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Una protesta, non la Rivoluzione

 

fotografia d’archivio

In piazza. La crisi economica e il rincaro dei prezzi si mescolano alla rabbia dei comuni cittadini nei confronti di ayatollah e pasdaran

Quello iraniano non è un popolo di terroristi, come lo ha definito il presidente statunitense Donald Trump, ma piuttosto un popolo di rivoluzionari. Lo dimostra la storia del Novecento, un secolo attraversato da ben tre rivoluzioni: quella costituzionale del 1906-1911, la nazionalizzazione del petrolio con il premier Mossadeq nel 1951-1953, e la rivoluzione islamica del 1978-1979.

Non sempre dall’esito felice, queste rivoluzioni hanno avuto un impatto decisivo non solo per l’Iran e i suoi abitanti, ma anche per il resto del Medio Oriente.

Le manifestazioni in corso in questi giorni sono state scatenate da motivazioni economiche: il tasso ufficiale di disoccupazione è all’11,7% ma quello giovanile raggiunge il 24,4%, l’inflazione resta a due cifre, buona parte dell’economia è in mano ad ayatollah e pasdaran, gli investimenti stranieri non arrivano a causa delle invettive di Trump, e quindi il governo di Hassan Rohani non può che eliminare i sussidi a un quarto della popolazione (9 euro al mese) e alzare i prezzi di benzina, luce e gas.

Nel giro di poche ore dalle prime proteste, si sono aggiunte critiche per l’incapacità delle autorità di gestire l’emergenza ambientale, soprattutto nella capitale dove le scuole e gli uffici pubblici sono spesso chiusi a causa dell’inquinamento. Le manifestazioni sono così sfociate nella protesta politica contro la Repubblica islamica e il suo establishment sia moderato sia conservatore, considerati le due facce della stessa medaglia, in uguale misura responsabili della mala gestione del paese.

Si tratta dunque di proteste motivate dalla crisi economica e dal rincaro dei prezzi, e al tempo stesso alimentate dalla rabbia dei comuni cittadini nei confronti del clero e delle guardie rivoluzionarie al potere. Ovvero nei confronti di ayatollah e pasdaran che, anziché investire in Iran per migliorare il tenore di vita della popolazione, pensano a cacciare il naso altrove, in paesi come l’Iraq, la Siria, il Libano, lo Yemen e Gaza.

Quelle di questi giorni sono le proteste più ampie dal 2009, quando gli iraniani erano scesi in strada a reclamare dove fosse finito il loro voto, sulla scia dei brogli che avevano portato alla rielezione del presidente ultra conservatore Mahmoud Ahmadinejad. Ora, affermare che si tratta di una rivoluzione è però prematuro, anche perché in questi giorni non c’è un leader a guidare le proteste, diversamente dal 2009 quando a capo del movimento verde di opposizione c’erano Mir Hossein Musavi, la sua consorte Zahra Rahnavard e il religioso Mehdi Karrubi.

Tre personaggi in qualche misura carismatici, ciascuno a modo suo, spariti misteriosamente il 14 febbraio 2011, quando avevano chiesto i permessi alle autorità iraniane per poter dimostrare il proprio sostegno a favore delle primavere arabe, consapevoli che le dimostrazioni di strada avrebbero potuto riaccendere l’entusiasmo dei propri sostenitori nonostante la repressione subíta. Liberare i leader del movimento verde, agli arresti domiciliari da quasi sette anni, era una delle promesse elettorali del futuro presidente Hassan Rohani, che però non ha mantenuto fede all’impegno.

Nelle proteste di questi giorni manca un leader, questo è vero. Ma non dimentichiamo che nei mesi che precedettero la rivoluzione del 1979 furono gli americani a tirare fuori dal cappello, come per magia, l’ayatollah Khomeini: era in esilio in Iraq, ma gli fu data l’opportunità di spostarsi a Parigi dove fu intervistato da molti giornalisti occidentali. A proteggerlo da eventuali attacchi della Savak, la terribile polizia segreta dello scià, erano i militari inglesi, francesi, americani e pure la Legione Straniera. I riflettori puntati su di lui, permisero all’ayatollah Khomeini di tornare ad avere voce in Iran, anche grazie alle cassette audio con i suoi sermoni, contrabbandate nel paese.

Erano tempi di guerra fredda, gli americani pensavano che l’Islam potesse disarmare l’avanzata comunista. Ma non fecero bene i loro conti. Oggi l’impressione è che Trump e compagni cerchino di promuovere il ritorno dei Pahlavi a Teheran. Ma, anche in questo caso, rischiano parecchio: la maggior parte dei giornalisti stranieri si ferma a Teheran, ma la capitale non è rappresentativa di tutto l’Iran, così come non è stato sufficiente sentire il polso di Londra per comprendere l’esito del referendum su Brexit.

Di questi tempi gli iraniani protestano, anche in località periferiche, ma non per questo vogliono una rivoluzione per ribaltare la Repubblica islamica. Soprattutto non se l’alternativa è un burattino ricco e viziato come l’erede al trono della dinastia Pahlavi, calato dall’alto dal presidente Trump. Un presidente che gli iraniani disprezzano perché ha messo i bastoni di traverso all’accordo nucleare che avrebbe dovuto risollevare l’economia del paese. Un presidente odiato, Donald Trump, perché ha voluto fermamente quel decreto contro i musulmani che rende tanto difficile, per gli iraniani, raggiungere le famiglie negli Stati uniti.

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