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Italia al voto: apriamo gli occhi per fermare un vecchio film | Rep

Tre i protagonisti principali che pensavamo fossero definitivamente usciti dalla scena e dalla storia: Silvio Berlusconi, le pulsioni neofasciste e l’incompetenza manifesta e rivendicata

di MARIO CALABRESI

Da settimane di fronte ai nostri occhi scorre un film che non avremmo mai immaginato di rivedere. Stentiamo a crederci, eppure è vero, e la stanchezza e il senso di nausea sono così forti da paralizzarci, sembriamo quasi arrenderci a qualcosa che viviamo come ineluttabile. O come una punizione per le mancanze, gli errori e le occasioni fallite della sinistra che ci ha governato in questi anni. Tre sono i protagonisti principali del film che pensavamo fossero definitivamente usciti dalla scena e dalla storia: Silvio Berlusconi, le pulsioni neofasciste e l’incompetenza manifesta e rivendicata. È tutto talmente grottesco e drammatico, perché quando la storia si ripete nei suoi errori la farsa diventa dramma, che viene da girare la testa per non vedere. Che cosa non vediamo? Cosa si rischia di dimenticare per assuefazione? Prima di tutto il gigantesco conflitto di interessi di Silvio Berlusconi (promette nuove e delicatissime puntate, dalla battaglia Mediaset-Telecom ai diritti tv), che non è meno grave e urgente solo perché vecchio e ripetitivo e perché pronunciare queste parole appare ormai desueto. Poi la condanna, i quattro procedimenti giudiziari ancora in corso e il fatto che sia incandidabile e ineleggibile, cosa che appare talmente digerita da permettergli di andare serenamente in televisione a firmare contratti e a spandere promesse come se ciò non esistesse o fosse un dettaglio.

È sepolta la memoria dei danni causati dalle leggi fatte su misura e dimenticati lo stato dei conti e la salute del Paese che aveva lasciato dopo il suo ultimo governo. Le responsabilità che porta chi è stato a Palazzo Chigi, a più riprese, per un totale di 3340 giorni, oltre nove anni. Ora si grida nel centrodestra all’abolizione della legge Fornero (votata da Forza Italia al completo e anche da Giorgia Meloni) ma si dimentica che quella drammatica stretta sulle pensioni fu diretta conseguenza dello sfascio in cui versavano i conti pubblici italiani. Era l’autunno del 2011, il famigerato spread tra i titoli di Stato italiani e tedeschi aveva raggiunto il massimo storico di 574 punti (ieri, in una giornata tesa, è arrivato a quota 132), un terzo delle famiglie aveva ridotto la spesa per gli alimentari e Berlusconi, che si sarebbe dimesso da lì a poco, serenamente dichiarava: “Mi sembra che in Italia non ci sia una forte crisi. La vita è la vita di un Paese benestante, i consumi non sono diminuiti, per gli aerei si riesce a fatica a prenotare un posto, i ristoranti sono pieni”. E ora, con la stessa irresponsabile disinvoltura, propone la flat tax, iniqua nel momento in cui cancella la progressività della tassazione, e pericolosa per i costi che caricherà sulle spalle delle giovani generazioni.

C’è poi lo sdoganamento del fascismo, che cresce nei gesti, nei discorsi, nell’odio per il diverso, e che secondo Berlusconi “è morto e sepolto” semplicemente “perché se non c’è in giro un Mussolini o un Hitler non succede niente”. Tutto sembra improvvisamente diventato lecito. Le paure e il senso di insicurezza provocati dalle ondate migratorie sono usati come schermo per giustificare discorsi ignobili e uno scadimento del dibattito pubblico di cui si sono fatti apripista i giornali della destra, in competizione tra loro a chi rompe un altro tabù o riesce meglio ad incendiare gli animi. I politici si adeguano, preoccupati di non essere al passo con la ferocia richiesta dai tempi: non sono solo i leghisti o le varie formazioni di destra ma anche ampie fette del Movimento 5 Stelle. Gli slogan che nel resto d’Europa sono patrimonio dell’ultradestra, da noi vengono diffusi con convinzione da chi aspira a governare e a rappresentare la maggioranza dei cittadini. Il modello contagioso è il parlar chiaro di Trump, la fascinazione per chi non ha peli sulla lingua a prescindere dalle bestialità pronunciate.

Gli elettori di sinistra, divisi sulle politiche di Marco Minniti, che ha cercato di dare una risposta articolata al problema migratorio puntando a fermare i flussi ma senza dimenticare patti di accoglienza, non sembrano ora troppo allarmati dalla prospettiva di avere il leader della Lega come ministro dell’Interno. Troppo forti sono i malumori e le spaccature suicide in casa propria da accorgersi che fuori il Paese brucia. Allo stesso modo bisognerebbe pensare alle battaglie sui diritti: ricordo le discussioni accalorate sull’incompletezza delle unioni civili ma non vedo nessun dibattito o allarme davanti a chi promette di rivederle o addirittura abolirle.

La stanchezza e la voglia di rovesciare il tavolo fanno apparire l’incompetenza una virtù. Non si vede lo sforzo fatto dai tre governi di questa legislatura per restituirci un volto credibile in Europa e nel mondo, lo sforzo per agganciare un minimo di crescita, e il valore della competenza. I limiti, le furbizie e i passi falsi di questi anni li abbiamo denunciati con chiarezza, che si chiamassero Alfano, Boschi o De Luca, così oggi non possiamo tacere sul fatto che Di Maio non abbia esperienza di alcunché (i danni delle amministrazioni grilline basterebbero come monito) e guidi un Movimento che con le candidature ha mostrato nuovamente quanto i meccanismi siano opachi (il contrario della trasparenza) e le scelte discutibili (dai massoni ai furbetti dei rimborsi). È tempo di stropicciarsi gli occhi, rendersi conto che il finale di questo film non è ancora stato girato e ossigenarsi il cervello anziché arrendersi all’evitabile.

Sorgente: Italia al voto: apriamo gli occhi per fermare un vecchio film | Rep

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