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Proteste, classi sociali e governo del dissenso in Iran | Global Project

Nelle ultime settimane si è sentito parlare molto di Iran, non sempre in maniera informata. Abbiamo ripreso da Zapruder un articolo di Paola Rivetti (Academia: Paola Rivetti, Twitter: @PaolaRivettiDUB) che fa un quadro completo della situazione, che qui pubblichiamo in forma integrale. Qui invece un estratto dell’articolo ripreso da Lavoro Culturale.

Molto si è scritto sulle recenti proteste in Iran, sulla sorpresa che queste rappresentano e sul loro peso politico. Mentre ormai sembra scontato il loro carattere popolare, essendo principalmente mosse da lavoratrici e lavoratori, è bene ritornare a distanza di qualche giorno e con quale elemento analitico in più su alcuni punti per contestualizzare e comprendere meglio la nuova ondata di mobilitazioni avvenute nel paese.

Nonostante siano verosimilmente giunte a termine, a causa della repressione (si contano almeno 25 persone morte, di cui tre “suicidatesi” in carcere, e almeno 1700 arrestate) ma non solo, queste proteste ci dicono molto su alcuni elementi che si proverà ad analizzare qui di seguito.

Innanzitutto, le recenti mobilitazioni presentano caratteristiche diverse da quelle che hanno avuto luogo nel paese negli ultimi decenni. E’ stato scritto molto su come le proteste siano “diverse” perché non guidate dalla classe media e perché caratterizzate da richieste di giustizia sociale invece che da rivendicazioni di stampo liberale come la domanda di libertà di stampa o il rispetto dei diritti umani. Questo punto di vista tuttavia ignora il fatto che i lavoratori e le lavoratici, gli operai e le operaie si sono invece mobilitati ripetutamente negli ultimi due decenni, protestando vigorosamente contro le politiche economiche dei governi riformisti di Mohammad Khatami (1997-2005), conservatori di Mahmoud Ahmadinejad (2005-2013) e moderati/riformisti di Hassan Rouhani (2013-) ugualmente, contro datori di lavoro che non rispettano contratti e scadenze salariali e creando anche, in alcuni casi, organizzazioni sindacali più o meno formali che sono sopravvissute a repressione ed arresti. Quindi, in cosa queste recenti proteste sono diverse? Queste proteste e le loro dinamiche di mobilitazione riflettono una frammentazione più ampia che interessa il sistema di riproduzione sociale che, negli ultimi tre decenni, è drammaticamente cambiato. E’ necessario quindi mettere in prospettiva tali cambiamenti, contestualizzandoli in relazione alle riforme del mercato del lavoro e alla riconfigurazione della circolazione del potere tra diverse componenti del regime.

In secondo luogo, bisogna riflettere sulla composizione di classe delle proteste e su come questa abbia giocato un ruolo fondamentale nel decretare il destino di questo ciclo di mobilitazioni. Non solo la diffusione di queste ultime soffre di limiti strutturali a causa delle più generali politiche del lavoro, come vedremo, ma ha anche incontrato l’ostilità della classe media a causa di una forte tradizione politica che vede questa ultima come il fulcro, il solo centro propulsivo legittimo, della vita politica nazionale. Va quindi contestualizzato l’atteggiamento non sempre positivo della classe media – parte integrante del blocco storico egemonico nonostante sia stata anche portavoce di istanze critiche verso diversi governi e persino verso il regime stesso – nei confronti delle mobilitazioni che non la vedono protagonista.

Infine, va messa in collegamento l’analisi di classe delle proteste e del blocco ad esse avverso con il governo del dissenso. Più precisamente, quello che è utile mettere in luce è come il governo stia affrontando le proteste, oltre alla repressione. Infatti, rappresentanti del fronte riformista (in teoria, meno avversi alle proteste) hanno recentemente preso posizione in favore del “diritto di protestare” – non necessariamente sostenendo i manifestanti o le loro ragioni, ma assumendo una “terza posizione”, se così si può dire. Come leggere tale sviluppo? E quali conseguenze esso potrebbe avere in termini di futuri spazi di protesta e, più in generale, di cambiamento politico? Sebbene la difesa del diritto a protestare sia positiva, ci chiederemo se e come essa possa esere utilizzata per rafforzare il controllo e il governo del dissenso.

