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L’Italia è un paese di odiatori seriali? | Euronews

Un mostro si aggira per l’Italia. È la gente. La parola è ormai è diventata un concetto molto usato come quello di populismo. Abbiamo cercato di saperne di più, parlando con Leonardo Bianchi, scrittore e giornalista di Vice che ha pubblicato un libro dal titolo molto indicativo: Gente, viaggio nell’Italia del risentimento. Il primo dubbio è quello di natura etimologica.

Leonardo Bianchi, gentismo e populismo sono sinonimi?

Gentismo e populismo non hanno definizioni precise. Per la Treccani il gentismo è un atteggiamento politico di calcolata condiscendenza nei confronti della gente vista come un insieme vasto ed indistinto. Invece la politologa Nadia Urbinati che insegna alla Columbia University definisce il gentismo come reazione della gente comune nei confronti della casta politica o comunque di chiunque svolga una funzione politica. La terza definizione che forse capisce meglio chi sta sui social, riguarda un certo tipo di stare sul web. Contrassegnato dal rilanciare bufale, dal cascarci, da commenti o punti esclamativi alla fine di ogni espressione. sgrammaticati. È l’aspetto più pittoresco e visibile del fenomeno che però non lo ricomprende tutto. Nel populismo invece, nelle sue caratteristiche minime, dev’esserci un leader che così costruisce il suo consenso. Pensiamo al caso della Padania e dei padani, della Lega Nord dei primi anni 90. Il gentismo invece non prevede la presenza di un leader, è un fenomeno orizzontale che proviene dal basso e resta nel basso e non prevede mediazioni.

Dai tempi del Fascismo di Benito Mussolini, l’Italia è sempre stata una specie di laboratorio politico per le nuove tendenze. L’odio che non solo fluisce nella società italiana, ma che corre sul web, è una specificità del belpaese?

Ci sono delle specificità italiane che però vanno ricomprese in un quadro politico proprio del mondo occidentale. La crisi della democrazia rappresentativa non è qualcosa del 2018, ma è un processo che va avanti da parecchi decenni e non solo io a dirlo. L’Italia per certe forme populiste di politica è sempre stata abbastanza all’avanguardia. Si parte dal dopoguerra con il Fronte dell’Uomo Qualunque e si arriva all’esperimento del Movimento Cinquestelle che è un “unicum” in tutta Europa. Non credo che internet in Italia abbia causato fenomeni, è stato un fluidificante di processi già avviati. Prendiamo i Cinquestelle. Internet non funziona tanto come un motore organizzativo o ideologico, ma solamente come uno strumento principalmente propagandistico. Grillo è uomo di spettacolo. È diventato Grillo prima attraverso la televisione e poi il teatro e durante l’ultima fase della sua carriera ha abbracciato anche la rete. Ma non è una novità nemmeno questa. Il blog di Grillo, quello degli albori, non era un vero blog. C’era una concezione di internet molto verticale, dall’alto verso il basso. Quindi è tutto molto più complicato. Sarebbe facile dire che internet ha creato i Cinquestelle ma in realtà non è così. I Cinquestelle ed altre figure politiche non hanno creato nullla di nuovo, hanno solo piegato rimanendo nella sfera del dibattito politico e propagandistico, hanno piegato a proprio uso e consumo uno spazio e una tecnologia in un paese che comunque, se si parla di educazione digitale, è molto arretrato. In Italia c’è un digital divide ancora adesso piuttosto esteso.

È l’italiano ad odiare il resto del mondo oppure ci sono delle motivazioni più profonde?

Non c’è una singola causa. Ci sono molte cause e alcune sono legittime, giuste. Credo che una sia come ho detto, la critica generalizzata della democrazia rappresentativa. Un deficit di rappresentanza che ormai è sermpre più difficile colmare. Un altro è una condizione economica di impoverimento generalizzato, mi viene in mente l’ultimo rapporto del Censis che dice come una delle più grandi paure che accomunano tutti gli italiani, di tutte le fasce sociali e anagrafiche, è quello dell’impoverimento, del declassamento. Sono due possibili cause, ma c’è anche uno scadimento del dibattito pubblico che fa leva sulla paura, sulle “passioni tristi”, ma questo attiene ad una sfera politico-propagandistico. Se vediamo ad esempio, come ormai da decenni, i media e i politici parlano dell’immigrazione, capiamo come una persona comune, sottoposta a un tale bombardamento mediatico, chiaramente nutrirà un risentimento verso soggetti con cui nemmeno entra in contatto nella vita di tutti i giorni. È un quadro composito che causa queste sacche di risentimento che la politica, se fosse interessata al bene comune, non al tornaconto elettorale di breve respiro, si incaricherebbe di gestire.

