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Così i mercati si preparano ad affrontare le elezioni del 4 marzo

di Andrea Franceschi

Finora gli investitori non hanno dato dimostrazione di eccessiva preoccupazione in vista del voto del 4 marzo. Prova ne sia che la Borsa di Milano è tutt’ora l’unica tra le principali piazze continentali a registrare un saldo positivo da inizio anno. Il contesto tuttavia sta mutando con l’avvicinarsi della scadenza elettorale. Lo si è visto chiaramente ieri quando, dopo le parole del presidente della Commissione Ue Juncker, il mercato è tornato a prezzare il rischio Italia vendendo titoli di Stato e azioni quotate alla Borsa di Milano.

Il FTSE MIB ha archiviato con un calo dello 0,84% una seduta all’insegna dei ribassi nel corso del quale l’indice delle società a maggior capitalizzazione è arrivato a perdere oltre l’1,6 per cento. Stesso copione sui titoli di Stato (qui le quotazioni dei titoli governativi europei). Lo spread tra il BTp italiano a 10 anni e il corrispondente bund tedesco, termometro del rischio Paese, ieri è balzato a quota 147 punti stando alla rilevazione Thomson Reuters. Si tratta di un nuovo massimo da un mese a questa parte. Il rendimento del BTp a 10 anni ieri ha chiuso a quota 2,18 per cento. Sia nel caso della Borsa sia per i titoli di Stato si è trattato di oscillazioni anomale per una seduta tutto sommato poco mossa.

«Dobbiamo prepararci allo scenario peggiore, cioè un Governo non operativo in Italia», ha dichiarato Juncker che ha detto di temere una forte reazione dei mercati nella seconda metà di marzo anche alla luce dell’incertezza sul quadro politico in un altro Paese della periferia dell’area euro: la Spagna. A differenza di Piazza Affari, tuttavia, Madrid ha chiuso in rialzo dello 0,54% mentre i Bonos hanno registrato un incremento dei rendimenti molto più contenuto rispetto ai BTp.

La seduta di ieri segna un cambio di passo per gli investitori sul tema del «rischio Italia». Nelle ultime settimane e mesi la Borsa di Milano non ha sofferto più di tanto il clima pre-elettorale. L’indice Ftse Mib risulta in rialzo del 3,65% da inizio anno e del 18,9% rispetto a un anno fa. In netta controtendenza rispetto al resto del mercato azionario continentale visto che lo Stoxx 600 risulta in calo del 2% da inizio anno e in rialzo del 2% rispetto a 12 mesi fa. Così come accaduto nel caso di altre situazioni di stallo politico (si pensi alla situazione tedesca o alla crisi catalana) i mercati non sembrano dare troppo peso alla variabile politica preferendo concentrarsi su altri temi come il ritorno della volatilità o le tensioni sui tassi.

L’argomentazione più gettonata nei report di gestori e analisti è che, anche se in Italia spira forte il vento populista, si ritiene improbabile con l’attuale legge elettorale la formazione di un governo euro-scettico. Anche se fosse poi il rischio che questo implichi un’uscita del nostro Paese dall’euro appare remoto secondo gli analisti di Capital Economics che, in una nota dedicata alle elezioni in Italia, ricordano come la Costituzione italiana vieti di sottoporre a referendum i trattati internazionali.

Anche se questa pare essere la lettura prevalente non è detto che sia l’unica. Così come non è detto che la performance finora positiva di Borsa e titoli di Stato italiani sia un segnale inequivocabile di fiducia. Lo dimostra ad esempio il fatto che i fondi azionari italiani abbiano registrato riscatti nelle ultime 10 settimane come segnalato di recente da Epfr Global oppure il fatto che i fondi speculativi (a partire da Bridgewater) abbiano raddoppiato nel giro di un anno le scommesse ribassiste sul listino milanese portandole oltre quota 10 miliardi di euro.

Nel medio lungo termine restano molte incertezze su quella che sarà la strategia di politica economica del nuovo governo alla luce delle potposte presentate finora dai vari partiti. In buona parte orientate ad un ampliamento del deficit di bilancio. Basti pensare alla proposta della Lega di Salvini di abolire la riforma Fornero sulle pensioni o il reddito di cittadinanza proposto dal Movimento 5 stelle. Certo poi un conto sono le promesse da campagna elettorale e un conto è la realtà. È chiaro tuttavia che una retromarcia sul fronte del risanamento delle finanze pubbliche difficilmente verrebbe visto bene. Non bisogna dimenticare che, se fino ad oggi il problema della sostenibilità del debito pubblico è rimasto sotto traccia grazie al sostegno della Bce e del suo Quantitative easing, in futuro questo aiuto verrà sempre meno. Soprattutto se il successore di Mario Draghi sarà, come probabile, il tedesco Weidmann.

Sorgente: Il Sole 24 ORE

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