Diverse da cosa? Le politiche del lavoro e le trasformazioni dell’attivismo

Grazie a queste ultime proteste, molti osservatori e commentatori sembrano aver scoperto che in Iran esiste anche una classe operaia che si mobilita, e che è diversa dalle ragazze con il trucco pesante e gli occhiali da sole che solitamente sono fotografate a simboleggiare il complesso dei/delle ribelli e scontenti/e dell’Iran. Tuttavia, queste proteste non rappresentano una novità se si considera la molteplicità delle mobilitazioni di lavoratrici e lavoratori negli ultimi decenni. Esempi sono le indomite proteste organizzate dai lavoratori del settore dei trasporti, quelle degli insegnanti, o quelle del settore minerario, senza contare l’esistenza di sindacati semi-legali formatisi durante le lotte e le occupazioni delle fabbriche, come quello della fabbrica di zucchero Haft Tapeh, attivo da una decina di anni.

Queste proteste non sono una sorpresa nemmeno se si considerano le condizioni economiche e di lavoro che i lavoratori e le lavoratrici sopportano da decenni nel paese. In una intervista, l’economista iraniano Mohammad Maljoo, ha parlato di come il mercato del lavoro iraniano, dalla fine degli anni Ottanta in poi, sia stato interessato da interventi governativi volti a ridimensionare il settore pubblico e trasformare il mercato del lavoro radicalmente. L’introduzione di agenzie interinali aveva lo scopo di tramutare la massa di impiegati pubblici (che godevano di buone condizioni di lavoro) in lavoratori del settore privato. Questo è avvenuto anche adottando misure di austerity che hanno, per esempio, costretto settori del pubblico impiego a diventare economicamente auto-sostenibili, ovvero a sopravvivere senza il trasferimento di fondi da parte del governo tramite legge finanziaria, provocando, tra le altre cose, privatizzazioni, blocchi delle assunzioni e riduzione del personale. Parallelamente, le protezioni sindacali (già limitate a causa di un “sindacalismo di stato”) sono state ulteriormente ridotte per un numero crescente di lavoratori attraverso una serie di decreti governativi e sentenze giudiziarie. Ciò che le sentenze e i decreti hanno fatto è stato infatti escludere un numero sempre più ampio di imprese e compagnie industriali/commerciali dalla copertura sindacale. In termini di proteste, questo non ne ha diminuito il numero o la frequenza; piuttosto, ne ha limitato la diffusione, creando una profonda frammentazione delle lotte all’interno dell’industria e dei servizi sia a livello di settori che a livello geografico.

Non solo è quindi comprensibile la traiettoria storica più ampia delle proteste – che diventa ancora più comprensibile se si considerano l’alta inflazione, i mancati benefici economici a seguito della firma dell’Accordo sul nucleare nel luglio del 2015 e la riforma dei sussidi (rayaneh) che rappresentano per molti iraniani una fondamentale fonte di introito; ma diventa anche apparente l’erosione del sistema di riproduzione sociale che aveva, dalla rivoluzione del 1979 in poi, costruito per la popolazione una rete di sicurezza sociale che ora, invece, non esiste più. Secondo il sociologo Sari Hanafi, la medesima frammentazione sociale e politica caratterizza anche la maggior parte dei paesi arabi, ed è questa erosione del precedente sistema sociale ad aver “fatto spazio” alle “nuove soggettività politiche” che hanno agito le cosiddette primavere arabe. Ricerche già condotte in Iran suggeriscono che la frammentazione sociale e politica si riflette anche nel modo in cui le persone si organizzano e si mobilitano politicamente, facendo emergere anche qui soggettività politiche nuove. Non stupisce quindi che le recenti proteste siano diverse da quelle che abbiamo visto negli ultimi due/tre decenni: sono per lo più spontanee, acefale, caratterizzate dalla presenza di contrastanti richieste e desideri. Nonostante la loro origine affondi nella lotta anti-governativa delle fazioni conservatrici, esse sono velocemente sfuggite al controllo dei conservatori per diffondersi con velocità e attirare diverse soggettività, al di là delle organizzazioni dei lavoratori, e più in generale politiche, pre-esistenti.

Di seguito una serie di grafici elaborati da Ali Kadivar, che ha tenuto traccia della diffusione delle proteste durante la prima settimana. L’ultimo grafico elaborato (dati del 4 gennaio 2018) mostra un declino delle proteste, che è poi continuato nei giorni successivi nonostante le proteste siano andate avanti. I grafici sono resi pubblici sull’account Twitter di Ali e riportati qui con il suo permesso.

