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Centralinisti dei call center, pagati 33 centesimi l’ora

Taranto, i dodici lavoratori erano tutti in nero. La denuncia e la chiusura

di Laura Bonani e Fabio Savelli

Finta busta paga

Taranto. Puglia. Italia. Anno 2018. Un’ora al telefono può essere pagata 33 centesimi. Un mese 92 euro. Il «premio» — come racconta una lavoratrice che ha visto materializzarsi dopo 53 giorni una (finta) busta paga — può essere di 200 euro. Quattro ore al giorno a vendere abbonamenti per Tim e Fastweb in due diversi call center. Due turni: 10-14 e 14-18. Una squadra di dodici centralinisti senza uno straccio di contratto. La promessa di venire remunerati in percentuale ai contratti stipulati con i clienti. La carta igienica portata da casa. E se si andava in bagno l’ora non veniva conteggiata. Il mondo dei lavoratori in outbound, cioè «esternalizzati», si arricchisce di nuove frontiere di sfruttamento. Sono i centralinisti che ci propongono offerte commerciali per passare all’uno o all’altro operatore. Alimentano un sottobosco di illegalità cui nessuna normativa è riuscita, in questi anni, a porre un freno. L’unico deterrente possibile è a posteriori. Quando scattano i controlli di carabinieri, Finanza, ispettorato del lavoro dopo le segnalazioni dei sindacati. Stavolta è stata la Cgil a muoversi.

Una scena del film del 2008 «Tutta la vita davanti» diretto da Paolo Virzì, con Sabrina Ferilli. Una scena del film del 2008 «Tutta la vita davanti» diretto da Paolo Virzì, con Sabrina Ferilli.

Racconta Andrea Lumino (Slc-Cgil) che appena alcuni lavoratori si sono aperti testimoniando quello che stavano vivendo è partito un esposto a Procura e prefetto. I sigilli alle due strutture sono stati immediati. Avevano ideato un sistema per ingannare anche Tim e Fastweb, che si dichiarano estranee alla vicenda nonostante avessero stipulato un rapporto commerciale. Uno dei due non era un call center vero e proprio, perché era iscritto alla Camera di commercio come corriere espresso. I suoi centralinisti avevano l’obbligo di non registrare le telefonate. Molti di loro (curioso paradosso) contattavano persino chi era già cliente Tim, proponendogli di passare a un’offerta più vantaggiosa. Per farlo era però necessario disdire il vecchio contratto (con tutto quello che significava come costo di chiusura), rifarne uno nuovo magari intestandolo a un altro componente in modo da bypassare i controlli degli operatori telefonici che lo inquadravano come nuova attivazione. Il tecnico della compagnia telefonica così usciva. Faceva un allaccio sull’ultimo miglio per una rete già esistente e a rimetterci era solo il cliente finale, perché era costretto a sobbarcarsi anche le spese per la nuova utenza. Il raggiro — raccontano diversi addetti — avveniva spesso. Peccato che anche loro venivano ingannati. Con la promessa di un contratto mai arrivato. E l’urgenza di raggiungere un monte mensile di nuove attivazioni che però sfuggiva sempre. Perché il centralinista non aveva accesso alle informazioni sull’effettiva chiusura del contratto con il cliente. Tutto avveniva con la spedizione di documenti cartacei tramite dei pony express. Il titolare del call center? Ha un nome e un cognome. Ma risulta un nullatenente. Però sapeva vendere bene il sogno di un lavoro.

La promessa dei bonus

L’ho fatto per mia figlia. Sono separata e ho pensato che quei 400 euro al mese, a due passi da casa, per quattro ore al giorno potevano aiutarmi». Annalisa, 36 anni, racconta che lei Gielle, l’azienda di call center appena chiusa, l’aveva scelta, eccome. Rinunciando al lavoro in un altro call center in cui pensava che i diritti fossero inesistenti.
«Al colloquio mi avevano detto che sarebbe bastato chiudere sei contratti al mese per avere quel fisso mensile. E per ogni contratto aggiuntivo avrei avuto il 20% in più — racconta —. Ho pensato che per me potesse essere una passeggiata. D’altronde sono una centralinista da anni. So come vendere abbonamenti e piani tariffari. E poi, sa, non dovevo neanche prendere l’auto e pagare la benzina». Annalisa non aveva considerato che quei 400 euro erano solo una promessa mai realizzata.

Annalisa D’AlconzoAnnalisa D’Alconzo

Urla e insulti in ufficio

Il (primo) contratto firmato indicava 6,51 euro lordi (in linea con la normativa nazionale) per sei ore al giorno. Ma quel contratto Annapia non l’ha mai visto. Né alla Ccl di Taranto, il cui committente era Fastweb, né alla Gielle, dove i contratti si stipulavano per Tim. «Ho un figlio di sette anni e qui a Taranto il call center è l’unico settore in cui sono sempre riuscita a trovare lavoro. Ma stavolta mi sono sentita presa in giro più delle precedenti». «Ho lasciato Ccl — aggiunge — perché ero in “nero”. Dopo cinque giorni, tramite un annuncio su Subito.it, ho trovato questo altro impiego in Gielle, dove il pagamento era a cottimo. Più contratti portavi a casa, più guadagnavi. Peccato non fosse così». Annapia racconta il clima di terrore che si respirava in ufficio. «C’era una referente che urlava tutto il tempo incitandoci a macinare telefonate su telefonate. Insultando chi non riusciva».

Un call centerUn call center

Sorgente: Corriere della Sera

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