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AFRIN: IL MASSACRO DEI CURDI. PERCHE’ IL VOSTRO SILENZIO E’ COMPLICE-Giacomo Russo Spena

Una storia di connivenza, omertà ed incoerenza, al limite della vergogna. Proprio in questi istanti, mentre scrivo, il cosiddetto esercito libero siriano e le truppe della Turchia stanno entrando ad Afrin, città nel nord ovest della Siria, per porre fine ad una delle esperienze politiche più avanzate degli ultimi anni. E’ in atto un massacro ai danni della popolazione civile: le milizie jaadiste bruciano bandiere e abbattono statue. C’è chi parla di pulizia etnica. Secondo le Nazioni Unite, almeno 250mila civili sono in fuga da Afrin. Un massacro ai danni della popolazione locale. “La città è stata conquistata alle 8,30”, ha detto ieri, trionfante, il sultano Recep Tayyip Erdogan per poi ribadire che quella della Turchia non è stata una campagna di invasione, ma un’offensiva contro il terrorismo. Peccato che le forze di difesa YPG e YPJ (le unità esclusivamente femminili) hanno sconfitto il terrorismo islamico dell’Isis (chiamato in senso dispregiativo Daesh in Medio Oriente).
Mesi e mesi di duri combattimenti dove l’Occidente, in quell’occasione, ha difeso ed elogiato la resistenza curda. Dopo aver liberato militarmente la zona dall’Isis, il Rojava si è proclamata regione autonoma sulla base di un contratto sociale mettendo in piedi nuove, e innovative, pratiche di democrazia diretta e partecipazione.
La Carta di Rojava rappresenta un modello alternativo di sviluppo sostenibile per le società mediorientali e non solo. Costruito attorno a quattro pilastri: confederalismo democratico (federazione democratica), centralità del ruolo della donna, autodifesa, economia solidale ed ecologica.
L’esperienza di Kobane è stata resa possibile grazie al contributo del Pkk, il Partito dei Lavoratori curdo in Turchia, inserito (in maniera assurda) per volontà degli Stati Uniti nella lista internazionale delle organizzazioni terroristiche. Pretesto con cui Erdogan giustifica la pulizia etnica nella zona. Lo stesso Erdogan che sta trasformando la Turchia in un regime autoritario e islamofascista che incarcera giornalisti, scrittori, avvocati e dissidenti o che pensa all’introduzione della sharia nel Paese.
Un Occidente, quindi, miope ed opportunista che sostiene Kobane quando combatte contro i fondamentalisti dell’Isis ma, contemporaneamente, è con Erdogan mentre annienta i curdi. Solo qualche mese fa, il sultano turco era a Roma per incontrare l’allora premier Gentiloni e il Papa al quale ha offerto un medaglione raffigurante un angelo. “Questo è l’angelo della pace che strangola il demone della guerra”, ha detto. “E’ il simbolo di un mondo basato sulla pace e sulla giustizia”. Concetti non propri assimilati da Erdogan, nella realtà.
Mi pare palese come l’Unione Europea abbia scelto di “sacrificare” l’esperienza del Rojava in nome della realpolitik: con la Turchia si stringono accordi, e si danno risorse, per fermare i migranti. Si esternalizzano le frontiere, fuori dall’Europa, per arrestare chi scappa da guerra e carestia. La Turchia come la Libia. Cinismo ed ipocrisia. La Commissione europea ha appena proposto di finanziare la seconda trance da 3 miliardi di euro per i rifugiati in Turchia dopo la completa assegnazione della prima tranche alla fine del 2017. Altri, ennesimi, soldi nelle casse di Erdogan. Resistere nel Rojava anche per cambiare questa Europa. Chiunque abbia a cuore i diritti umani e la democrazia, oggi dovrebbe prendere parola pubblica e lanciare un appello internazionale, oltre a manifestare subito in piazza, per fermare il massacro di Afrin.
Chi sceglie il silenzio è complice del sultano Erdogan.

Sorgente: (1) Facebook

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