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Alla fine del quinto giorno di proteste [1 gennaio 2018], le proteste sono diffuse in 66 città [numero poi emendato a 68]

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Alla fine del sesto giorno (2 gennaio 2018), le proteste sono diffuse in 73 città. Tuttavia, il numero delle nuove città che si aggiungono alle proteste è in declino dal 3 gennaio – e anche il numero dei manifestanti potrebbe essere in declino.

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Al termine del settimo giorno di proteste (3 gennaio 2018), il numero delle città in cui le proteste si sono diffuse è decisamente in declino.

Inoltre, a causa della crescente frustrazione, secondo alcuni osservatori come Maljoo, in Iran ogni protesta ha oggi un potenziale rivoluzionario spontaneo. Maljoo definisce il paese “un uomo ubriaco”: si sposta, si muove, ma in maniera instabile e disordinata. Così si muovono anche le proteste, ed è questo l’elemento che le rende diverse, non essendoci un sindacato o un gruppo di sostegno/coordinamento che possa agire e “dirigerle”. L’attivismo politico è infatti, diventato più spontaneo e autonomo da organizzazioni, sia legali che illegalizzate. Gli attivisti si lamentano del fatto che le persone più giovani, per lo più ventenni, non amino definirsi parte di un gruppo e in effetti, che non amino i gruppi in generale preferendo quello che è stato definito attivismo “individuale”. Ad attivarsi in questo modo sarebbero soprattutto le generazioni più giovani. Questo trova riscontro nelle notizie che giungono dall’Iran. Il quotidiano “Sharq” ha pubblicato una analisi delle proteste, mettendo in luce la loro natura spontanea e la giovane età dei partecipanti. L’articolo cita anche due fonti ufficiali che dichiarano che l’età media degli arrestati è inferiore ai 25 anni e che tra i dimostranti vi sarebbero moltissimi studenti, alcuni dei quali sotto i 18 anni. La partecipazione degli studenti è un altro elemento che sottolinea la presenza di queste nuove soggettività nelle proteste, enfatizzandone il carattere distintivo rispetto alle proteste precedenti. La militanza politica studentesca ha una lunga e forte tradizione in Iran, con organizzazioni nazionali e ben strutturate a darle forma, come già esaminato in questo contributo (capitolo 5). Tuttavia, anche essa è cambiata, frammentandosi, perché a cambiare drammaticamente è stata la popolazione studentesca stessa. Mohammad, un partecipante alla nostra ricerca, riflette su come “oggi, gli studenti siano cambiati ‘qualitativamente’ […] ovvero vengono da una classe media impoverita, hanno un bagaglio culturale meno ricco e magari le loro famiglie non sono politiche […] molti degli studenti cercano lavoro e non hanno tempo per la militanza come le generazioni del passato la definirebbero”.

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30 dicembre: scontri fra studenti e polizia all’università di Tehran. Foto: epa/efe

Classe e governo del dissenso: guardando al futuro

Come sostenuto dall’economista Djavad Salehi-Esfandiari, sebbene non si possa parlare di impoverimento della popolazione iraniana in termini assoluti, appare evidente che la classe media ha subito un impoverimento relativo e costante negli ultimi anni a causa dell’effetto congiunto dato dallo smantellamento dello stato sociale e dalla perdita di potere d’acquisto della moneta nazionale. Si tratta quindi di una classe media più povera, che ha, durante queste mobilitazioni, raggiunto le classi più basse protestando la mancanza di prospettive di ascesa sociale ed economica e la crescita delle diseguaglianze sociali.

