziosa novità: Moro, infatti, individuava nella portineria dell’abitazione privata del suo collaboratore il luogo da utilizzare per far pervenire dei messaggi riservati dall’esterno all’interno della prigione e viceversa e invitava Cossiga a difendere la segretezza di questo canale di ritorno. Così facendo i brigatisti dimostravano all’antiterrorismo e agli uomini politici più avveduti che proprio quella era la preziosa informazione che essi volevano salvaguardare per futuri ed eventuali utilizzi. Che insomma, un conto erano le parole dette al popolo, un altro le loro effettive intenzioni che spietatamente avrebbero perseguito.

Non a caso, tre giorni dopo il recapito di questa missiva rimasta segreta iniziò la vera partita, giocata mediante una serie interminabile di finte e controfinte, che avrebbe previsto l’avvio di un doppio e intrecciato canale, riservato (primo livello, con l’“iniziativa” socialista/Franco Piperno) e segreto (secondo livello, con il “negoziato” Vaticano) e che avrebbe coinvolto proprio la Santa Sede nella persona di Paolo VI e la famiglia pontificia lungo l’esile ma tagliante filo della ragion di Stato. Una dottrina di matrice cattolica, realistica, serissima e feroce, che già Benedetto Croce aveva definito “un Dio ascoso”: dunque non stupisce che avrebbe coinvolto persino lo spirito di Giorgio La Pira, che sarebbe stato interrogato nel corso di una seduta spiritica il 2 aprile 1978 e di seguito certamente invocato da Moro in una lettera d’addio non recapitata con un enigmatico “spero mi aiuti in altro modo”, di cui però parleremo la prossima volta. E già, in altro modo.