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Usa-Ue, le sponde dell’Atlantico si allargano (anche) sulle regole antitrust

Qualcomm e Sky-Fox sono solo gli ultimi due episodi di una saga ormai più infinita di quella di Star Wars. Due giorni fa l’autorità antitrust dell’Unione europea ha inflitto a Qualcomm una sanzione di quasi un miliardo di euro per aver pagato Apple per utilizzarne i chip in modo esclusivo. Mentre in Gran Bretagna l’autorità sulla concorrenza ha dato un parere parzialmente negativo sull’acquisizione di Sky da parte della Fox di Rupert Murdoch, perché lesiva del pluralismo dell’informazione.

Su questa sponda dell’Atlantico l’attivismo dell’Antitrust Ue (ma anche britannico) insomma cresce, in particolare contro i colossi del digitale statunitensi: ricordiamo tra le altre la maximulta da 2,42 miliardi di euro inflitta in giugno a Google per abuso di posizione dominante, ma anche i 110 milioni di euro di sanzione a Facebook per aver prima promesso di rispettare la privacy degli utenti della neoacquisita WhatsApp, salvo poi far confluire le informazioni sul social network. E non è finita. Bruxelles sta indagando anche su altri giganti d’oltreoceano come Starbucks, Apple, Amazon e McDonald’s.

Tutto questo mentre dall’altra parte dell’Atlantico le autorità Antitrust dormono, attente a non disturbare i propri campioni nazionali nei loro proficui business. L’idea di “spacchettare” i colossi tech divenuti ormai troppo grossi e potenti (come accadde a AT&T nel 1984, quando alla Casa Bianca sedeva il pur ultraliberista Ronald Reagan) è tornata rapidamente nei cassetti delle scrivanie di Trump e del Congresso, sapientemente oliati dai lobbysti di Big Tech.

Nel 2017, tanto per dare un’idea, la sola Google ha speso qualcosa come 18 milioni di dollari (+17% rispetto all’anno precedente) per “spese di lobbyng” destinate a Congresso, Casa Bianca e agenzie federali. Se a Big G aggiungiamo anche Facebook, Apple e Amazon, ecco che scopriamo che i quattro colossi tech hanno messo sul tavolo complessivamente 50 milioni di dollari per “oliare gli ingranaggi”, con un autentico boom per la Mela (+51% rispetto all’anno precedente) e per il social di Zuckerberg (+32%). Non stupisce che le autorità antitrust statunitensi si occupino più di respingere gli sbarchi dei colossi cinesi sulle spiagge del Pacifico, piuttosto che disturbare i campioni nazionali con argomentazioni tediose sulla privacy o sull’elusione fiscale.

Le due sponde dell’Atlantico sono sempre più lontane, insomma, con gli Stati Uniti fedeli al modello western e l’Europa attenta a frenare gli eccessi delle regine mondiali del digitale. Le regole secondo la Ue non solo tali per gli Usa e viceversa: i due approcci sono agli antipodi. Ma l’attenzione ai diritti del cittadino e del consumatore, indiscusso segno di civiltà e democrazia, potrebbe avere qualche forma di “effetto boomerang” per il Vecchio Continente.

Prendiamo il cuore dell’economia europea, la Germania. Prendiamo il simbolo dell’economia tedesca, l’automotive. Marchi come Bmw, Mercedes e Audi rappresentano l’80% del mercato globale delle vetture di fascia alta, ma c’è qualcosa che può minacciare questa indiscussa leadership mondiale: la rivoluzione digitale. «Nel futuro, il 50-60% del valore di un’automobile sarà costituito da device digitali – ha dichiarato di recente Peter Altmaier, capo dello staff di Angela Merkel – e il 20% da batterie». Se non ci diamo da fare finiremo col fabbricare solo finestrini, sedili e ruote, ha poi aggiunto tra il serio e il faceto.

Il fatto è che l’economia digitale tedesca ha un peso ben lontano da quello della Silicon Valley. Le più grandi tech companies mondiali per capitalizzazione si chiamano Apple, Alphabet (ossia Google), Microsoft, Amazon e Facebook. Per trovarne una tedesca dobbiamo scendere nella classifica fino a quando incrociamo Sap, un software group fondato quasi mezzo secolo fa. E secondo CS Insight solo quattro dei 174 “unicorni” digitali, cioè delle società che hanno raggiunto una capitalizzazione di un miliardo di dollari, è made in Germany.

Il rischio che la Germania non sia in grado di declinare la sua economia in senso digitale non va sottovalutato. Secondo le stime di Roland Berger, una mancata “digital revolution” potrebbe costare ai tedeschi 225 miliardi di euro entro il 2025: per restare all’esempio dell’automotive, il pericolo è che su Bmw e Mercedes batta un cuore digitale fabbricato negli States, che giocano con molte meno regole dell’Europa. Già oggi, se consideriamo i ricavi digitali procapite delle grandi economie, scopriamo che in testa c’è la Gran Bretagna, seguita da Stati Uniti, Corea del Sud e Finlandia. La Germania è solo quinta.

Se poi osserviamo la potente struttura economica tedesca, scopriamo non a caso che è dominata dalla cosiddetta “old economy”. Tra le cento società più grandi per fatturato, il 55% fa parte di settori industriali tradizionali come l’automotive, la chimica, l’energia, l’estrazione di materie prime. Solo il 5% di esse, contro il 20% degli Stati Uniti, appartiene all’universo IT e media.

I tedeschi sono preoccupati. Sanno che l’ambiziosa “Industrie 4.0”, la quarta rivoluzione industriale fatta di impianti produttivi interconnessi e automatizzati con robot, implica un’analisi continua di masse enormi di informazioni, i big data. L’ipotesi che le migliori risorse tecnologiche possano essere in mano ai colossi tech americani non fa dormire sonni tranquilli ai tedeschi, avversi alla cultura del rischio e dell’avventurismo economico.

Ma la domanda centrale forse è: in Germania, ma in generale in tutta l’Europa continentale, è possibile far nascere un ecosistema digitale simile a quello statunitense? Sull’altra sponda dell’Atlantico prima si fa business, finanziandolo generosamente, poi business, con nuovi soldi, poi ancora business e alla fine – forse – si pensa che bisognerebbe regolamentarlo per tutelare i cittadini o far pagare le tasse (ma queste insane idee vengono come abbiamo visto prontamente accantonate, anche grazie ai lobbysti).

Su questa sponda dell’Atlantico la tendenza è quella invece – molto nobile – di scrivere prima le regole, poi pensare al business: ma con il risultato di incatenare gli “animal spirits” perdendo alcuni dei treni che contano nel mondo dell’innovazione. Anche perché si scrivono regole che altri competitor mondiali non devono seguire. Un prezzo accettabile da pagare? Un prezzo troppo alto? Ne siamo sicuri: anche su questo Ue e Usa la pensano in modo diametralmente opposto.

Sorgente: Il Sole 24 ORE

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