Tuttavia, la classe media è diversificata al suo interno, e comprende anche coloro che si sono dimostrati ostili alle proteste. In molti tra i membri del fronte riformista, che sostiene il governo oggi al potere, si sono espressi contro di esse. Non solo perché inizialmente le mobilitazioni erano organizzate in chiave anti-governativa, ma anche perché sono una espressione di rabbia popolare pericolosa, che potenzialmente può dar luogo a situazioni di incontrollabile violenza. Mohammad Abtahi, figura di spicco del fronte riformista, che ha negli anni rivestito incarichi ufficiali importanti e che fu anche arrestato nel corso delle mobilitazioni del 2009-2010, ha dichiarato che, oltre che per il loro loro carattere anti-governativo, le proteste vanno contenute perché peggiorano i problemi economici già esistenti, provocando una ulteriore chiusura securitaria dello spazio sociale e soprattutto intensificando la crisi. Il mantenimento della stabilità sociale e politica è infatti visto dalla classe dirigente e intellettuale come fondamentale. Non solo esso serve a incoraggiare gli investimenti provenienti dall’estero ma, persino in un clima di incertezza rispetto al futuro delle sanzioni (si vedano, a questo proposito, non solo l’ostilità dell’amministrazione statunitense all’accordo nucleare, ma anche le dichiarazioni di Trump circa un nuovo piano di sanzioni contro l’Iran), esso è necessario per contrastare il clima di forte instabilità che proviene dalla regione e dai paesi confinanti. Da qui, la profonda diffidenza di Abtahi per le proteste. Ma Abtahi è solo un esempio della avversione allo spontaneismo che abita il fronte riformista. Il noto sociologo riformista Hamidreza Jalaipour, per esempio, ha sottolineato come la partecipazione alle urne sia il solo legittimo mezzo per creare un cambiamento politico nel paese e per evitare una “Siria in Iran”. La Siria ricorre spesso come esempio negativo simboleggiante tutto ciò che c’è di sbagliato e pericoloso nelle mobilitazioni spontanee. Durante una conversazione privata, una conoscente, docente presso una università privata della capitale, ha commentato che “questa gente” (in mardom, una espressione quasi denigratoria per identificare i partecipanti alle proteste, diventata popolare sui profili social di intellettuali e personalità note del fronte riformista) non ha coscienza politica, non ha un programma politico per cui lottare, ricorre alla violenza, è quindi pericolosa perché provoca una reazione autoritaria di cui farà le spese tutta la società. Dopo averle chiesto chi fosse “questa gente”, la nostra conoscente ha risposto “i poveri delle città”. Questa conversazione contiene elementi ideologici ben noti. Ci sono infatti da sempre, in Iran come altrove, divisioni di classe nei movimenti di protesta. Da metà degli anni Duemila infatti, i riformisti hanno con insistenza sostenuto che la popolazione urbana meno abbiente fosse la base del consenso al governo di Ahmadinejad. Durante una nostra intervista al già citato Abtahi nel 2008, ci è stato spiegato come il populismo (populizm, che ha una accezione interamente negativa nel linguaggio politico contemporaneo, non diversamente da come viene usato oggi in Europa) proposto da Ahmadinejad sia privo di basi politiche, di pensiero, come sia interamente “ideologico” (un’altra espressione negativa – di nuovo, non diversamente dalla sua accezione nel linguaggio politico mainstream contemporaneo europeo) e come, per questo motivo, attragga gli ignoranti e i poveri. Questi possono essere “comprati” dal governo sia attraverso un discorso ideologico semplificato, sia attraverso misure economiche a carattere, appunto, populista, ovvero di sostegno economico incondizionato. L’espressione denigratoria usata per identificare questo segmento sociale è sandis-khor, una metafora indicante coloro che “mangiano”, approfittano e beneficiano del sostegno dato loro da misure di welfare senza restituire nulla alla società. La mortificazione, e la fantasiosa rappresentazione, di tali individui non è unica al contesto iraniano: si pensi ad esempio al recentissimo dibattito sull’abolizione delle tasse universitarie in Italia. Ritornando al contesto iraniano, queste posizioni hanno radici lontane, ben precedenti agli anni Duemila. Negli anni Novanta, una volta finita la lunghissima guerra con l’Iraq, ad esempio, la stessa avversione era espressa verso le proteste contro le prime misure di austerity, motivate dalla necessità di ricostruire l’economia nazionale del seguito del conflitto, implementate dall’allora governo Rafsanjani (1989-1997). La persistenza dell’idea che “i poveri” siano la base sociale del consenso al populismo conservatore ha grandemente contribuito all’avversione della classe media liberale e progressista alle mobilitazioni partecipate dalle classi non abbienti.

