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Afrin, il dramma dei civili curdi: “Oltre 200 mila senza cibo né acqua”. Ma Erdogan non si ferma – Repubblica.it

L’enclave curda conquistata dai ribelli siriani appoggiati da Ankara. Grazie alla propaganda martellante, la politica aggressiva del presidente turco non conosce opposizione. Damasco: “E’ un’invasione, devono ritirarsi”. I curdi: “Ora sarà guerriglia”.

ISTANBUL – Esplosioni e saccheggi si susseguono ora ad Afrin conquistata dalle truppe turche con i loro alleati, i ribelli dell’Esercito libero siriano (Els). Adesso la situazione nell’enclave curda della Siria al confine con la Turchia si fa ancora più drammatica: secondo le autorità civili locali, più di 200 mila persone si trovano senza rifugio né accesso a cibo e acqua.

“La gente che ha un’automobile dorme in macchina – dice Hevi Mustafa, dirigente dell’amministrazione curda nell’area – quelli invece privi dormono sotto gli alberi assieme ai loro figli”. Molti, nuovamente, i civili uccisi nell’ultima fase della battaglia. Tanti gli atti predatori, come spesso avviene quando una città viene conquistata “manu militari”. Gli attivisti dell’Osservatorio libero siriano segnalano che a essere presi di mira sono vetture, case e negozi. I civili in fuga sono migliaia. La bandiera turca e quella dell’Els vengono issate sui palazzi.

In corso ci sono ancora combattimenti sporadici, perché sacche di militanti dello Ypg, le Unità di protezione popolare, continuano a resistere all’avanzata turca. Ma gli stessi curdi ammettono la sconfitta, mentre reagiscono promettendo che la guerra “contro l’occupazione della Turchia entra ora in una nuova fase”. Si passerà dallo scontro diretto alla guerriglia. La nuova parola d’ordine è: “Colpire e scappare”. Le milizie dello Ypg “si trasformeranno in un incubo continuo” per i turchi e i loro alleati. Da Ankara il vice premier turco Bekir Bozdag sostiene che la Turchia non rimarrà ad Afrin, ma lascerà la regione ai suoi “veri proprietari”: ”Come abbiamo detto, non resteremo qui in modo permanente. Non siamo degli occupanti. Faremo tutto il necessario per riportare la vita alla normalità e per ricostruire le infrastrutture”. Accuse, invece, arrivano dal regime di Assad. La Siria condanna quella che definisce “l’occupazione turca di Afrin e i crimini che essa vi sta commettendo” e chiede – in una nota del ministero degli Esteri di Damasco – che “le forze d’invasione si ritirino immediatamente dal territorio siriano che hanno occupato”.

La prima fase dell’operazione “Ramoscello d’ulivo”, lanciata dalla Turchia lo scorso 20 gennaio, si conclude così con un successo militare per Recep Tayyip Erdogan, pronto adesso a trasformarlo in un risultato politico. La battaglia per la conquista dell’enclave curda, condotta in modo spregiudicato dal Capo dello Stato turco nonostante le molte critiche provenienti da Europa e Stati Uniti, è stata appoggiata da una buona parte della sua opinione pubblica. Non solo i seguaci del Partito della giustizia e dello sviluppo, la formazione conservatrice ispirata a valori religiosi fondata dal leader, hanno sostenuto la campagna. Ma anche l’opposizione, e non solo quella del Partito di azione nazionalista, formato dagli ex Lupi grigi, ma pure i socialdemocratici del Partito repubblicano del popolo.

Siria, i ribelli dell’Esercito Libero entrano ad Afrin

A Istanbul tanti semplici cittadini, persuasi da una battaglia martellante sui media, si dichiarano convinti della “lotta contro i terroristi che minacciano la Turchia”. Lo dicono a dispetto dei colloqui condotti dalla diplomazia americana, che in tutti i modi ha tentato di convincere Ankara che i curdi rappresentano il migliore deterrente nei confronti del sedicente Stato Islamico, come già dimostrato nella liberazione di Kobane e di altre città siriane sgombrate dal pericolo jihadista. Solo il partito filo curdo Hdp, presente in Parlamento però falcidiato dagli arresti d’opinione persino ai suoi vertici, resta a difendere l’entità del Rojava, “il Kurdistan dell’Ovest”, come esperimento sociale, politico e territoriale alternativo nel nord della Siria ora penetrato dalle Forze armate turche.

Ankara perciò non si ferma, e punta adesso su Manbij, l’altra città a maggioranza curda, per assicurarsi una continuità nella fascia siriana, tanto che Erdogan oggi dichiara che la Turchia “è pronta ad agire militarmente per cacciare i curdi del Pyd dal resto del nord della Siria e il Pkk dal nord dell’Irak”.  Il problema è trovare un’intesa con gli Usa, che nella zona mantengono una base militare. La Turchia conta sul fatto di avere mostrato di saper approfittare, con abilità e spregiudicatezza, della debolezza diplomatica della presidenza di Donald Trump. E alternando minacce di rottura con gli Stati Uniti, cerca di indebolire l’alleanza fra Washington e i gruppi curdi, finendo per battere i secondi sul piano militare.

Così, dopo la Siria, arriverà l’Iraq. Nel Medio Oriente già sconvolto dai molti conflitti, Ankara intende infatti andare alla resa totale dei conti con i curdi. Erdogan ha fissato il prossimo obiettivo: proseguire l’offensiva nel nord della Siria entro maggio, per poi dedicarsi a un attacco in nord Iraq sulle roccaforti del Pkk, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan. E’ una nuova guerra all’orizzonte, mentre il sangue continua a scorrere a Damasco nel distretto ribelle della Ghouta bombardato dall’esercito di Bashar el Assad.

La nuova mossa annunciata da Ankara è stata concordata direttamente con Bagdad, dice il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu. Un asse rafforzato lo scorso autunno dal fallimento del referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno. La possibile operazione in nord Iraq, già bombardato periodicamente dagli F-16 turchi, non avverrà prima delle elezioni parlamentari irachene del 12 maggio. L’obiettivo però è chiaro: distruggere le basi del Pkk annidate tra le montagne di Qandil e dintorni.

Libri Come, Zerocalcare e la caduta di Afrin: “Esercito Libero Siriano composto da jihadisti riciclati”

Sorgente: Afrin, il dramma dei civili curdi: “Oltre 200 mila senza cibo né acqua”. Ma Erdogan non si ferma – Repubblica.it

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