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Quando i lucchesi andavano nelle case chiuse. 60 anni dalla legge Merlin – Cronaca – lanazione.it

La Legge Merlin, in quel 20 febbraio di 60 anni fa, chiuse per sempre la porta ai “casini”. Ecco il ricordo di quei tempi a Lucca

 Dopo la chiusura della casa di Pelleria, la cosiddetta «cittadella dei casini» si concentrò tutta in quella stradicciola e in quella piazzetta che collegano via del Mulinetto a Corso Garibaldi: via della Dogana. Oggi la zona è stata restaurata e dove c’erano le case d’appuntamento ci sono moderni appartamenti e alberghi. Pare impossibile, che in questa strada ora deserta ci fosse un via vai continuo di uomini che passavano da un casino e l’altro per trovare la donna confacente ai propri gusti, Perché era così che si faceva prima del fatidico 1958, quando le case chiuse sparirono ufficialmente dall’Italia in virtù della legge Merlin di cui fra due giorni ricorrerà il sessantenario. Si chiamavano case chiuse perché avevano sempre le persiane abbassate. Legge senz’altro civile se non altro perché le donne che lavoravano nei casini erano bollate nella fedina, un marchio, quello di «puttana», che nessuno aveva il potere morale e materiale di togliere.

Nella società di allora i casini comunque erano un piacere per tutti. Per gli uomini che godevano delle prestazioni, e per le prostitute che, più lavoravano, più guadagnavano. Avevano una percentuale sulla cosiddetta «marchetta«, ma certamente quella che guadagnava di più era la maitresse, cioè la padrona, che era ricca sfondata. Frequentarli era considerata una festa. Soprattutto era festa l’arrivo delle nuove prostitute che cambiavano ogni quindici giorni.
Alla stazione prendevano la carrozza di Quartuccio, famoso vetturino amico di Giacomo Puccini, che si serviva di lui quando rientrava nella città natale. Ebbene, Quartuccio non portava le ragazze direttamente nelle case di tolleranza ma con la carrozza faceva un giro nelle strade e luoghi più frequentati del centro, suscitando gli applausi degli uomini, per mostrare le bellezze del cambio della quindicina. Un giro che era diventato un rito. Via della Dogana era l’ultima fermata e qui cominciava il piacere.

Il casino più prelibato di Lucca era il Primavera, dove ora c’é l’Hotel San Martino, un tre stelle che ha avuto il buon gusto di non cancellare completamente i ricordi, intitolando ogni camera al nome di una ospite del raffinato casino. Quello che stava di mezzo, come prezzo e come prestazioni, era «da Nuccia», dal nome della maitresse, forse il più frequentato. Ricordo che ci faceva ridere quando sbraitava: «In camera, in camera. Che aspettate. Siete tutti finocchi?».
Dentro, la solita scena. Le ragazze in parte spogliate giusto per mostrare il seno e che si mettevano accanto agli uomini eccitandoli nel toccarli nei «punti strategici».
Poi, tutto si svolgeva in camera, con il lavaggio, la lubrificazione, infine l’atto vero e proprio. In questo tutti i casini, quelli costosi come quelli a buon prezzo, erano uguali.

Certo le persone conosciute, gli onorevoli, le personalità politiche e amministrative nonché – si dice- i preti, che preferivano la notte e vestiti in borghese, tutti questi non sostavano nella prima sala del Primavera, ma a porte chiuse, si intrattenevano con le ragazze in un salottino privato.
Privilegio che non poteva permettersi «I tre scalini», casino di infimo ordine dove si spendeva una sciocchezza. La marchetta era una specie di contromarca che la prostituta si faceva dare dalla cassa dove sedeva la maitresse, per dimostrare la sua opera e farsi pagare per essa.
Una delle cose positive del casino era che ogni qualche giorno un medico veniva a visitare le ragazze per salvaguardare loro e il cliente dalle malattie veneree.
Nei casini comunque c’erano sempre gli habitué che ci passavano il tempo.

Giovani vagabondi che approfittavano dell’amicizia di qualche puttana di buon cuore. Perché se le prostitute non avevano il protettore, necessitando di affetto, avevano sempre un amico che le sfruttava. Ora, nelle strade, con il “pappa” è molto peggio. Questa situazione non si risolverà ripristinando i casini bensì facendo esercitare la professione personalmente e singolarmente in casa non penalizzando chi lo fa.
Comunque, via della Dogana è un simbolo che rimane nel tempo. Simbolo di un’epoca storica che dalle case di tolleranza, sfogo della libido maschile, ha iniziato la strada di emancipazione della donna e anche dell’uomo.

Mario Rocchi

Sorgente: Quando i lucchesi andavano nelle case chiuse. 60 anni dalla legge Merlin – Cronaca – lanazione.it

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