Questo discorso ha dato forma e vita all’idea, dominante da diversi decenni e non solo in Iran, che la classe media è il solo attore legittimato ad agire politicamente perché dotato di capacità di discernimento e non motivato da interessi di tipo economico. La classe media, nel discorso politico mainstream e nella opinione pubblica, è sinonimo di modernità, cultura e coscienza politica. È promotrice di un cambiamento graduale e democratico, riformista appunto, non rivoluzionario, disordinato e perciò pericoloso. Infatti un altro elemento importante da considerare per comprendere le fault lines di classe che abitano il conflitto sociale in Iran, è la diffusa idea che il cambiamento sociale debba avvenire attraverso un pianificato programma di riforme: di rivoluzioni – ecco come l’adagio popolare suonerebbe – ne abbiamo già avuta una e sappiamo come è andata a finire. Non basta avere un nemico comune (che ovviamente nel 1979 era lo Shah), serve soprattutto un programma comune che indichi come si intende il cambiamento sociale e politico. Senza la guida della classe media e del suo apparato intellettuale, quindi, le proteste rappresentano un pericolo. È necessario tuttavia sottolineare, per onestà e perché rappresenta un elemento importante di analisi, che questa concezione “elitaria” del cambiamento ha attratto molteplici antipatie e generato contrapposizioni all’interno del fronte riformista stesso. Si è già scritto di come questa contrapposizione si sia espressa soprattutto nel tentativo da parte dei governi riformisti, teoricamente “amici” e alleati dei movimenti che chiedevano giustizia sociale e libertà politiche, di disciplinare se non reprimere le voci ribelli. La militanza studentesca nelle università ad esempio è stata “abbandonata” (con il conseguente rafforzamento della repressione) dal fronte riformista quando considerata troppo radicale perché critica dell’approccio gradualista: dall’essere celebrati come la voce più importante della società, necessaria per una politica sana e trasparente, gli studenti sono diventati hooligans e pericolosi facinorosi.

Alle reazioni negative sopra descritte, tuttavia, è seguito un parziale cambiamento di rotta: in più voci tra i riformisti hanno sostenuto che i manifestanti hanno il diritto di protestare. A ben vedere, tale diritto ha costituito il preambolo alle critiche sopra discusse; ma negli ultimi giorni, le discussioni sulla legittimità dell’atto di protestare sembrano aver preso il posto delle critiche come argomento principe nell’economia delle posizioni espresse.

È interessante notare due elementi. Il primo è che il diritto a protestare è sganciato dalle mobilitazioni stesse. Esso viene discusso come un diritto generale, che non si “precipita” in queste proteste, ma che va oltre. Il secondo elemento è che le ragioni dei manifestanti sono ignorate a favore di una discussione teorica sul diritto di protestare. Viene anche puntualizzato come tale diritto decada quando vi sia violenza – intesa come violenza contro la pubblica proprietà, ovvero arredo urbano o banche. In questo senso non solo si è espresso il presidente della Repubblica Rouhani, ma anche altri noti intellettuali e personalità. Il 2 gennaio, il famoso politologo Sadegh Zibaqalam ha diffuso tramite il suo account Facebook una lettera aperta ad Ali Shamkhani, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, nella quale lo criticava per le sue asserzioni circa l’ingerenza di Arabia Saudita e altre potenze straniere nelle proteste, e ribadiva il diritto delle iraniane e degli iraniani a protestare. Il 7 gennaio, sedici intellettuali riformisti (o comunque sostenitori del governo) hanno indirizzato una lettera al quotidiano «Etemad-e Melli» sostenendo il diritto costituzionale della popolazione a protestare e, in una mossa senza precedenti, il Consiglio municipale della capitale Teheran ha approvato un piano che permette l’assembramento di gruppi di persone con lo scopo di manifestare, previa richiesta di autorizzazione.

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Scontri nella città di Dorud. Foto: AY-COLLECT/SIPA/REX/Shuttersto

