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27 FEBBRAIO 1943 LA PROTESTA DI ROSENSTRASSE

Berlino, 27 febbraio 1943. I camion della Gestapo si fermano davanti a diverse fabbriche in cui gli ebrei sono costretti a lavorare. I metodi di reclutamento sono noti: echeggiano nell’aria anche gli schioppi d’una frusta, un testimone riferisce di donne gravide spinte a calci sul camion da uomini delle SS irritati per la loro goffaggine. La retata è il regalo di compleanno di Goebbels per il Führer: una Berlino perfettamente “disebreizzata”. Oltre un migliaio di quegli operai ebrei – gli imparentati con gli “ariani” – viene recluso in Rosenstrasse. La notizia si sparge per la città. Strappate dalle più diverse occupazioni, centinaia di mogli e mamme si riversano nella Strada delle Rose. Sono le stesse donne che avevano subito ogni genere di pressione perché si separassero dai mariti ebrei. «Quante ingiurie, quante minacce, botte, sputi hanno sopportato», annota Victor Klemperer nel suo diario. «Eroismo desolato e silenzioso», lo definisce. La resistenza del cuore. Un monumento, ordinato nel 1993 da Honecker alla scultrice Ingeborg Hunzinger, le ritrae oggi a Berlino con i volti rabbiosi e guerreschi. Fisionomie che stridono con le voci confuse e ignare raccolte dalla Schröder. Le testimonianze restituiscono una sorta di banalità del bene, il gesto coraggioso ed estremo vissuto con assoluta normalità, frutto di una pulsione primitiva di conservazione – la conservazione della propria famiglia – piuttosto che gesto consapevole di protesta politica. “Una necessità vitale”, la definisce una testimone di quei fatti, Ursula Braun, il cui marito finì nella rete della Gestapo. «Le donne si riversarono in piazza perché lì erano reclusi i loro compagni e figli! Che cercassi di portare un pacchetto a mia sorella, quando venne deportata nel 1942, o che me ne stessi lì in piedi in Rosenstrasse: erano sempre slanci improvvisi, atti momentanei, mossi da un obbligo interiore ad agire». Nessuna intonazione eroicizzante: «Correvamo avanti e indietro come galline spaventate. Avevamo paura, molta paura…». Ma il terrore ha una soglia estrema oltre la quale «si manifesta una specie di vuoto in cui si fanno le cose più incredibili». La baronessa de Witt ricorda le minacce dei poliziotti, addirittura “le mitragliatrici delle SS” piantate dietro sacchi di sabbia. «Ma con la paura che avevamo addosso, non ci facemmo caso», commenta sobriamente Ursula. Per alcune di loro fu un disvelamento improvviso: la sensazione che finalmente si potesse far qualcosa. «Dopo Rosenstrasse», raccontò a Gad Beck sua madre, la protestante Hedwig Kretschmer, «scomparve in me ogni traccia di passività». Fu l’insurrezione delle donne a salvare gli ebrei reclusi? Le congetture sono innumerevoli. Di certo c’è che Joseph Goebbels non gradì quella ribellione. Nel suo diario la liquida come “spiacevole”. Secondo una testimonianza del suo aiutante personale, Leopold Gutterer, non gli rimase che “la soluzione più semplice”: liberare i prigionieri. E fu così che un manipolo di mogli riuscì a piegare gli uomini di Hitler.

Sorgente: Contro la disinformazione – ricerca face book

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