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Per il dopo-Brexit, Londra gioca la carta del «modello Canada»

di Gianluca Di Donfrancesco

Duramente criticato da un fronte che in Europa supera i confini dei movimenti no-global, l’accordo di libero scambio tra Ue e Canada (Ceta) è ormai diventato il punto di riferimento per disciplinare i futuri rapporti economici tra Bruxelles e Londra, dopo che si sarà consumato il divorzio sancito dalla Brexit. Magari completato da qualche annesso per rendere più “intima” la relazione tra ex.

Se lo augura soprattutto chi, all’interno del Governo, teme le conseguenze di una rottura. A cominciare dal caponegoziatore, David Davis, che continua a indicare come bussola da seguire il Ceta, arricchito da un numero via via crescente di «plus», vale a dire di vincoli aggiuntivi rispetto a quelli che legano Ue e Canada. Per l’accordo con il Regno Unito, Davis ha in mente un «Ceta plus plus plus».

Vista da Bruxelles, l’esigenza di tutti quei plus non sembra però immediata: alla luce delle difficoltà che Londra incontra a tracciare una rotta coerente e in linea con i principi della Ue, sembrerebbe già molto riuscire replicare i risultati del Ceta. Bruxelles ha già respinto l’idea stessa dell’ibridazione tra il modello canadese (un accordo di libero scambio) e quello norvegese, che dà accesso al mercato unico. Per il negoziatore Ue, Michel Barnier, sono le stesse linee rosse tracciate da Londra a lasciare come unica opzione un’intesa come il Ceta. Ma secondo le recenti stime fatte trapelare da fonti del Governo di Londra, una soluzione del genere farebbe però perdere al Regno Unito cinque punti di Pil in 15 anni.

I «plus» aggiunti da Davis servirebbero a lasciare aperto il mercato dei servizi dell’Unione Europea alle aziende britanniche: l’accordo Ue-Canada è poco efficace su questo fronte, limitandosi a ribadire quanto prevedono le regole generali della Wto e valide per tutti i suoi 164 membri. Troppo poco per il Regno Unito, che deve difendere i 14 miliardi di sterline di surplus (quasi 16 miliardi di euro), incamerato nel 2017 attraverso lo scambio di servizi con la Ue.

Un altro paio di plus sarebbe poi necessario per superare le barriere non tariffarie allo scambio di beni: con un trattato tipo Ceta, gli esportatori britannici dovrebbero rispettare i vincoli sulla produzione locale, mentre sul mutuo riconoscimento degli standard regolamentari, l’accordo con il Canada si limita a porre le basi per aprire un dibattito, in futuro.

Sul Ceta “arricchito” sembra aver trovato una fragile intesa interna il Governo del premier Theresa May, che giovedì ha riunito il così detto «gabinetto di guerra sulla Brexit». Un summit di otto ore: i risultati saranno illustrati dal primo ministro il 2 marzo, nella madre di tutti i discorsi sulla Brexit, dal quale si dovrebbe finalmente capire cosa vuole Londra.

I britannici vorrebbero potenziare il Ceta con un miglior accesso al mercato unico dei beni e servizi attraverso una stretta collaborazione sul fronte regolamentare. Una posizione che continua a dividere, all’interno del Patito conservatore, i brexiters, convinti della necessità di ottenere piena autonomia, dai remainers, guidati dal cancelliere dello scacchiere Philip Hammond, che su settori come auto e chimica vogliono totale aderenza alle regole Ue.

L’allineamento servirebbe a garantire parità di condizioni ai soggetti economici e potrebbe estendersi a mercato del lavoro e tutela di consumatori e ambiente. Alcuni esponenti del Governo britannico parlano però di un allineamento su base volontaria, con Londra libera di sottrarsene a piacimento. Una continuazione dell’«opt-out» che aveva da membro della Ue e che non convince i futuri ex partner, già messi alla prova da decenni di eccezionalismo britannico, e che hanno già respinto come inaccettabile «cherry picking» (prendersi solo quel che fa comodo) l’idea di accordi differenziati per settori.

Sul «right to diverge», come la chiamano i britannici, vigilerebbe un meccanismo di risoluzione delle dispute (una corte arbitrale) con il potere di punire con limitazioni all’accesso al mercato, chi viola il principio della parità di condizioni. Una soluzione che svincolerebbe Londra dalla giurisdizione della Corte di giustizia Ue, ma che potrebbe scontrarsi con la forte diffidenza sviluppata dalle opinioni pubbliche europee per questo genere di tribunali sovranazionali.

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