Lei ha analizzato anche dei messaggi bislacchi che hanno raggiunto notorità mainstream: la sostituzione etnica…

La sostituzione etnica è una teoria elaborata fra il 2010 e il 2011 da un intellettuale francese di estrema destra che si chiama Renaud Camus. In soldoni egli sostiene che la popolazione dei francesi di ceppo (de souche) sia in procinto di essere sostituita dalle popolazioni provenienti dal Maghreb e dall’Africa. È una teoria che non ha alcuna validità statistica, ma che funziona a livello comunicativo e propagandistico. Perché da una spiegazione, fallace, a un fenomeno difficile da gestire come l’immigrazione. Nel mio libro ho provato dunque a racciiare non solo come nascono certe teorie, ma soprattutto a come si propagano. Quella della sostituzione etnica in Italia, a partire da un intellettuale francese di estrema destra, nasce in un ambiente preciso, ma abbastanza confinato. Inizia a diventare mainstream in Francia prima e in Italia poi, quando viene fatto priprio e inserito nel dibattito da Marine Lepen e dal Front National. Matteo Salvini in Italia con la Lega, rifacendosi al progetto lepenista, ne importa anche il linguaggio. E quindi nell’arco di qualche anno da idee marginali, mano a mano, attraverso strumentalizzazioni politico-mediatiche arrivano al centro. Non a caso la prima grossa polemica di questa campagna è stata la dicharazione del candidato leghista nella regione Lombardia (Fontana), sulla scomparsa della razza bianca e la conseguente sostituzione etnica in corso in Italia e in Europa.

Buongiorno caffé…

È un filone che su Vice abbiamo ironicamente definito “buongiornismo”, un sottobosco anche numericamente non irrilevante, dedicato a un target dai 50 anni in su, dove girano immagini innocue di “Buongiorno” o “Buongiornissimo”, con tanti punti esclamativi accompagnati di solito da una tazzina di caffé, non è insomma un osservatorio sul conflitto siriano. Non si dovrebbe occupare di politica, però l’ho messo nel libro perché durante la campagna elettorale per il referendum costituzionale (quello perso da Renzi, ndr) il cui core business era postare Minnie e Topolino che auguravano buongiono e buon pomeriggio, a un certo punto, improvvisamente, questi siti rimangono folgorati sulla via del superamento del bicameralismo perfetto e sulla riforma del titolo quinto. Mettendosi a fare propaganda spinta per il “sì” al referendum. Lì c’e stato il tentativo, da parte del PD, di infilarsi in ambienti tendenzialmente refrattari a messaggi governativi, nel cuore di una campagna difficile com’era quella de referendum. Quindi anche il “buongiornismo” è diventata un’arma politica in mano ai partiti, anche se quell’esperimento non è andato molto bene visto che la sconfitta nelle urne di quel referendum è stata netta.

Moriremo gente massificata oppure c’è speranza che l’individuo torni a rivestire un ruolo centrale, anche in internet?

La gente è una somma di individualità. Non necessariamente moriremo “gente”. Già lo siamo. Chiaramente bisogna intendersi che cosa il termine significhi. C’è un problema come dicevo: il grosso problema è la crisi della democrazia, di concetti un tempo nobili come il concetto di popolo, o quello di rapresentatività. Come dice Margaret Canovan, una politologa inglese che negli anni 70, 80 già studiava il populismo non sono altro che “un’ombra che la democrazia proietta su se stessa”. Penso che sia fondamentale non avere un atteggiamento giudicante, ma analizzare i fenomeni per quello che sono. Guardare quest’ombra ci permette di capire e cogliere al meglio le pulsioni profonde, le ambiguità della politica e della società italiana e quindi, se guardate in profondità, le si possono non solo capire, ma anche affrontare.

Sorgente: L’Italia è un paese di odiatori seriali? | Euronews

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