Pare quindi che ci si stia muovendo verso una regolamentazione del diritto a protestare. Con quali conseguenze? In un certo senso, sostenere il diritto della popolazione a protestare è più semplice e conveniente che sostenere la necessità di una rottura con politiche che favoriscono le disuguaglianze sociali. Inoltre, l’asserzione del diritto alla protesta non rappresenta un elemento “di rottura” rispetto alla tradizione rivoluzionaria iraniana. In un contributo che sarà pubblicato la prossima estate, si dimostra come, in seguito alla violenta repressione delle proteste del 2009 e con lo scopo di “ricucire” una società fortemente divisa, traumatizzata e quindi pericolosamente instabile, tutte le forze politiche (anche quelle che avevano sostenuto la repressione delle mobilitazioni) si siano impegnate nella promozione del diritto alla partecipazione politica. Le basi per sostenere tale posizione affondano nella tradizione rivoluzionaria stessa, che rappresenta un corpus ideologico e di cultura politica malleabile e interpretabile. Inoltre, ritornando alle dichiarazioni degli intellettuali riformisti, appare evidente che non basta una dichiarazione di un principio: quello che renderà concreto il diritto alla protesta saranno le misure legali ed attuative (le restrizioni, le condizioni necessarie perché una protesta sia considerata legale quindi permissibile) che verranno implementate dalle autorità competenti. Può sembrare una analogia inappropriata, ma ricorderemo qui la posizione del governo Gentiloni rispetto alle manifestazioni di protesta contro il G7 di Taormina. Allora, la posizione del governo fu quella di garantire il diritto a manifestare ma in sicurezza, condizione che si tradusse nell’ampio uso di misure preventive, come fogli di via e restrizioni di movimento, contro gli individui pericolosi per, appunto, la suddetta sicurezza. A fronte dell’estensione del ricordo a tali misure preventive, è stato sostenuto che il diritto a manifestare fu svuotato di senso. Tornando all’Iran, le dichiarazioni dei due deputati riformisti Mahmoud Sadeghi, ovvero che molti degli arrestati per le proteste non stesse in realtà partecipandovi, e Farid Mousavi, ovvero che molti arresti fossero preventivi, sembrano suggerire che il governo del dissenso si potrebbe rafforzare e raffinare proprio grazie, paradossalmente, al riconoscimento del diritto di protestare.

In conclusione, sebbene facilmente svuotabili di significato in quanto “luogo” metaforico di conflitto sociale, le discussioni sul diritto alla protesta sono importanti e rilevanti nel contesto iraniano. Tali riflessioni, in un certo senso, fanno parte delle concessioni che il governo probabilmente farà ai manifestanti, senza però cedere in termini di reale cambiamento politico e, soprattutto, di politica economica. L’Iran necessita di stabilità, considerando sia la volontà di attrarre investimenti stranieri, sia la sua delicata posizione geopolitica, condizionata dalla crescente ostilità e aggressività dell’asse Stati Uniti-Arabia Saudita-Israele. Concessioni “discorsive” che suonano progressiste ma che cambiano poco in termini di politiche pubbliche sembrano quindi essere una buona opzione per il governo nel breve periodo, sebbene abbiano l’effetto, nel lungo periodo, di rimandare la prossima esplosione di malcontento potenzialmente rivoluzionario.

Esiste tuttavia un’altra opzione: quella di vedere le mobilitazioni come una opportunità. Le proteste trovano la loro origine nella rabbia che il presidente Rouhani ha scatenato quando, a inizio dicembre 2017, ha reso pubblica – evento senza precedenti – la legge finanziaria annuale e ha denunciato, in un discorso al parlamento, una “mafia finanziaria” composta da fondazioni ed enti vicini ai conservatori che osteggiano il governo e che sono favoreggiati nell’allocazione dei fondi statali. Sebbene lo scontento causato da tale rivelazione sia stato poi organizzato, almeno inizialmente, da quegli stessi conservatori attaccati da Rouhani, le proteste potrebbero rappresentare una buona occasione per il presidente per accrescere il proprio potere negoziale nella lotta interna al regime tra le diverse fazioni. Infatti, risulta singolare una volontaria ammissione di impotenza da parte della presidenza: si ammette infatti di non avere il controllo sull’allocazione delle risorse statali – cosa tuttavia risaputa in Iran. Sostenere “i poveri” nella loro protesta e rinunciare alla retorica dei poveri che sostengono i conservatori impedirebbe a questi ultimi di estendere/rafforzare il controllo sui segmenti di popolazione in mobilitazione, rafforzando quindi la posizione del governo vis-à-vis la “mafia finanziaria”. Fare questo, però, implica sostenere le proteste e soprattutto, chi protesta e le sue ragioni. Sconvolgere decenni di “elitarismo” ben rodato porterebbe anche un altro beneficio ai riformisti, ovvero li accrediterebbe come una forza capace di sostenere un vero cambiamento sociale, cambiando quindi la loro pessima nomea di “riformatori da regime” o di facciata.

Sorgente: Proteste, classi sociali e governo del dissenso in Iran | Global Project

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